11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

giovedì 24 maggio 2018

2556


Fra tutte le nuove tipologie di armi, e di armi da fuoco che, nel proprio incredibile viaggio fra le stelle, Midda Bontor aveva avuto occasione di scoprire, di conoscere, e, persino, di sperimentare, anche e purtroppo in maniera spiacevolmente passiva, sicuramente le armi al plasma avrebbero avuto a dover essere considerate fra quelle dotate di un potenziale distruttivo maggiore, se non, addirittura, il maggiore in assoluto. Utilizzate a basso regime, simili risorse sarebbero state eventualmente in grado di stordire un obiettivo, proiettando in suo contrasto una pur non gradevole scarica energetica. Utilizzate a medio regime, tali armi sarebbero state altresì in grado di fulminare un bersaglio, nel confronto con un simile principio. Ma impiegate al più alto regime, alla maggiore potenzialità distruttiva, esse sarebbero state in grado di incenerire, se non, addirittura, di disintegrare il proprio obiettivo, di esso lasciando ben poco, se non, addirittura, nulla.
In tempi sgradevolmente recenti, in effetti, la donna guerriero non aveva mancato di ritrovarsi esposta a un attacco al plasma, condotto in maniera infame alle proprie spalle, di sorpresa, da una distanza incredibilmente prossima: attacco che, probabilmente, non aveva ipotizzato di incenerirla ma, comunque, sicuramente, di ucciderla. Uccisione, la sua, che allor non era occorsa solo in grazia al proprio braccio destro, a quella meravigliosa protesi che, alimentata da un nucleo all’idrargirio, aveva assorbito la maggior parte dell’energia di quell’aggressione, permettendole, non senza riportare dolorosi danni, a ciò. Da quel momento, quindi, la Figlia di Marr’Mahew aveva sviluppato due contrapposte emozioni nel confronto delle armi al plasma e del proprio arto artificiale: verso le prime, ovviamente, non avrebbe potuto che considerarsi assolutamente ostile, al punto tale che, francamente, ella non avrebbe mai potuto pensare di impiegarle a discapito di qualcuno in luogo a una più onesta, a una più sincera arma bianca; innanzi al secondo, altresì, non avrebbe potuto che essere indiscutibilmente e ancor più innamorata, paradossalmente e grottescamente grata al periodo di prigionia, e di lavori forzati, al quale si era ritrovata a essere condannata subito dopo il proprio arrivo fra le stelle, per uno spiacevole equivoco giudiziario.
Al di là di tutta la propria personale avversione a quel genere di armi, pertanto, in quel momento, in quel frangente, ella non avrebbe potuto ovviare a riconoscere la straordinaria razionalità propria della meravigliosa ofidiana nell’abbattere quel golem di sabbia: nulla meglio di un’arma al plasma avrebbe potuto arginare la minaccia rappresentata da una simile creatura. E così, in effetti, avvenne…
Il colpo vomitato dall’enorme cannone, infatti, coprì rapidamente la distanza esistente fra loro e il loro antagonista e, giunto esattamente al centro del suo colossale corpo, deflagrò, e deflagrò in una gigantesca sfera di energia luminosa, una sfera di energia luminosa all’interno della quale quell’oscuro nemico venne avviluppato, scomparendo per un fugace istante alla vista e, subito dopo, semplicemente scomparendo, svanendo nel nulla, disgregato nella propria stessa struttura fisica in termini irreversibili, a confronto con i quali alcuna stregoneria, alcun incantesimo, avrebbe potuto allor permettergli di ritornare a minacciarli.

