11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

venerdì 14 settembre 2012

1700


Scena IV

(La scena inizi laddove si era conclusa la precedente, con il corpo di Kona ancora esposto al centro del palco. Dalla destra entrino quattro figuranti anonimi, conducenti seco un largo lenzuolo bianco, che, qual sudario, venga adagiato sopra il corpo, per celarlo, finalmente, al pubblico. Nel mentre in cui questi escono da sinistra; dalla destra entrino altri quattro figuranti anonimi, conducenti seco, a coppie, due ceste colme di fiori freschi, appena colti, che, quasi a richiamare l’eterea dolcezza della defunta, la ricoprano completamente, creando la delicatezza e la beltà degli stessi il suo sepolcro.)
(Per qualche istante nessuno si mostri sul palco, quasi a non voler turbare il riposo della vittima. Poi, per primo, compaia il principe, accompagnato dal proprio consigliere.)
(Entrano Mu’Sah e Sha’Maech, da sinistra.)
(Il principe, con passo solenne e viso contrito, dimostri tutto il proprio rispetto per la defunta già con la propria mera presenza: alcun vincolo, difatti, gli imporrebbe di presenziare alla cerimonia funebre di una serva. Ciò nonostante, per quanto è accaduto e per come questo è accaduto, non si è voluto sottrarre a tale obbligo. Sha’Maech appaia a dir poco affranto: sebbene sarebbe suo desiderio quello di contenere tutte le emozioni nel profondo del suo cuore, egli non riesca a evitare di piangere. E piangere a dirotto, singhiozzando il nome della defunta.)
(Dopo qualche istante in silenzio innanzi alla tomba, entrambi si allontanino tornando da dove sono entrati.)
(Escono Mu’Sah e Sha’Maech, a sinistra.)
(Ancora silenzio caratterizzi il vuoto sul palco, riempito, in parte, dal feretro immobile e immoto. Segua al principe la moglie, la quale, completamente avvolta in un abito nero, non mostri neppure il proprio volto, celato dietro a un velo che le offra non solo un’apparenza funerea, ma, ancor più, imponga all’attenzione di chi guarda l’impressione di un sudario, nero come solo la morte può essere.)
(Entra Ah'Lashia, da destra, accompagnata da alcune serve.)
(Eterea, più simile a spettro che a donna, la signora del palazzo si avvicini alla tomba e, con fare naturalmente elegante, si genufletta innanzi alla medesima. Un gesto, malgrado tutta la dignità da lei posta nel medesimo, estremamente stanco, trasparente di una spossatezza per lei psicologica ed emotiva, ancor prima che fisica. Le prove a cui ella è stata e si è sottoposta sono state eccessive, e la morte di Kona sembra solo aggiungere altro liquido a un recipiente già saturo, e che presto, per questa ragione, si rivolterà. Le serve accanto alla loro padrona si dimostrino più inutili e superflue di quanto, chiunque, potrebbe mai apparire: alcuna di loro tenti di consolare la principessa consorte, preferendo parlottare fra di loro nel merito di quanto accaduto, e delle responsabilità psicologiche della loro stessa padrona in quanto è accaduto… ovviamente ignorando la verità dei fatti non solo in merito al tragico fato di Kona ma, anche e ancor peggio, a quello dello stesso soggetto oggetto delle loro critiche, del loro chiacchiericcio.)
(Riservandosi qualche istante in più rispetto al marito, anche Ah’Lashia, alfine, si levi nuovamente in piedi e si diriga, nuovamente, là da dove è pocanzi sopraggiunta, per poter scomparire nel medesimo silenzio dal quale è comparsa solo per rendere il proprio doloroso omaggio a quella giovane vittima.)
(Esce Ah’Lashia, da destra, seguita da tutte le sue serve in palco.)
