11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

sabato 24 luglio 2010

925


« S
tupida sciocca… »

In quali altri termini, Be'Gahee avrebbe potuto altrimenti definire la donna guerriero che si era appena allontanata dal suo palazzo, o, per meglio dire, dal palazzo della sua famiglia, dopo essersi rifiutata di completare la propria missione, nel consegnargli quelle importanti, preziose e prestigiose reliquie?
Ancora giovane, troppo per potersi considerare realmente esperto nel confronto con i meccanismi, le dinamiche proprie del mondo, egli non avrebbe mai potuto accettare di buon grado la ricusa rivolta a proprio discapito da quella straniera, sì carismatica, sì sensuale, sì carica di un’energia barbara sconosciuta in quelle terre, e pur, comunque e indubbiamente, straniera, lontana dall’illuminata civiltà propria del regno di Shar’Tiagh, di quella nazione tanto orgogliosa da arrivare a definire se stessa quale popolo eletto, reagendo nel suo confronto non solo con rammarico per l’occasione sprecata, quanto, peggio, con rancore, con il livore che, in un uomo consideratosi maturo, avrebbe purtroppo sostituito il capriccio di un infante. Un’animosità che, tuttavia, in conseguenza di quel suo recente ingresso nell’età adulta, egli non avrebbe mai saputo in che strade indirizzare, lungo quali vie direzionare, non ancora abituato alla gestione di simili situazioni, del ruolo di mecenate che pur aveva voluto richiedere qual proprio.
In tale compito, nel mestiere in cui non tutti i suoi pari avrebbero potuto egualmente impegnarsi, dal momento in cui non semplicemente il denaro, ma soprattutto l’intuizione e l’acume di una mente capace di osare, oltre a un’innata capacità di gestione del proprio prossimo, avrebbero potuto distinguere un vero mecenate da un semplice nobile annoiato, quel rampollo dell’aristocrazia shar’tiagha si era invero riuscito a dimostrare particolarmente versato, riportando una concreta vittoria nell’individuare, al proprio stesso esordio, non solo la giusta missione alla quale volgere la propria attenzione, ma anche la mercenaria più indicata per sperare di giungere al successo desiderato. Impossibile e, peggio, inutile sarebbe comunque stato cercare di comprendere se tutto ciò fosse stata conseguenza di un’effettiva predisposizione al comando, o, piuttosto, per più banale fortuna, ove la conclusione a cui si era così giunti, aveva violentemente negato per lui ogni occasione di lustro e celebrità, ogni speranza di veder riconosciuto il giusto tributo all’interno del panorama cittadino, se non, addirittura, dell’intera nazione, in conseguenza al recupero di un tesoro sì importante, prezioso per il proprio valore storico ancor prima che per un qualsivoglia valore intrinseco dell’oro e delle pietre blu che caratterizzavano la forma di quei due bastoni.

« Stupida. Stupida sciocca… » insistette, rabbioso, furente, e pur sinceramente incapace di trasformare tale ira in una qualsivoglia azione, umiliato in maniera eccessiva da quella barbara, da quella straniera dalla pelle bianca come il latte e i capelli neri come la pece, per merito della quale si era concesso sogni di gloria e, in conseguenza alla scelta della quale, altresì, era stato prepotentemente ridimensionato al rango proprio di un’inerme bambino, ben lontano da quello di un grande signore.

