11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

giovedì 1 maggio 2008

112


A
ll’alba del terzo giorno successivo alla sventata incursione dei pirati all’isola di Konyso’M, Mab’Luk riuscì a ritrovare coscienza, sfuggendo alle tenebre della morte in con cui aveva a lungo danzato in conseguenza delle ferite subite. Esse non erano state sufficientemente gravi da costargli immediatamente la vita, ma da lì a considerarlo lontano da ogni pericolo la strada era stata impervia, attraversando fra l’altro un violento sfogo febbrile derivato dall’insorgere di diverse infezioni. Egli era comunque un ragazzo giovane e forte, cresciuto in un ambiente sano ed estraneo a qualsiasi vizio utile ad indebolire il suo corpo, a rendere esili le sue difese contro i mali del mondo, e così riuscì a superare il peggio, ad allontanarsi dal pericolo di una prematura conclusione del proprio cammino nel mondo.

« Heska… »

Le prime sillabe che le sue labbra riuscirono a pronunciare ancor prima che egli ritrovasse la forza o il desiderio di riaprire gli occhi furono rivolte ovviamente all’amata, alla sua dolce, meravigliosa promessa sposa che un fato beffardo aveva allontanato da lui un istante prima che il fatidico “sì” potesse essere pronunciato.

« Chiamate l’alcalde. » esclamò una voce che il giovane non seppe riconoscere in quel momento di smarrimento « Mab’Luk sta riprendendo i sensi. »

Il ragazzo dai capelli rossi, per un lungo istante, non riuscì a fare mente locale su cosa potesse essere accaduto: la sua mente, ancora stordita dal lungo e malato sonno di guarigione sembrò rifiutarsi di concedergli chiaro ricordo sugli ultimi eventi, ma egli avvertendosi indolenzito, ferito in diversi punti del corpo non poté evitare di sforzarsi per cercare di recuperare memoria sugli eventi occorsi. Rivide pertanto se stesso e la propria amata nella piazza principale della città, al centro dell’intera popolazione e davanti all’alcalde, nell’atto di iniziare a pronunciare i propri voti d’amore nei confronti di colei a cui solo si desiderava concedere per il resto della propria esistenza. Sentì nuovamente nelle proprie orecchie, in quel viaggio mnemonico, il grido dall’arme che lo aveva interrotto, che gli aveva impedito di proseguire oltre: pirati, i pirati stavano per giungere all’isola. Nella sua mente, egli levò ancora con enfasi la mano per salutare Heska, per cercare di incoraggiarla con il proprio entusiasmo nonostante comprendesse perfettamente l’angoscia che invece stava bloccando ella dal ricambiarlo, dall’offrigli un eguale saluto. Ed essi giunsero: i predoni del mare contro cui vide partire proprio padre ed il padre della propria sposa, pescatori oltre che fabbro e carpentiere come quasi chiunque nell’isola, quasi nella ricerca di una nuova vendetta per gli antichi torti, quasi alla ricerca di un nuovo sangue a rendere giustizia a quello delle mogli perdute.
Solo in quel momento il giovane si rese conto di non essere riuscito a dire nulla di sensato ai propri due padri, di non essere riuscito ad offrire loro un saluto degno di poter essere l’ultimo laddove essi, forse, non avrebbero fatto ritorno. Perché la missione di tutti quegli uomini, tutti reduci della precedente e violenta incursione dei bucanieri, non aveva previsto un domani, non aveva desiderato un futuro per i propri protagonisti, quanto per i loro figli, per le loro famiglie.

« Padre… » sussurrò a quel punto, ancora ad occhi chiusi.

Mab’Luk temette di rioffrire lo sguardo al mondo, nel terrore di aprire gli occhi e ritrovarsi ad osservare la desolazione della morte, quell’orrore che nella sua memoria era stato sepolto tredici anni prima e che, egoisticamente, infantilmente forse, non desiderava riesumare. Aveva perduto già una madre, vedendo la propria innocenza fanciullesca distrutta in tale privazione: perché avrebbe dovuto accettare anche la dipartita di un padre in coincidenza dell’unico giorno che aveva domandato di pace agli dei, nella sola data che desiderava rendere speciale nella propria vita?
La vita, nell’arcipelago di Lodes’Mia, era troppo serena, troppo tranquilla nella propria normalità per permettere ai figli di quelle terre di poter maturare l’accettazione della morte al pari di altri, similmente a coloro che, al contrario, nascevano e crescevano negli orrori delle peggiori barbarie e che, da essi, ne venivano forgiati nell’animo e nel corpo, privandosi di forse troppe stupende realtà che avrebbero potuto altrimenti vivere. Impossibile, in effetti, comprendere se sbagliata poteva essere la reazione di rifiuto della realtà del giovane dell’isola o, piuttosto, quella di rifiuto della speranza di molti altri suoi pari dei continenti: certo, invece, era che nel momento in cui tali situazioni finivano per incrociarsi, come era lì accaduto, inevitabilmente un immane dolore ne sarebbe derivato, nella perdita di ogni certezza, nello smarrimento di ogni principio.