(A breve distanza dal padre e dalla madre, ultima e, forse, più fra tutte importante, si palesi Ah’Reshia, sorgendo fra il pubblico e, con passo incerto, con avanzare tremante, si avvii in direzione del palco e, con esso, delle proprie responsabilità in quella morte.)
(Entra Ah’Reshia, da sinistra.)
Ah’Reshia – Mio padre, colpevole, non si considera tale, per quanto è accaduto. (Sospira, quasi sottovoce, lasciando comunque l’occasione di ascoltarla a chiunque.) Mia madre, innocente, viene altresì additata qual colpevole, per quanto è successo. (Prosegue, in una tragica analisi dei fatti.) E io…?! Io che pur innocente mi sento colpevole per tutto questo, come dovrei essere considerata?
Sciocca, forse. Pazza, sicuramente. Pazza, per lo meno, quanto sufficiente a colpevolizzarmi per una morte che non mi può essere imputata e, ancor più, a spingermi a parlare continuamente da sola o, forse, con gli spettri. Spettri della mia fantasia, sia chiaro… non spettri veri.
Come Midda, prima… (Sospira e, nel mentre di tale sospiro, dal fronte destro, Midda Bontor, or non più vivace, non più colma di energia e passione qual pocanzi, ma semplice immagine di sfondo, ombra di ciò che è stata e di ciò che prima, Ah’Reshia, l’ha voluta far essere.)
… o come la mia povera amica Kona, adesso. (Soggiunge e, nel contempo, due mani, da sotto il telo sepolcrale, si levino e, poco dopo le medesime, si sollevi anche Kona, ponendosi a sedere e, spargendo tutto attorno a sé, i fiori che pocanzi la ricoprivano. Come Midda Bontor, tuttavia, non dimostri alcuna particolare vivacità, presenza effettivamente spettrale e, necessariamente, inquietante, che fissi la propria interlocutrice in un silenzio a dir poco assordante.)
Pazza.
E’ questo che sono? Ed è stata la mia pazzia a condurci a tutto questo?!
E’ stata la mia pazzia a uccidere la povera Kona? O a condannare Mu’Rehin?!
E’ stata la mia pazzia a evocare Midda Bontor? O a uccidere mio zio Mu’Reh?!
E’ stata la mia pazzia a seviziare mia madre, con l’impugnatura dell’arma di mio padre?!
Se sì, allora la mia pazzia ha un nome. E il suo nome è Mu’Sah Ul-Geheran, principe di questo castello.
Perché è stato lui a seviziare sua moglie, mia madre, con l’impugnatura della sua arma.
Perché è stato lui a uccidere suo fratello, mio zio. E solo a seguito di questi eventi ho avuto necessità di richiamare a me l’immagine di qualcuno in grado di proteggermi. Qualcuno in grado di difendermi da eventi altrimenti per me insostenibili e inaccettabili. Qualcuno come Midda Bontor.
Perché è stato lui a condannare Mu’Rehin. Ed è stato un uomo a lui fedele a scoccare la freccia che ha ucciso la povera Kona.
E’ stato Mu’Sah, mio padre, a condurci a tutto questo… amica mia.
(Parole che, in questo accenno finale, si comprendano quali rivolte a Kona, rimasta sino a quel momento in quieto silenzio, immobile nella posizione assunta alla propria estemporanea risurrezione.)
Mu’Sah. Che io ho adorato sin da bambina.
Mu’Sah. All’ombra del quale ho sognato il mio avvenire.
Mu’Sah. Che per primo a tutti i miei sogni si è opposto, amandomi, certo, ma non abbastanza da permettermi di estraniarmi alle stupide convenzioni di questo regno e, soprattutto, del suo ceto, del suo nobile lignaggio.
Mu’Sah. Sotto l’influsso del quale mia madre soffre da anni, spegnendosi lentamente in una lunga e straziante agonia che non ho mai pienamente compreso e che, solo ora, inizia a risultarmi palese nelle proprie cause e motivazioni.