Se pur Be'Gahee, allora, non avrebbe potuto riservarsi vanto di quell’esperienza, di quella confidenza con quel genere di situazioni che pur gli sarebbe stata allora necessaria per affrontare al meglio il dialogo con la mercenaria, il nobile Be’Gahen, suo padre, non avrebbe potuto dimostrarsi carente in tal senso.
Informato nel merito di quanto occorso dagli stessi due mercenari già compagni della Figlia di Marr’Mahew, nonché indispettiti spettatori di quegli eventi nell’essersi, improvvisamente, ritrovati privi di qualsiasi ricompensa, dell’oro pur loro promesso per l’assolvimento del proprio incarico, fu proprio Be’Gahen a interessarsi personalmente di tale questione, prendendo le redini di quel sottile giuoco nelle proprie mani. Consapevole di come, in conseguenza all’importanza delle reliquie così fortuitamente recuperate dal figlio, qualcosa incominciato per semplice diletto avrebbe potuto trasformarsi in uno spiacevole incidente politico, tale da compromettere il nome stesso della loro famiglia agli occhi degli altri nobili del regno, e, forse, persino dello stesso sovrano, l’aristocratico patriarca non poté restare indifferente alla questione, arrivando a richiedere i servigi degli stessi dodici mercenari già reclutati dal figlio, per un nuovo incarico, per un nuovo compito, in effetti non dissimile dal precedente, per quanto non più in sfida a una necropoli perduta fra le sabbie del deserto e alle trappole che essa avrebbe potuto celare al proprio interno, quanto, piuttosto, in competizione a colei alla quale pocanzi si erano ritrovati a essere subordinati e che, ora, avrebbero dovuto altresì cacciare senza tregua, senza pietà alcuna, e, soprattutto, in assoluta discrezione, al fine di non lasciare trapelare eccessivi dettagli nel merito di quanto accaduto: gli scettri un tempo simboli propri del potere dei faraoni non avrebbero dovuto lasciare la terra di Shar’Tiagh nelle mani di una straniera proveniente dalle barbare regioni meridionali del continente, ritrovando, altresì, la propria giusta collocazione, il proprio meritato posto, all’interno dei tesori della loro famiglia, per la quale sarebbero allora divenuti ragione di prestigio, di fama, qual mai altre nobili stirpi shar’tiaghe, anche più illustri rispetto alla loro, avevano avuto possibilità di godere.
E così, Be'Gahee, già umiliato da colei scelta qual proprio campione, era stato nuovamente e profondamente insultato anche dal proprio stesso genitore, colui che, a fronte di un suo errore, gli aveva negato ogni diritto, ogni prestigio, ogni rispettabilità, relegandolo al ruolo proprio di bambino, di un fanciullo, ingenuamente impegnatosi in ludi da grandi, in quel genere di attività che avrebbe potuto e dovuto solamente emulare, senza riservarsi ambizioni di sorta, senza pretendere di poter raggiungere un qualsiasi reale risultato.
In conseguenza a tutto ciò, impossibile sarebbe stato per il giovane comprendere verso quale obiettivo potersi riservare occasione di maggiore animosità, verso quale direzione riversare maggior avversione, ritrovandosi diviso su due fronti fra loro estremamente simili e pur incredibilmente diversi. Entrambi appartenenti a una generazione passata rispetto alla sua, suo padre e quella mercenaria avevano prevaricato senza alcun rispetto, senza la benché minima considerazione, la sua figura, il suo orgoglio, il suo stesso amor proprio, meritandosi in ciò tutto il suo disprezzo, tutta la sua avversione. Per tal ragione, egli non avrebbe potuto evitare di desiderare, di invocare, vendetta, in una reazione forse infantile e purtroppo sicuramente umana, una vendetta che, preferibilmente, avrebbe dovuto coinvolgere entrambi, ma che, realisticamente, avrebbe potuto concentrarsi solo nella direzione di uno fra loro: non potendo riservare qual propri sufficienti risorse per combattere quella battaglia qual terzo fronte, egli sarebbe stato allora obbligato ad allearsi psicologicamente con uno fra i due avversari già schierati in campo, favorendone la vittoria e, in ciò, contribuendo alla sconfitta dell’altro.
Ma a chi egli avrebbe potuto concedere il proprio supporto? A chi egli avrebbe dovuto riconoscere perdono per le proprie colpe? Al proprio genitore, colui a cui, dopotutto, doveva tutto ciò che possedeva, a partire dal proprio stesso nome, dal proprio rango, e che pur tanto aveva voluto ribadire disprezzo per l’incapacità del proprio erede, del destinatario del suo stesso retaggio? Oppure a quella straniera praticamente sconosciuta, la quale avrebbe già dovuto considerarsi debitrice nei suoi riguardi per l’assistenza medica offertale tempo prima, al termine della Grande Caccia di primavera, e che tanto aveva, altresì, tradito la sua fiducia e insultato la sua benevolenza con quell’insubordinazione finale?
Il dilemma, sì complicato, agli occhi di molti avrebbe probabilmente condotto a una scelta obbligata, a una decisione quasi retorica, nel rendere altresì paradossale, assurdo, ogni altro pensiero, ogni altra possibilità al di fuori di quella. Tuttavia, egli non riusciva ad accettare con tanta leggerezza, con tanta indifferenza, quella via così apparentemente impostagli dal fato, allo stesso modo in cui, dopotutto, non riusciva ad accettare l’ipotesi di mantenersi realmente esterno a quell’inevitabile scontro, in quel ruolo di avvilito spettatore a cui era stato relegato.

« Sciocca… » commentò per la terza volta, storcendo le labbra e menando un violento colpo contro lo stipite di una porta a lui prossima, iracondo, furente per la situazione in cui ella lo aveva obbligato con il proprio rifiuto, quell’assurdo ripensamento in conseguenza al quale era oramai stata innescata una spiacevole sequenza di reazioni che avrebbero potuto essere arrestate solo con la sua cattura.

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