11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

martedì 5 agosto 2008

208


« R
eietti? » ripeté ella con un’implicita domanda in tale parola, in un simile sostantivo.
« S… s… s…. ssssì… » annuì egli, continuando ad articolare con difficoltà anche i suoni più elementari.
« Cosa volete da me? » continuò con fermezza la donna guerriero, afferrando l’uomo per le spalle per sollevarlo e sbatterlo di nuovo con violenza al suolo « Perché mi avete attaccata? »
« Rip… ripro… ripro… duttrice… » balbettò il prigioniero evidentemente terrorizzato, gemendo per i colpi inflitti dalla violenza di quei gesti.

Disgustata da un simile termine, dall’idea che in esso era presente senza alcuna discrezione, Midda levò la mano destra in metallo per colpire con essa il viso di quell’essere, imponendo una forza controllata al fine di non ucciderlo ma, semplicemente, di fargli perdere i sensi e lasciarlo così inanimato a terra. Sollevandosi da egli, la mercenaria tornò silenziosamente sui propri passi, ad offrire ora maggiore attenzione ai compari di una simile creatura, uno a sua volta privo di coscienza e due defunti per merito della di lei lama: come sospettato, ritrovò in tutti i loro corpi, in tutte quelle apparenze fisiche, tremende deformazioni, se possibile anche peggiori rispetto al primo, a colui che aveva brevemente interrogato. Tutti si proponevano quali albini, non diversamente da quelli presenti in larga scala nella comunità di Sa-Chi, ma al contrario di essi tutti risultavano essere tremendamente lontani dalla normale umana presenza, sproporzionati, mostruosi quasi: al di là dell’aspetto, comunque, risultava evidente come alcun reale pericolo essi avrebbero mai potuto rappresentare per ella, nella debolezza dei loro arti, di quei corpi tanto crudelmente ingiuriati dalla natura, quasi come una maledizione divina, un marchio d’infamia posto sopra di loro in conseguenza di chissà quali colpe dei propri antenati. Ammesso ma non concesso che l’idea che ella si era fatta sull’origine degli albini all’interno della prigione corrispondesse al vero, questione di cui non aveva avuto conferma, allo stesso modo si poteva ipotizzare che, forse, anche quelle creature deformi fossero figli dello stesso avvelenato ed invivibile ambiente in cui tutti erano stati rinchiusi, segnati nel proprio corpo non solo per il colore della pelle e degli occhi, ma anche per una serie di difetti congeniti. Reietti: con quella parola l’uomo aveva indicato se stesso ed i propri compagni, coloro che, per loro ammissione, provenivano dal versante occidentale del Cratere, dal gruppo che secondo quanto a lei spiegato avrebbe dovuto essere formato da integralisti religiosi del tutto privi di volontà di rapporto con il mondo esterno, ciechi e sordi all’intera esistenza a causa dei propri precetti, della propria fede. Di fronte ad una tale incoerenza molti dubbi non potevano evitare di sorgere spontaneamente, di essere imposti alla di lei mente, tutt’altro che sciocca al di là di quanto avrebbero potuto pensare i di lei ultimi anfitrioni. L’isolamento volontario descritto dalla ragazza albina ed il termine reietti proposto altresì dall’aggressore, in quale misura si ponevano fra loro in contrasto? Possibile che quella comunità occidentale non avesse cercato uno spontaneo isolamento ma fosse stata costretta in tal senso dal pregiudizio degli altri due gruppi presenti? In verità la risposta a tali dubbi non importava concretamente alla mercenaria, non rientrava nei di lei interessi, se non per l’implicita possibile, quasi certa, menzogna celata in essa da parte di coloro che tanto benignamente l’avevano accolta ed aiutata, curata ed indirizzata verso la propria meta.
Fino a quel momento, nelle ristrette possibilità concesse a lei dal fato, dal destino che l’aveva condotta negli incontri all’interno di quel carcere, ella si era ritrovata costretta a prestar fede ad un solo punto di vista sui fatti, ad una sola opinione in merito alla vita nel Cratere, ritrovando in essa una descrizione estremamente stereotipata della stessa situazione, ricca di toni chiari e toni scuri ma assolutamente priva di colori intermedi, di tutte le sfumature che, solitamente, si ponevano a distinzione fra la realtà sincera, onesta, equilibrata e la semplice fantasia. Un gruppo buono, pacifico, solidale, pronto ad accogliere chiunque al proprio interno in nome di qualche principio di perdono e redenzione universale; un gruppo cattivo, violento, guerriero, pronto a depredare, uccidere, sterminare per un otre d’acqua o un po’ di cibo; un gruppo neutrale, isolato da ogni conflitto, privo di ogni genere di rapporti rispetto alle altre comunità: tutto ciò risultava essere estremamente banalizzato e, laddove ella non era stata disposta ad accettare come veritiere simili parole, di fronte alle prove offerte dall’esistenza di quei reietti, molto altro sarebbe dovuto essere presto messo in discussione, includendo, probabilmente, anche tutto ciò che poteva riguardare Tamos ed il suo tanto lodato ravvedimento. Nel cogliere le prime luci della nuova alba, la donna guerriero