11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

mercoledì 7 luglio 2010

908


L
e ragioni di beffardo imbarazzo, per la donna guerriero, perdurarono per un arco estremamente limitato di tempo, sostanzialmente scandendo, nella conclusione delle proprie stesse parole, la reazione dei suoi sette avversari, tanti infatti ella ebbe modo di poterne allora conteggiare attorno a sé. E ancora disarmata, pertanto, la mercenaria si ritrovò a essere immediato, e obbligato, obiettivo delle fatali attenzioni dei propri avversari, i quali, in suo contrasto, cercarono di impegnarsi con tutte le proprie energie, con tutto il proprio impeto, non riservandosi occasione di un qualsivoglia ordinato scontro, in un'eventuale alternanza di singoli duelli, così come, probabilmente, sarebbe stato descritto da qualsiasi bardo nel desiderio di esaltare, loro favore, un presunto sentimento d'onore, la ricerca di una qualche possibile gloria nella sconfitta di quella terribile controparte, quanto, piuttosto, in una terribile bolgia comune, nel ritrovarsi animati dal solo desiderio di negare, quanto prima, in qualsiasi modo e con qualsiasi mezzo, speranza di vita alla fonte di una oscura ombra gettata con prepotenza sul loro destino, sul loro futuro.
Abituata qual fortunatamente ella era, ai combattimenti non solo in contesti particolarmente ordinati, a mortali sfide non solo in incontri fra due singoli avversari, quanto, piuttosto, alla guerra nella sua essenza più pura e devastante, alle battaglie intese quali accumulo di carne e ossa intrecciate senza alcuna possibilità di distinguere, realmente, amici da nemici, la Figlia di Marr'Mahew non presentò, in conseguenza di uno spettacolo sì osceno, per molti potenzialmente letale, alcun timore, alcuna incertezza, certa di come dover agire nella volontà di preservarsi in salute, nel solo, semplice, scopo di assicurarsi non tanto la vittoria, quanto, piuttosto, la sopravvivenza da quella violenza sfrenata, da quella sete di sangue e di morte caratterizzante i propri impauriti avversari. Per quella sua personale coscienza, confidenza con situazioni a essa assimilabili, ella non restò, allora, in immobile attesa dei propri nemici, così come essi si sarebbero attesi potesse scegliere di fare, quanto, piuttosto, decise di scattare a propria volta in loro contrasto, scegliendone due a caso e avventandosi, con impeto, con energia, in loro opposizione. Il suo braccio destro, improvvisamente teso accanto al suo corpo, in linea con le sue spalle, in conseguenza di tal gesto spazzò senza compassione alcuna, il malcapitato con il quale entrò a contatto, offrendo in sua controffensiva la solidità del proprio metallo, così su di lui piombata simile a una mazza di ferro. Il suo braccio sinistro, altresì, più prudente e controllato, scansò con serpentina agilità la lama dell'altro disgraziato da lei estratto a sorte, pericolosamente accarezzandola con la propria chiara epidermide tatuata e pur non venendo da essa ferito, per poter, immediatamente, conquistare una possibilità di ferma presa sul collo del medesimo, nelle carni del quale affondò con fredda crudeltà la punta delle proprie stesse dita, nella sapiente ricerca della sua laringe e della sua trachea.
Nel numero di un'altra unità non poté che essere allora incrementato il conteggio delle caduti in conseguenza di quell'attacco, di quell'aggressione ai confini della capitale, qual solo risultato di quell'azione, dimostratasi solo illusoriamente volta a definire la morte dell'invaditrice, ritrovando tuttavia nel ruolo di vittima designata non tanto colui aggredito tanto crudelmente dalla mano mancina della mercenaria, quanto, piuttosto e straordinariamente, il suo compagno, il quale fu destinato all'incontro con i propri dei, quelle stesse divinità da lui rinnegate nel falso e blasfemo culto del faraone, non in virtù dell'impatto con il braccio destro della donna guerriero, ma in conseguenza dell'azione della lama impugnata dal proprio stesso sodale. L'effettiva dinamica degli eventi, nella loro incredibile rapidità, non apparve subito chiara ai presenti, alle altre guardie già stupite per l'assurda evasione fatta propria dalla loro avversaria, da colei che non avrebbe dovuto raggiungere occasione di sopravvivenza alcuna dalle loro armi, dalla loro scatenata carica, ma, riconsiderando a posteriori gli evidenti effetti, alcuno poté riservarsi concreto dubbio su quanto accaduto: non schierata innanzi alle proprie controparti, fu infatti individuata l'immagine della Figlia di Marr'Mahew, quanto, piuttosto, alle loro spalle, mantenendo stretto davanti al proprio corpo, qual scudo umano, il malcapitato oggetto dell'azione del braccio destro di lei, nel mentre in cui il disgraziato preda della sua mancina, nel futile, vano tentativo di liberarsi di lei, aveva mosso alla cieca la propria spada, aprendo maldestramente, con il filo della sua lama, il ventre dell'altro, nel non comprenderlo qual sfortunatamente lì presente, a involontaria difesa della propria indiretta assassina.

