11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

sabato 2 agosto 2008

205


M
idda ed il suo compagno tigrato combatterono con forza, con tenacia, con abilità, abbattendo un avversario dopo l’altro: diversi furono i loro stili, diverse furono le loro armi, diversi i loro corpi, ma uguale la morte che lasciarono dietro di sé, entrambi agendo con controllo totale su ogni fibra del proprio essere, sul proprio animo, senza enfasi quali perfetti guerrieri, assassini fin da prima della propria stessa nascita, destinati dal fato ad un futuro di lotta, di sangue, di dolore. E di fronte ad una simile coppia, nessuno fra gli invasori, fra gli assedianti, poté opporre alcuna forza, alcun potere, soccombendo o, più saggiamente, decidendo di fuggire, lontano da quel luogo di sangue e di morte: sicuramente anche solo uno dei due avrebbe potuto ottenere un simile risultato, ma l’unione di entrambi propose una violenza inconcepibile, che sbaragliò ancor prima che a livello fisico a livello mentale i nemici.
La Figlia di Marr’Mahew poté ritenersi soddisfatta dalla prova che si concesse in quella battaglia, nel momento in cui essa volse al termine con il ritiro dei sopravvissuti del gruppo di aggressori: i guaritori che si erano presi cura del suo corpo avevano svolto il proprio ruolo in maniera impeccabile, permettendo alle sue membra di rigenerarsi dai danni subiti, alla di lei pelle di cicatrizzarsi senza perdere in questo elasticità e mobilità. Nel corso del combattimento e, soprattutto, dopo il termine del medesimo, nessun particolare dolore gravava su di lei, nessuna vecchia ferita era stata riaperta e, fortunatamente, solo pochi graffi superficiali si erano presentati come nuove: sebbene ancora tempo ci sarebbe voluto al suo corpo per tornare alla bellezza ora perduta, alle sue forme di superare le piaghe imposte su di lei dalle catene, la sua efficienza fisica risultava assolutamente non compromessa. Del pugnale offertole nel corso della battaglia era, poi, ormai diventata piena padrona, risultando in grado di gestirlo senza sforzo, senza il grottesco rischio di inciampare in battaglia per un’imprevista perdita di equilibrio che quelle armi in pietra imponevano al di lei corpo: ovviamente esso non sarebbe stato mai paragonabile con la sua spada dagli azzurri riflessi, costituita da quella meravigliosa e speciale lega di cui solo i fabbri figli del mare avevano padronanza, ma all’interno del contesto del Cratere non poteva ritenersi insoddisfatta dalla soluzione raggiunta, dal compromesso ottenuto attraverso tale arma.
Jodh’Wa, dal proprio canto, mantenne il ruolo di primo guerriero all’interno della comunità, accumulando un conteggio di corpi nettamente superiori a quelli della donna: certamente dalla sua era un tempo superiore a quello di lei trascorso in battaglia, giunto quale era stato immediatamente nel cuore della stessa, ma ciò non sminuiva in alcun modo la sua forza, la sua combattività, risultate solo confermate al termine di quegli scontri. L’eventualità di uno duello fra quell’uomo e la mercenaria era, così, vista da ella con assoluto rispetto, dove una tale prova non avrebbe avuto un esito scontato come era stata la precedente quando egli avesse deciso di non frenare più i propri colpi. Ma in quel momento, nel frangente offerto dal termine di quello scontro, solo cameratismo si propose fra i due, con l’omaggio reso dall’uomo alla propria compagna.

« Lode a te, Figlia di Marr’Mahew! » gridò egli, levando entrambe le proprie armi insanguinate al cielo, mentre il suo petto muscoloso ancora si muoveva ritmico, simile al mantice della bottega di un fabbro, nell’ossigenazione offerta a quel corpo statuario « Il fuoco di Gorl scorre vivo nelle tue vene, concedendoti il dominio in battaglia! »
« Ricambio l’apprezzamento. » commentò semplicemente ella, non gradendo invero l’accostamento a tale dio ma non avendo ragioni per mettersi ad offrire filosofia sulle proprie credenze religiose in contrasto a quelle dell’uomo « Anche tu non sei stato male… »
« E’ una sfortuna per te non riuscire ad impugnare le nostre spade... » sorrise, saltando da un punto all’altro del campo di battaglia fino a raggiungerla « La morte che hai offerto con un semplice pugnale è già stata eccellente e non oso immaginare cosa avresti potuto fare reggendo una vera arma. Ma non avertene a male: quasi tutti impiegano mesi per imparare nuovamente a combattere all’interno del Cratere. »
« Sono stata addestrata ad utilizzare ciò che mi viene offerto, senza discriminare alcuna possibilità, fosse questa anche la semplice lotta a mani nude. » rispose la mercenaria, roteando il pugnale nella mano sinistra, prima di portarsi ad impugnarlo sulla lama per rioffrirlo al proprietario « Grazie ancora per il tuo aiuto. »
« Tienilo tu, per Gorl! » esclamò con aria bonaria l’uomo, appoggiando portandosi al fianco della donna per appoggiare una mano dietro la di lei schiena « Ne potrai fare un uso sicuramente migliore di quanto non ne abbia mai fatto io. Ed ora vieni, bisogna festeggiare questa grande vittoria… »

