11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

mercoledì 20 agosto 2008

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N
ella limitata comprensione di ciò che le si offrì davanti agli occhi durante l’osservazione dei meccanismi d’attivazione di quel complesso sistema di sicurezza, la donna guerriero poté denotare una struttura tutt’altro che elementare composta da una serie di contrappesi tutti in stretta connessione l’uno con l’altro. Nella tranquillità concessa da quel passaggio, da quello stretto cammino scavato a fianco di tutto ciò, la donna si concesse un minimo di studio nei riguardi di un simile sistema, per quanto poco riuscisse a comprenderne, derivando quale ipotesi più ovvia e solida quella che prese in considerazione la possibilità che il movimento di tutte le porte all’interno del passaggio sopra di lei non derivasse da singoli comandi imposti su ogni soglia ma addirittura da un solo ordine, che ponesse in azione l’intero complesso in conseguenza dell’esigenza di accesso o uscita dal carcere. Paradossalmente, pertanto, per ella apparve più agevole e rapido il passaggio sotterraneo scoperto, per quanto il futuro lì concesso le sarebbe stato ignoto fino all’ultimo piede percorso nella possibilità di ulteriori ostacoli in esso, rispetto a quello che in tal modo stava aggirando: pur ammettendo, infatti, di scoprire in qual modo attivare l’intero meccanismo, ritrovando attraverso di esso possibilità di uscire dal Cratere, nel ripercorrere quella strada ella si sarebbe stata al ritmo imposto dai singoli movimenti delle pesanti soglie in pietra, in alcun modo diversamente disponibili. E come, comunque, il pericolo si sarebbe potuto imporre su di lei all’interno della via scelta, uguale rischio avrebbe gravato su di lei anche attraverso il percorso superficiale, nella possibilità di essere individuata e, in virtù di un qualche sistema di blocco d’emergenza, essere rinchiusa per sempre in quel tunnel dal quale non avrebbe mai potuto trovare fuga o speranza di libertà al di fuori di quella definita “morte”.
Nell’affrontare quel cammino e nel ripensare alla soglia lasciata aperta alle proprie spalle, ella non poté evitare di sorridere amaramente per l’ennesima conferma di quanto la di lei presenza all’interno del carcere avrebbe potuto dare vita ad una reazione a catena dall’imprevedibile conclusione. Se davvero, infatti, la via nella quale ella si stava inoltrando l’avesse condotta verso la realtà che in quei giorni, in quelle settimane le era stata negata, l’evidente presenza di quella nuova porta proposta sulla parete interna del vulcano avrebbe senza dubbio rappresentato per tutti gli abitanti lì rinchiusi la speranza per un futuro diverso, l’alternativa alla condanna imposta su di essi o sui loro antenati. Ovviamente ciò sarebbe potuto accadere solo se e quando essi fossero stati in grado di trovare il coraggio, l’autodeterminazione e la coscienza necessari per decidere di affrontare un mondo per loro completamente nuovo: vasti territori completamente diversi da quelli che ormai avevano imparato a considerare come propria casa; persone nuove ed assolutamente estranee rispetto alla semplificazione presente nella prigionia di quelle mura naturali; sfide tanto pericolose o, addirittura, tanto crudeli che per la maggior parte di loro sarebbero risultate inimmaginabili. Un’esistenza che, per tanto, agli occhi della maggior parte delle persone lì segregate sarebbe probabilmente apparsa non meno aliena di quanto a Midda era risultata essere la situazione inversa. Impossibile, quindi, ipotizzare se di fronte a tutto quello e davanti alla fine di Jodh’Wa, principale risorsa fisica concessa alla giovane Sa-Chi per il mantenimento del proprio potere e del proprio ruolo, El’Abeb avrebbe realmente offerto a tutti coloro che da lui dipendevano, che a lui si erano affidati, la libertà promessagli o se, al contrario, egli non avrebbe cambiato idea, nel timore per una realtà tanto lontana da tutto ciò che a sua volta si era abituato a conoscere e, forse, ad apprezzare.
Non concedendo ulteriore attenzione a quel pensiero, Midda riportò la propria concentrazione unicamente alla prova che probabilmente presto avrebbe dovuto affrontare, laddove quel passaggio sotterraneo avrebbe potuto trovare una prima naturale conclusione proprio nel raggiungimento della sala dei cerberi, non offrendole possibilità di evitare il mortale pericolo da essi rappresentato. Ritrovandosi in una situazione di netta inferiorità, non solo per il numero degli avversari ma anche per l’assenza di armi degne di essere definite tali a sua disposizione, la donna si impose quale sola preoccupazione quella della scelta di una strategia utile a sconfiggere i propri avversari, del vaglio di una tattica da attuare nel superamento di quella prova. In effetti, nel proporsi contro creature di un simile stampo, difficile era prendere in esame un qualche piano d’azione: elaborare ipotesi risultava essere senza dubbio un’interessante attività mentale, ma nulla di più di questo laddove priva di qualsiasi informazione sulla psicologia dei propri avversari si ritrovava ad essere ella. Diversa era, infatti, la pianificazione di una battaglia, la scelta delle azioni e delle reazioni in un combattimento contro altri esseri umani, il cui pensiero poteva essere analizzato, studiato ed, eventualmente, utilizzato anche come arma contro loro stessi: in opposizione a simili avversari, invece, tutto sarebbe stato e sarebbe sempre rimasto semplicemente un azzardo, un giuoco di fortuna in cui la di lei sorte si sarebbe decisa prevalentemente in conseguenza dell’abilità che avrebbe dimostrato nel porsi istantaneamente alla ricerca di un vantaggio sui propri nemici, al di là di qualsiasi idea si fosse creata un attimo prima.