« Ops… » sussurrò ella, aggrottando la fronte nel trovarsi, forse a sua volta inaspettatamente, a sorreggere un uomo già cadavere « Ma fai attenzione, per Thyres… » protestò, alla volta del proprio prigioniero.

Contemporaneamente a tali parole, Midda decise per un nuovo, improvviso, cambio di strategia, lasciando allora ricadere a terra il corpo ormai morto di chi non le avrebbe più offerto utilità di sorta, per potersi concentrare esclusivamente sull'altro, trasferendosi rapidamente alle sue spalle e andando a impossessarsi, con la propria destra così liberata, della stessa destra del proprio avversario, frantumandone con indifferenza assoluta diverse ossa e prendendone prepotentemente il controllo non diversamente da quanto già imposto sul suo stesso collo con la propria mancina.
Ritrovatasi a essere, in tal modo, nuovamente armata e, addirittura, persino protetta dalla presenza di un recalcitrante e pur inerme ostaggio, per la mercenaria non fu complesso riuscire a prevalere, in breve, su altri quattro dei cinque avversari ancora in attesa di un confronto con lei, nella carne dei quali ella non si concesse esitazioni a incidere tristi messaggi di morte con la spada impugnata così attraverso la mano avversaria, in una rievocazione quasi nostalgica di quel proprio lontano passato in cui stringere un'elsa con la destra, altresì che con la mancina, era per lei assolutamente normale, consueto, naturale. Quattro, pertanto, furono i corpi che vennero dilaniati da quella lama, nel concedersi in loro umana e legittima ritrosia a sferrare un qualsivoglia attacco verso di lei, in suo contrasto, nel timore di poter, in ciò, coinvolgere ingiustamente il loro compagno da lei mantenuto prigioniero: un risultato che sarebbe potuto essere addirittura assoluto se solo il quinto e ultimo uomo lì schierato a difesa di quel baluardo, e, attraverso di esso, dell'intera città santa, non avesse votato in favore di una scelta tanto pragmatica quanto brutale, nell'impegnarsi, a dispetto di ogni tentativo proprio dei suoi defunti commilitoni, in un affondo diretto verso il cuore dell'ostaggio, per raggiungere, attraverso esso, quello della propria reale nemica.

« Muori, cagna! » gridò, colmo di dolore e di pena per se stesso, in conseguenza a quanto si era trovato costretto a compiere al solo scopo di tentare di porre fine a quell'assurda invasione.

Un gesto audace, quello così fatto proprio dall'ultima guardia sopravvissuta, il quale, suo malgrado, non si riservò alcuna occasione di vittoria, di sostanziale predominanza sull'avversaria in tal modo condannata a morte. Solo una persona estremamente fredda nel confronto con il proprio stesso cuore, con la propria umanità, infatti, avrebbe allora potuto sacrificare senza esitazione alcuna un proprio sodale per ottenere, attraverso tale uccisione, una possibilità di vittoria contro il peggiore dei propri rivali: un sadico, un assassino di professione, un rinnegato, sicuramente avrebbero allora avuto una speranza di successo in contrasto alla donna guerriero, ma non quella guardia, la quale, pur conducendo a compimento l'azione decisa, scelta qual propria, si riservò ugualmente un fuggevole istante di incertezza, un effimero momento forse utile a chiedere perdono, nel proprio cuore, a chi così tramutato in ostia su un altare di insensata violenza.
Proprio in virtù di tale istante, di quel momento di dubbio, alla Figlia di Marr'Mahew fu donata preziosa intuizione sul desiderio maturato nell'uomo, tale da concederle, nell'attimo in cui l'idea divenne azione, di respingere, con forza, il proprio prigioniero in contrasto al nemico, vanificando quell'immolazione e, nel contempo, non negandosi di possibilità di riprendere possesso della propria lama bastarda, dimenticata a terra a breve distanza, per decretare, con essa, la definitiva conclusione di quella breve battaglia.

« Dannazione! » esclamò, in quello stesso frangente, la voce di Ma'Sheer, facendo capolino da oltre la tanto ambita finestrella, inconsapevole ragione di una tanto drammatica sequenza di morti « Avresti potuto aspettarci… » esplicitò, subito dopo, a spiegazione delle ragioni del proprio disappunto « … in questo modo, altrimenti, ci fai apparire quali presenze del tutto inutili al tuo fianco! »

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