Mu’Sah. Che tutto e tutti ha sempre voluto dominare, pur non intendendo. E che, per ciò, ha agito più spinto dall’ira che dalla ragione. Più dalla propria violenza che dalla propria autorevolezza. Distruggendo la maggior parte di quanto da lui toccato. Di quanto da lui sfiorato.
Questo è mio padre.
Questo è l’uomo che io ho amato come solo il cuore di una bambina può amare il padre.
Questo è l’uomo che io ho adorato come solo lo sguardo di una bambina può adorare il padre.
E questo, anche, è l’uomo che ha distrutto tutto il mio mondo, spingendomi non distante dal baratro di follia sul quale anche mia madre, da troppo tempo, ciondola in equilibrio.
(Interrompendo, per un fugace istante, il proprio monologo, Ah’Reshia avanzi sino al raggiungere il fianco della propria amica, lì genuflettendosi e, a lei, tenendo le proprie mani, in segno di quieta offerta. E Kona la continui a osservare, passiva, priva di qualunque volontà di reazione a quel gesto, quasi nulla fosse avvenuto innanzi a lei, quasi ella stessa non le fosse presente in fronte, benché, altresì, lì effettivamente presente e a lei invocante.)
Ah’Reshia - Io ucciderò mio padre, amica mia. (Riprenda voce, affermando con tono fermo, privo di particolare emotività.)
Lo ucciderò, come ho già promesso. Facendo mia, nella tua morte, un’ulteriore ragione, ulteriore motivazione utile a condurre a termine tale proposito.
Perché alcuno, in futuro, abbia a patire la sofferenza che ti è stata imputata.
Perché alcuno, in futuro, abbia a patire la sofferenza che è stata imputata su mia madre.
Perché alcuno, in futuro, abbia a sentirsi traditi, come io mi sto sentendo.
Egli ha commesso un errore. Due errori. Tre errori. Tre delitti. E per ognuno di questi delitti, egli pagherà con il suo sangue. E non sarò soddisfatta sino a quando non avrà invocato la morte qual dolce oblio per tutto il dolore che gli sarà proprio. Per tutta la sofferenza che avrà a patire.
Chi ha dato, riceverà. Chi ha subito, sarà vendicato. (Storce le labbra verso il basso, interrompendosi nuovamente, per accompagnare alle parole una qualche azione.)
(Levi, quindi, ora una mano a cercare un contatto diretto con la propria amica. Ma questa si lasci allora nuovamente andare al suolo, ritraendo sopra la propria testa il telo che prima l’aveva ricoperta e, in ciò, scomparendo ancora una volta alla vista di tutti, Ah’Reshia inclusa.)
Ah’Reshia - Addio amica mia. (Geme, ora con il pianto e la rabbia che, quasi, le impediscono di parlare, passando dalla fredda quiete precedente a un improvviso scatto d’ira e di malinconia, irrefrenabile e a stento frenato.) Addio, Kona.
Con te muore la parte migliore di me. Con te muore la mia giovinezza. (Pianga, senza nascondersi ulteriormente.) Con te muore la mia innocenza.
Ti ho amata, qual sorella, e ti ho perduta. Mi hai amata, qual sorella, e mi hai perduta.
Siamo state separate, Kona, sorella mia. Ma, in sfida agli dei se sarà necessario, io ti giuro che un giorno ci rincontreremo. (Prometta, levando lo sguardo verso il cielo, a porre in essere quella stessa sfida appena annunciata.) E, quando ciò avverrà, io a te mi presenterò con sguardo fiero, non qual penitente imperdonabile, ma qual feroce vendicatrice, che il tuo sangue non avrà lasciato qual ultimo a bagnare questa terra maledetta.
(Chini il capo, ora sconsolata, coprendosi il viso con entrambe le mani in quello che, incontenibile e non più contenuto, diventa un pianto disperato.)
Ah’Reshia – Ti vendicherò, sorella mia. (Singhiozza.) Ti vendicherò.

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