« Ecco fatto! » sorrise, non senza una certa soddisfazione, la squisita Lys’sh, schioccando le dita e lasciando svanire, sotto ai propri piedi, attorno a sé, l’intera torretta che, lì, aveva appena evocato, aveva appena creato, per ritornare a contatto con il suolo e, già che ne stava avendo l’occasione, per sostituire la presenza ormai non più utile di quell’assurda arma, con dei vestiti, con un minimo di abbigliamento in grazia al quale, finalmente, coprire pudicamente le proprie forme pur scevre da qualunque possibilità di critica, al di là della propria natura non umana.
« Scusate se ho tagliato corto, ma, francamente, non credo che ad alcuno fra noi andasse un nuovo estenuante combattimento. » soggiunse immediatamente, esplicitando in tal maniera il perché del proprio intervento, benché, obiettivamente, alcuno fra i presenti, neppure Desmair, avrebbe mai potuto criticare una simile scelta, un tale, mirabile risultato a confronto con il quale, quello che avrebbe potuto essere un sin troppo lungo impegno, improvvisamente era stato nullificato nelle proprie fondamentali ragioni d’essere « E, finalmente, mi sono rivestita anche io… » sottolineò, con una breve piroletta, a evidenziare quanto, ora, il proprio abbigliamento intimo fosse ricoperto da un comodo paio di pantaloni e una maglietta senza maniche, in una scelta semplice, sì, e pur indubbiamente pratica, nell’inconsapevolezza su quanto ancora avrebbero avuto a dover affrontare.
« E ci chiedi anche scusa…?! » ironizzò Carsa, ridiscendendo in mezzo a loro, con ancora i due pargoli in braccio, dall’alto dei cieli, là dove aveva trovato, per la salvezza degli stessi, estemporaneo rifugio, rifugio la necessità del quale, ormai, non avrebbe avuto più a dover essere riconosciuta esistente « Ragazza mia… io credo di essermi appena innamorata di te! »

Nell’ingombro che, allora, quelle bianche ali avrebbero avuto a offrirle, la meravigliosa combattente dalla pelle color della terra lasciò riassorbire simili estremità all’interno della propria schiena, là da dove le aveva già fatte comparire e ricomparire pocanzi, ispirando, indirettamente, per tutti loro, la consapevolezza di quanto, in quel mondo, in quella realtà, soltanto la loro mente, la loro creatività avrebbe avuto a doversi considerare un limite. Scelta, la sua, che venne parimenti condivisa anche da parte di Rín, la quale, in aggiunta, a imitazione anche di Lys’sh, ebbe allora a riporre i due pesanti mitragliatori nel nulla dal quale li aveva lì evocati, pur, ovviamente, non negandosi la possibilità, allora, di continuare a camminare, di poter continuare a sorreggersi sulle proprie gambe, in quello che, se tutto ciò non fosse stato pressoché un sogno, avrebbe avuto a doversi considerare semplicemente un miracolo.
Solo Midda, in tutto ciò, conservò estemporaneamente le proprie ali rossiccio-castane: e non per una qualche particolare esigenza, non per una qualche effettiva necessità, ma, semplicemente, perché nel crescendo degli eventi, ella aveva già avuto occasione di dimenticarsi della loro stessa presenza, della loro semplice esistenza dietro di lei, esistenza nel merito della quale, pur, Tagae e Liagu non mancarono di esprimere il proprio giudizio, non appena furono riappoggiati a terra da Carsa e poterono cogliere l’occasione per correre dalla propria genitrice…

« Mamma! Mamma! » esclamarono quasi in coro.
« Bambini! » sorrise ella, chinandosi per accoglierli a sé, sinceramente grata, in cuor suo, all’antica amica che, lì, in maniera del tutto inaspettata, era allor ricomparsa non soltanto per offrire loro un importante aiuto insperato nella loro maturata confidenza con quel luogo, ma, ancor più, aveva lì concesso la possibilità, l’opportunità a quei due pargoli di eludere quell’ultimo scontro, invero poi risoltosi in maniera più semplice di quanto non avrebbe potuto essere allor previsto, e, ciò non di meno, potenzialmente temibile e dannoso per tutti… e, soprattutto, per quei due piccoli, i suoi due piccoli.
« Che belle le tue ali! » esclamò Tagae, nel mentre in cui ebbe ad abbracciarla e, ovviamente, ad allungare una manina a cercare contatto con il piumaggio delle stesse, in un gesto che, francamente, sarebbe stato più che giustificabile in chiunque, specialmente in un bambino « Le terrai per sempre, mamma?! »
« Oh… » esitò la Figlia di Marr’Mahew, voltandosi appena all’indietro, a verificare la presenza ancor immutata di quelle estremità, non senza una certa sorpresa « … me ne stavo sinceramente scordando. » sorrise in risposta, ricambiando l’abbraccio suo e di Liagu « Ma, per quanto possano essere carine e utili, credo proprio che averle sempre addosso sarebbe complicato negli spazi ristretti della Kasta Hamina… » soggiunse poi, in un’osservazione tutt’altro che priva di senso, così come, lo stesso frugoletto, volle allor confermare dall’alto del proprio giudizio.
« Mmm… hai ragione. » sospirò egli, annuendo appena « Peccato però… sono veramente belle! » insistette, non volendosi negare l’occasione, l’opportunità di ribadire quella presa di posizione, quel giudizio nel confronto con l’immagine attuale offerta dalla propria genitrice.

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