11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

martedì 11 settembre 2012

1697


Ah’Reshia – Io… io non riesco a comprendere, padre. (Ammette, sincera.) Tuttavia sono pronta a adeguarmi al tuo volere, come sempre. (China il capo, remissiva oltremodo.)
Mu’Sah – Non riesci a comprendere che tua madre e io ti amiamo più della nostra stessa vita…?! (Domanda, perdendo di vista il senso delle parole della figlia.)
Ah’Reshia – No… non riesco a capire cosa tu possa credere che sia avvenuto, in questi mesi, tale per cui il mio rango e il tuo potere dovrebbe comunque proteggermi. (Questiona, con fare ancora docile, e tono del tutto privo di polemica qual, pur, potrebbe essere suo in questo momento.) Ti ho offeso in qualche modo, padre…?!
Mu’Sah – No, figlia mia. No. (Scuote il capo, liberandola dall’abbraccio per tornare a guardarla dritto in volto.) Qualunque cosa possa essere accaduta… nulla, che ti appartenga, potrebbe offendermi.
Ah’Reshia – Nulla… che mi appartenga…?! (Chiede, sempre più smarrita.)
Mu’Rehin – Mio signore… io non credo che tua figlia sia in grado di comprendere la gravità intrinseca nelle tue preoccupazioni. Ella è ancora pura, come il giorno in cui è fuggita dalla tua corte… (Interviene, cercando di giungere al bandolo della matassa, prima che il discorso possa scendere in toni tali da stuzzicare quella parte di Ah’Reshia che, attualmente, sembra stata posta a riposo, quasi due diverse identità coesistessero all’interno di un solo corpo.)
Mu’Sah – Che gli dei siano lodati per questo! (Esclama, sospirando profondamente alla notizia.) Nulla togliendo alle mie precedenti promesse, l’ultima cosa che avrei desiderato sarebbe potuto essere un nipote bast… (Esita a concludere tale asserzione, nell’osservare gli occhi sgranati e confusi della figlia.) … un nipote frutto della violenza, da parte di chissà quale cane infame.
Ah’Reshia – Un nipote frutto della violenza…?! (Ripete, sollevando la destra a coprirsi la bocca e, in ciò, a celare parzialmente un’espressione attonita.) No. No. No, padre. Nulla di tutto ciò è avvenuto. Mi sarei suicidata, piuttosto che condurre con me l’onta della vergogna derivante da qualcosa del genere…
Mu’Sah – Le tue parole rendono onore alla nostra famiglia, figlia mia. Ma è bene che certe preoccupazioni non ti turbino, né ora, né mai. (Afferma, convinto.) Tu sei una principessa d’Y’Shalf, ultima erede di una dinastia gloriosa, nobile ancor prima della fondazione di questo stesso regno. E, qualunque cosa ti sarebbe potuta succedere, e in grazia agli dei non è avvenuta, alcuna colpa ti sarebbe mai potuta essere addotta neppure dal sultano in persona.
Ah’Reshia – Colpa…? (Sempre sbalordita a livelli tali da confonderla.) Se fossi rimasta vittima di una violenza… avrei avuto colpa di qualcosa?! (Cerca di comprendere, passiva a ogni parola del padre, non dissimila da una bambina che cerca di comprendere i confini che distinguono il giuoco dalle marachelle.)
Mu’Sah – Questo è un discorso troppo complesso… e soprattutto inutile… da affrontare in un momento qual quello che stiamo vivendo. (Cerca di deviare dalla questione nella quale sono state le sue stesse parole a gettarlo.) Mu’Rehin, te ne prego: cerca Reja e chiedile di incaricarsi della cura di mia figlia, così come ha sempre compiuto. Rassicurala dicendo che ella non subirà punizione per quanto è accaduto, essendo stato appurata un’assenza di complicità da parte sua nella fuga di mia figlia.
Mu’Rehin – Sì, mio signore. (Annuisce, prima di voltarsi e dirigersi verso il fronte sinistro del palco, da dove è entrato.)
(Esce Mu’Rehin.)
Ah’Reshia – Padre… per quale motivo da quando sono rientrata, non ho sentito uscire dalle tue labbra altra preoccupazione che quella rivolta a delle possibili colpe? (Insista, sempre smarrita.) Responsabilità mia per un’eventuale violenza. Responsabilità dell’affettuosa Reja per… la mia fuga, se tale è stata. (Riassume, sempre con tono più prossimo al pianto che alla polemica.) Per quale ragione deve esistere una colpa e, soprattutto, deve essere imputata a noi?!
(Il principe si arresti, posto in una sgradevole posizione da una domanda tanto semplice. La sua adorazione per la figlia è totale, ma il suo legame alle tradizioni patriarcali non è da meno. Ha ben capito il senso dell’interrogativo propostogli, ma, volontariamente, finge di no.)