decise di non tentare di riprendere il riposo interrotto quanto il proprio cammino, lasciando lì i cadaveri delle due vittime ed i due aggressori superstiti privi di sensi: anche nell’ipotesi di tentare ulteriori interrogatori a loro discapito, ella si riteneva abbastanza sicura del fatto che le informazioni che avrebbero potuto offrirle sarebbero state comunque parziali, ammesso di riuscire ad ottenere altre parole, altre risposte dopo tutta la fatica dimostrata per concederle quelle poche semplici sillabe offerte fino a quel momento. Nell’ipotesi che effettivamente a nord ella avesse trovato una qualche comunità, un qualche insediamento, spinto da intenzioni positive o negative che potessero essere, lì avrebbe avuto le informazioni da lei stessa ricercate, le risposte ad ogni suo dubbio e, possibilmente, qualche certezza sul destino del suo obiettivo. Non voleva più offrire nulla per scontato ed, a quel punto, ella si sentiva pronta a rivoltare l’intera superficie di quel carcere nella ricerca del proprio uomo, ponendo a ferro e fuoco ognuna delle tre, o più, comunità che lì si erano insediate ed a lei avessero opposto resistenza. Se, infatti, raggiunto il gruppo settentrionale non avesse ritrovato alcuna informazione in merito al giovane da lei cercato, ciò avrebbe aperto due possibili vie: da un lato avrebbe dovuto prendere in ipotesi l’idea che colpevoli della di lui sparizione fossero proprio i reietti occidentali, idea che sinceramente non la convinceva laddove il traditore della Jol’Ange poteva considerarsi tutto tranne che indifeso di fronte a simili avversari; dall’altro lato avrebbe invece dovuto considerare una menzogna da parte di Sa-Chi fin dal primo momento del loro incontro, per difendere forse lo stesso Tamos o, peggio, per coprire qualche proprio segreto, qualche ipocrisia non svelatale fino a quel momento.
Imponendo un ritmo deciso al proprio passo, Midda continuò a prendere in analisi i fatti dei quali era stata posta al corrente, nelle contraddizioni e nei limiti di ognuno di essi, per tutto il percorso che ancora la separava dal limitare settentrionale del vulcano, prestando nonostante tutto estrema attenzione all’ambiente a sé circostante e ad eventuali pericoli che in esso sarebbero potuti essere celati. Nonostante ella fosse temibile nel mondo esterno, in una combattività ed un’esperienza quasi priva di eguali che rendeva estremamente difficile ai di lei possibili avversari l’idea di coglierla di sorpresa, iniziava ad apparire evidente come all’interno del Cratere altre leggi, altre naturali regole avevano valore, abbattendola dalla posizione di vantaggio da lei normalmente occupata. In un ambiente apparentemente piatto e privo di vita, coloro che lì da anni, decenni o generazioni intere combattevano le proprie continue battaglie, dovevano aver elaborato molte tecniche a lei altrimenti aliene: così come dalla roccia lavica essi avevano imparato a forgiare spade, picche e scudi, oltre a creare ogni genere di attrezzatura, mobilio, utensile necessario alla vita quotidiana; così come nel gestire simili armi essi avevano imparato, o avevano modificato, i propri stili di combattimento in virtù di movimenti a lei assolutamente nuovi, mai visti in precedenza e probabilmente inesistenti nel resto del mondo; essi dovevano anche aver appreso tecniche particolari di dissimulazione per mimetizzarsi con quell’ambiente, con quel terreno apparentemente piatto eppur infido. In alcun altro modo, altrimenti, ella avrebbe potuto comprendere come gli aggressori di quella notte fossero riusciti non solo ad individuarla ma, anche, ad avvicinarsi a lei: vero era che i di lei sensi non avevano mancato di avvertirla, ma altrettanto vero, o per lo meno probabile, doveva essere il fatto che essi l’avevano seguita a lungo in quella giornata, senza che ella ne avesse il minimo sospetto, attendendo il momento più propizio per aggredirla.
Nessuno, però, in quella mattina parve frapporsi fra lei ed il proprio obiettivo ed, al contrario, ancor prima che il sole avesse avuto modo di raggiungere il proprio zenit, portandosi verticale sopra la bocca del vulcano, ella giunse in vista del proprio obiettivo, della propria meta, ritrovando in lontananza davanti a sé quella che si propose essere come una seconda cittadella in pietra lavica.

Solo a quel punto, solo quando i tetti neri di quel nuovo insediamento si delinearono in leggero contrasto con lo sfondo non dissimile, una voce arrivò a coglierla sinceramente di sorpresa, emergendo apparentemente dal nulla ed intimandone l’arresto: « Ferma! Getta le tue armi a terra ed identificati, o sarai immediatamente abbattuta. »

2 commenti:

coubert ha detto...

Però, i Reietti almeno hanno buon gusto ;)


Parlando onestamente, anche se la comunità all'ingresso fosse ciò che ha cercato di dare ad intendere a Midda, non mi stupirebbe il tentativo di ingannarla, magari anche su Tamos. Lui è uno di loro, ora, ed è comprensibile si difendano tra loro, in un ambiente così ostile... altrimenti sopravvivere sarebbe duro.

Sean MacMalcom ha detto...

Vedrai... vedrai! :D