Guidata, se non sospinta, dal compagno d’arme, Midda venne condotta di nuovo verso il cuore della cittadella, verso la casa di Sa-Chi, mentre attorno a loro solo morte e desolazione permanevano, in preponderante misura nei corpi degli avversari caduti, ma anche in quelli dei membri della comunità. Tutti, indistintamente, stavano già venendo raccolti, raggruppati dai sopravvissuti, per poter liberare le strade e ricominciare a vivere dopo il rischio corso di perdere una simile possibilità. Strani, agli occhi della mercenaria, risultavano essere i volti delle persone operanti nel trasporto dei resti mortali di coloro che un tempo consideravano compagni, amici, fratelli: non era la prima battaglia, non era il primo assedio a cui ella aveva avuto la possibilità di assistere, a cui aveva avuto la possibilità di partecipare, in un ruolo di offesa o di difesa, eppure mai aveva trovato simili espressioni, simili reazioni attorno a sé. Dove si sarebbe attesa indignazione, rancore, sete di sangue, rabbia addirittura verso i cadaveri dei propri nemici, oltre che dolore verso quelli dei propri amici, ella ritrovò solo quieta tranquillità, quasi come se nulla fosse accaduto attorno a loro: nel corso del combattimento molti erano stati i volti che aveva visto alterati dal seme della violenza, dalla fame di morte verso i propri aggressori, come quello della ragazza che aveva ferocemente posto fine alla vita dell’uomo che l’aveva identificata nel suo reale appellativo, ma ora nessuno sembrava essere in grado di trasmettere la minima emozione, il minimo sentimento, quasi come se quanto accaduto si dovesse ritenere come rientrante nella normale quotidianità. Una gran parte della di lei esistenza era, in quegli ultimi anni, condotta all’interno di Kriarya, città del peccato, dove la normalità era un concetto inverso rispetto a quanto riconosciuto dal resto del mondo, dove l’assassinio di un uomo o lo stupro di una donna in mezzo alla strada non avrebbero offerto alcun clamore: eppure neppure in tale capitale, in un simile contesto, aveva mai assistito ad una reazione egualitaria a quella che le stava di fronte.

« Questa è la nostra vita. »

Ad offrirle, inattesa e non richiesta, quella risposta ai propri pensieri fu nuovamente la voce della giovane albina, in piedi davanti alla soglia della propria abitazione, reggente il proprio lungo bastone, o scettro che esso fosse, grondante a sua volta di sangue, segno di quanto ella avesse comunque preso parte allo scontro, alla difesa della comunità che riconosceva come propria e che la riconosceva come punto di riferimento.

« Scusami? » domandò verso di lei, nello scuotere appena il capo come a riprendersi da un momento di distrazione.
« Ti sarai di certo domandata come è possibile per noi offrire tanta indifferenza nei confronti della morte che ci circonda… » spiegò Sa-Chi, dimostrando nuovamente la propria innata abilità nel riuscire a leggere l’animo umano « Questa è la nostra vita, l’unica che ci è concessa e noi desideriamo condurla con fierezza, senza concedere al destino la possibilità di piegarci ai propri violenti capricci. »
« Non sono solita giudicare la realtà che mi circonda. » replicò tranquilla e sincera la mercenaria « Ne è mio interesse venire a dirvi come vivere quella che definite “la vostra vita”. Il mio unico scopo è ritrovare Tamos ed avere da lui delle informazioni: dopo di ciò, così come sono giunta improvvisa ed inattesa, scomparirò altrettanto improvvisa ed inattesa. La mia vita appartiene al mondo esterno… non al Cratere. »

Un istante di silenzio accolse quelle parole, in uno sguardo indecifrabile che i due albini si scambiarono con i propri occhi rossi: tale reazione non risultò interpretabile agli occhi della donna guerriero, ma una sensazione alla congiunzione fra cranio e colonna vertebrale le suggerì che nulla di positivo era celato in un simile confronto. Non volendo, però, lasciarsi guidare da eventuali pregiudizi, di fronte ad una realtà a cui si sentiva totalmente aliena, ella mise a tacere la propria consueta paranoia ed attese qualche reazione da parte dei due interlocutori.

3 commenti:

coubert ha detto...

Ahio... che stai progettando, o malvagio?

Palakin ha detto...

Se te lo dice, che sorpresa sarebbe? :P

Sean MacMalcom ha detto...

@Coubert: vedrai! :))

@Palakin: ottima osservazione! ;)