Come previsto, dopo aver ripercorso circa ottanta piedi, superando i tredici gruppi di contrappesi propri dei meccanismi attualmente abilitati nella chiusura delle soglie sopra di lei, il cammino sotterraneo fino a quel momento sereno offertole si interruppe di colpo, nel confronto con una breve risalita ed una parete apparentemente compatta, una porta probabilmente del tutto simile a quella che aveva dischiuso sul versante opposto. Quasi privata della luce della torcia che aveva condotto con sé, ormai consumata, la donna pose nuovamente la propria mano sinistra a percorrere la superficie offertale, certa questa volta di riuscire ad individuare, dall’interno, il meccanismo che ne avrebbe concesso l’apertura: se dall’esterno, infatti, l’unica possibilità offertale per farsi strada attraverso quel varco era risultata essere la forza, dall’interno un mezzo diverso avrebbe dovuto attenderla, avendo servito prima di lei coloro che tutto ciò avevano ideato e costruito. In momenti come quelli, meno rari di quanto altri avrebbero potuto immaginare, ella rimpiangeva sinceramente la perdita della mano destra, nel limite imposto dall’utilizzo unico della mancina laddove alcuna sensibilità era donata al metallo dell’arto artificiale: in conseguenza di tale mancanza di percezioni sensoriali, ovviamente ella era anche posta in difficoltà nella gestione delle armi, laddove non avrebbe mai potuto maneggiare una spada in maniera efficace con quella mano, nell’impossibilità a saggiarne gli equilibri, i pesi, le vibrazioni come altresì le era concesso dalla propria carne. Nonostante tutto, però, il tempo si propose a favore della mercenaria in tale ricerca: ormai ella poteva infatti considerarsi relativamente protetta dal pericolo rappresentato dagli abitanti del Cratere e, presto o tardi, avrebbe trovato ciò che ricercava.. Il di lei pensiero, la di lei opinione a quel riguardo ritrovò effettivamente conferma dopo breve, nel momento in cui le di lei dita sfiorarono una leva posta accanto al di lei corpo prima sfuggita allo sguardo nella quasi totale assenza di luce e nel colore pressoché uniforme di tutta quella realtà lavica.
Nel spingere con forza la leva verso il basso, il meccanismo che all’ingresso ella doveva aver forzato con la violenza dei propri colpi si azionò in maniera naturale, conducendo la soglia lentamente e rumorosamente schiudersi davanti a lei ed offrendole, in ciò, nuova luce e la possibilità di una nuova mortale sfida. Rapida ella estrasse il primo dei pugnali, stringendolo nella sinistra e ponendosi in guardia con la destra davanti a sé, a protezione del proprio corpo, senza avanzare ulteriormente verso la sala propostale oltre quell’apertura, ambiente che già conosceva, che già aveva avuto modo di osservare nel percorso d’accesso al carcere, e che sapeva le avrebbe donato ben cinque cerberi in libertà, pronti a squartare le di lei carni con i propri denti, con gli artigli simili a lame. Uscire allo scoperto con enfasi, gridando pronta alla lotta senza tregua, sarebbe stata la mossa più stupida che mai avrebbe potuto compiere: data la ristrettezza del passaggio in cui attualmente si trovava, infatti, i di lei avversari non avrebbero mai potuto neanche ipotizzare di raggiungerla, di aggredirla, mentre ella si sarebbe potuto riservare la possibilità di studiarne le mosse, analizzarne il contesto nel proseguimento della propria ricerca di una tattica vincente. Lunghi secondi trascorsero pertanto in totale silenzio, in un freddo controllo da parte della mercenaria sul proprio animo, sulle proprie emozioni nella consapevolezza del pericolo che avrebbe dovuto affrontare, ma quando quelle frazioni di tempo iniziarono a diventare minuti, senza che alcun segno di attività o, semplicemente, di vita dall’interno della sala si proponesse a lei, ella non poté evitare di compiere brevi passi verso il varco, per cercare una migliore vista sullo spazio davanti a sé e scoprire il perché di tanta quiete.
Fu in quel momento che un volto sorridente le si propose di fronte, osservandola con aria sorniona, divertita forse dalla serietà con cui, al contrario, ella si presentava, concentrata e pronta alla lotta: un viso umano, femminile, dalla pelle scura e dagli occhi chiari, ben lontano da tutto ciò che la donna guerriero si sarebbe attesa, si stava aspettando di trovare in quella sala.

« Midda Bontor, suppongo… » pronunciò con voce dolce e sensuale la nuova apparsa.

2 commenti:

coubert ha detto...

Mi hai spiazzato totalmente.

Chi è lei? Che vuole? Come è giunta lì? :o

Sean MacMalcom ha detto...

Ogni risposta ti sarà data oggi!!! :D