Mu’Sah – Imputata a… chi? (Chiede, aggrottando la fronte.)
Ah’Reshia – A noi… a noi donne. (Puntualizza, con tono inalterato rispetto a prima.) Manca solo che tu trovi una scusa qualunque per incolpare anche mia madre e, poi, il trionfo sarebbe completo!
Mu’Sah – Trionfo…?! No, Ah’Reshia. Non dire così. (Scuote il capo, vigorosamente.) Non esiste alcun trionfo da parte mia. Né una qualche volontà in opposizione a… voi donne. (Cerca di mitigare il tutto.) Figurati poi se potrei mai avere ragione di levare la voce, o la mano, in contrasto a tua madre… a colei che ti ha messa al mondo a che ti ha cresciuta in tutti questi anni. Adoro lei e adoro te, lo capisci, vero?!
Ah’Reshia – E, allora, perché continui a parlare di colpe…?!
Mu’Sah – Perché sono vecchio e stupido, bambina mia. Solo per questa ragione, credimi. (Le sorride, ora, sinceramente pentito delle parole prima pronunciate.) Considera che ormai sono prossimo ai quarant’anni e, quando si invecchia, si inizia a perdere facilmente di vista una prospettiva più amplia in favore, magari, di un dettaglio altresì del tutto insignificante.
Ah’Reshia – Comprendo, padre… (Annuisce, ora palesandosi più tranquilla, seppur forse non ancora pienamente convinta da quelle spiegazioni.) E ti domando scusa per le mie parole, ingiuste nei tuoi confronti. (Soggiunge, concedendosi sinceramente pentita di averlo spinto a quell’ammissione di vecchiaia.)
Mu’Sah – Non hai nulla di cui chiedermi scusa, figlia mia. (Scuote il capo.) A te tutto deve essere concesso. Persino, se necessario, rimproverare tuo padre laddove egli si comporti in termini che tu non riesci a comprendere. Perché l’amore che tua madre e io proviamo per te è privo di confini… e mai, mai, lei o io vorremmo porti in una situazione di incertezza, di dubbio sul tuo presente o sul tuo avvenire, tale da spingerti a lasciare questa dimora che è la tua casa e che, un giorno non lontano, sarà il tuo palazzo e la tua corte.
Ah’Reshia – Non parlare così, padre. No ho mai avuto ragioni per abbandonarvi. Mai. (Gli conferma, concedendogli quella sicurezza della quale, probabilmente, egli ora più che mai abbisognava.) E se è anche avvenuto qualcosa in tal senso… beh… è dimenticata. E, qual tale, certamente era priva di importanza.
Mu’Sah – Abbracciami, figlia… abbraccia il tuo vecchio padre, immeritevole di tanta fedeltà da parte tua. (Le richiede, offrendosi a lei con le braccia spalancate.)
(Nuovo tenero abbraccio fra padre e figlia, nel mentre in cui, sul fronte sinistro del palco, ritorni Mu’Rehin, accompagnato, come richiestogli, da Reja.)
(Entrano Mu’Rehin e Reja.)
Reja – Ah’Reshia! (Esclama, non riuscendo a contenere la propria emozione nel rivedere quella fanciulla che, ai suoi occhi, è anche figlia sua non di meno di quanto non lo sia per i principi.)
Ah’Reshia – Reja! (Risponde, staccandosi a malincuore dal padre solo per voltarsi e correre verso di lei, per a lei abbracciarsi con tenerezza.) Oh, Reja… quanto mi sei mancata.
Mu’Sah – Nutrice… prenditi cura di mia figlia. (Ordina, con tono imperioso ma, allo stesso tempo, quieto.) Ella necessita di essere lavata e sfamata, ripulendola dal ricordo dell’orrore di questi mesi lontana da casa. (Definisce, a compendio della propria richiesta.)
Reja – Sarà un piacere, mio principe. (China il capo, ancora abbracciata alla fanciulla.)
Mu’Rehin – (Prendendo inaspettatamente voce.) Se il mio signore lo concede, vorrei conferire per qualche istante con te. (Si rivolga verso il principe, con tono composto e apparentemente sereno.)
(Uno sguardo, in conseguenza a quelle parole, si indirizzi da Ah’Reshia a Mu’Rehin, cancellando per un fugate istante, dal volto della giovane, l’immagine di debolezza fisica e mentale sino a quel momento dimostrata, per riportare la temibile e letale freddezza con la quale era ricomparsa agli occhi del cugino. Il messaggio intrinseco a quello sguardo è chiaro: “Questo non era nei piani.”. Ma, ora, Ah’Reshia è bloccata all’interno del ruolo che ha abbracciato, qual fanciulla indifesa e fragile, e non può rischiare di compromettersi per un’improvvisata del cugino.)
Mu’Sah – Certamente… (Annuisce alla richiesta rivoltagli.) A dopo, Ah’Reshia. A dopo, Reja. (Soggiunge congedando le donne.)
(Escono Reja e Ah’Reshia, da sinistra, senza aggiungere una sola parola.)

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