« Mab’Luk… mi senti? »

Una voce cercò di richiamare l’attenzione del promesso sposo alla realtà, richiedendogli di riprendere quel processo lasciato interrotto a causa dei propri timori, delle proprie paure, per comprendere ciò che era accaduto, come si era potuto salvare da una morte certa. Alla di lui mente, infatti, ritornarono le immagini delle cinque dozzine di pirati giunti sull’isola, quelle scialuppe da lui individuate in grazia degli dei, pronti ad ucciderli, a distruggerli, a rendere storia il loro presente ed il loro futuro: contro di essi i giovani e gli adulti rimasti sull’isola si erano armati, disposti ad offrire la propria vita per la difesa di ciò che amavano, a soccombere contro un’ira incontenibile nei loro avversari. Ed in quella rapida conclusione della ricostruzione dei propri pensieri, egli non poté non rivedere la fiera Marr’Mahew, dea della guerra, nelle forme di una donna straniera giunta naufraga dal mare: egli si ritrovò, ancora ad occhi chiusi, ad osservare il corpo meravigliosamente femminile di quella creatura, in curve prosperose come mai gli era stato concesso di poter ammirare in passato, muoversi con impeto primordiale e temibile, simile ad una tempesta, nel seminare morte attorno a sé armata di una spada e di un martello. Con immagini sbiadite di una memoria quasi perduta nella perdita di sensi che aveva vissuto, egli rivide lampi di luce azzurra scatenarsi dalla lama di quella signora della distruzione, falciando senza indecisioni, senza imprecisioni, i corpi avversari, mutilandone gli arti e le teste, accompagnandosi o, forse, alternandosi con il pesante strumento di creazione, quale era quello del fabbro, divenuto in quel mentre un’arma di rovina, nel frantumare ossa e crani, schiacciando uomini e donne come semplici insetti.
Quei pochi ricordi che gli furono concessi apparvero al contempo spaventosi ed ammalianti, osceni ed affascinanti: la morte da offerta da quella donna con gli occhi di ghiaccio appariva quasi come il frutto meraviglioso delle fatiche di un artigiano, di un artista. O, forse, come la danza sensuale e proibita di un’odalisca y’shalfica, di cui alcune ballate diffondevano memoria anche nelle sperdute isole del loro tranquillo arcipelago.
Ed il giovane aprì di scatto gli occhi, ansimando spaventato dai propri stessi pensieri.

« Mab’Luk… calmati. » disse con tono tranquillo l’alcalde Hayton, chino sul corpo del giovane, nel notare delle gocce di sudore imperlare improvvisamente la di lui fronte « La battaglia è finita. »
« Alcalde… » sussurrò egli, in risposta « Cosa è accaduto? »
« Abbiamo vinto. » comunicò l’uomo, nella propria consueta tranquillità « Molti sono stati i sacrifici, le perdite che abbiamo subito, ma la nostra isola è salva e la storia non ha avuto modo di ripetersi. »

A quelle parole il ragazzo, sforzando un corpo che gemeva per dolori mai conosciuti prima e che lo attraversavano da parte a parte, cercò di porsi a sedere su quello che riconobbe quale il proprio stesso letto nella casa di suo padre.

« Heska? » domandò con una certa agitazione.

4 commenti:

coubert ha detto...

Bella domanda, Mab'luk...

Comunque, da come la ricorda lui, Midda sembra quasi Xena :lol:

Sean MacMalcom ha detto...

Lol! :D

Midda però è più vestita di Xena! :)))

coubert ha detto...

Mica è un punto a suo vantaggio :P

Sean MacMalcom ha detto...

Touché! :D