11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

martedì 26 agosto 2008

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F
ortunatamente per la donna guerriero, nonostante fossero visibilmente affamate le fiere non dimostrarono immediata confidenza con l’ambiente loro circostante: la presenza della folla entusiasta, di tutte quelle grida, di tanto rumore che si proponeva sovrastante su loro con irrefrenabile impeto, le lasciò per un momento distratte, confuse, nella necessità di comprendere ove si trovassero e quale scopo potessero prefiggersi. Evidentemente non si proponevano come animali già abituati a quel genere di spettacoli, già temprati in quell’ambiente e ciò avrebbe potuto consentire alla mercenaria qualche secondo, un minuto forse, per compiere le proprie scelte, per vagliare le strategie da attuare contro di essi. Un tempo estremamente limitato in un contesto di assoluto svantaggio quale era quello in cui si era ritrovata ad essere.
Incerta era la tattica verso cui poter rivolgere la propria attenzione: da un lato avrebbe, infatti, potuto affrontare per primi gli animali con cui aveva già confidenza, sperando di eliminarli in modo più rapido ed indolore possibile per abbattere numericamente la schiera dei propri avversari e poter successivamente rivolgere tutta la propria energia verso coloro che rappresentavano reale incognita, pericolo concreto per la propria sopravvivenza; dall’altro lato avrebbe, altresì, potuto dedicare le proprie forze in primo luogo proprio contro le fiere che non conosceva, quelle con cui non aveva avuto possibilità di confronto in passato, in modo da offrire loro il meglio di sé, il proprio massimale, rimandando solo a posteriori la necessità di sfida verso i nemici già noti. Entrambe le alternative proponevano dei vantaggi, delle situazioni di rischio, un fattore di vittoria ed uno di sconfitta: impossibile sarebbe stato per ella poter prevedere quale fra i due scenari sarebbe potuto essere il migliore da attuale, l'ottimo da perseguire; impossibile, anche, era esser certa che una fra quelle due alternative fosse realmente quella migliore da attuare, rispetto ad altre possibilità che non stava prendendo in esame, con cui non stava confrontandosi. Purtroppo, però, il tempo non si proponeva a di lei vantaggio, e la possibilità di pianificazione, di vaglio di ogni ipotesi le era preclusa nell'immediatezza richiesta da quella sfida, nei termini imposti dai propri avversari e dalle loro scelte.
Quando i primi ruggiti si levarono a sovrastare le grida della folla, ad imporsi su essa con la potenza della propria forza selvaggia ed incontrollabile, Midda non ebbe più tempo per pensare, non ebbe più possibilità per soffermarsi un solo istante di troppo. Ed in questo la sua scelta fu immediata, senza più alcun dubbio, senza più alcuna remora, riportandola alla sua classica freddezza, all'autocontrollo che le era proprio, che aveva contribuito alla creazione del mito, della leggenda attorno al di lei nome. Non più donna, non più umana, ma guerriero, priva di indugi, priva di compassione, forte nella conoscenza delle proprie capacità ed ancor di più dei propri limiti, quegli stessi tipicamente mortali che non voleva rinnegare ma che, al contrario, considerava continuamente nel desiderio di permettere la prosecuzione della propria vita anche laddove osava spingersi in imprese ritenute impossibili, insormontabili, ineguagliabili.

« Che cosa vuole fare? » domandò Cila, osservando con stupore, con timore, forse con ammirazione l'ardire offerto dalla mercenaria, ne spingersi in corsa in una chiara direzione, verso una decisa meta.
« Sembra che abbia deciso di ingaggiare lotta contro gli orsi... » rispose lord Visga, non staccando gli occhi dalla scena presentata, dallo spettacolo loro concesso dall'ospite d'onore di quella serata.

Effettivamente verso gli orsi la Figlia di Marr'Mahew si mosse rapidamente, correndo ad elevata velocità nel mantenere il proprio corpo piegato al suolo, parallelo alla fine sabbia, in una tecnica, in una postura estranea a quanto chiunque avesse mai avuto occasione di assistere prima, innaturale ed allo stesso tempo assolutamente armoniosa, indiscutibilmente perfetta. Per quanto apparisse a proprio agio in quella corsa, che tanto lontana la poneva dall'umana postura, dalla comune consuetudine, quel genere di movimenti non facevano parte di un'esperienza remota, di una conoscenza antica: ella aveva appreso solo di recente, in uno scontro mortale contro un temibile avversario, quella possibilità, imitandone sicuramente lo stile allo scopo di farlo proprio, di poterlo adoperare a proprio vantaggio, contro nemici già noti ma ugualmente temibili quali apparivano i tre orsi, nelle immani moli, nei corpi tanto pesanti, tanto forti per cui mai ella avrebbe potuto offrire una reale opposizione; negli artigli affilati, nei denti appunti, tanto letali per cui ella mai avrebbe potuto trovare una reale protezione. Essi, vedendola avvicinarsi con intenti evidentemente offensivi, si proposero immediatamente in posizione difensiva, ergendosi in tutta la propria altezza, nella possanza del proprio fisico, pronti a calare le pesanti zampe sull'avversaria, sulla di lei schiena così meravigliosamente loro concessa: un contatto, anche solo minimale, con quel loro potenziale di danno avrebbe visto il corpo della donna aprirsi senza indugio, squartarsi senza contrasto, diventando immediatamente un ammasso informe di sangue, carne ed ossa, del tutto privo di vita.

« Thyres… » invocò la donna, raggiungendo il punto di non ritorno.

Ormai la scelta era stata compiuta e da lì dove si era spinta ella non avrebbe più potuto retrocedere, ritornare sui propri passi, sulle proprie scelte. Spesso nell'umana esistenza, di fronte ad un gesto forte, ad un'evoluzione anche ricercata ma non sempre prevista in ogni sua sfumatura, l'animo mortale si ritrovava a rimpiangere la tranquillità abbandonata, la perduta certezza dell'immobilismo di un tempo: laddove però il salto fosse già stato compiuto, tentare di arrestare il cambiamento, di contrastare la spinta acquisita non avrebbe permesso il ritorno allo stato precedente, alla serenità apparentemente perduta, lasciandosi altresì trascinare in balia degli eventi, in un vortice non più controllato o controllabile. In virtù di tale consapevolezza, fisica e metafisica, Midda non poteva ormai concedersi di cambiare idea, di modificare la propria tattica, la propria strategia: aveva votato in virtù di quella strada e per essa avrebbe dovuto proseguire, ovunque si fosse ritrovata a giungere. E se anche avesse errato in questo, se anche avesse fallito, forse avrebbe avuto possibilità di riprendersi e di apprendere, in tale errore, un insegnamento per il futuro, così come sempre nell'umana esistenza era richiesto di fare.
Nell'enfasi del proprio attacco, nella forza dei propri gesti, nella velocità della propria corsa, ella puntò i piedi per compiere un improvviso salto in avanti, per gettarsi in aria. Nel contempo di tale azione, che la vide dirigersi alla volta di uno dei tre orsi, la di lei spada venne scagliata in un ampio gesto rotatorio contro un secondo esemplare, imponendosi nel proprio movimento simile più ad un enorme pugnale che ad un giavellotto quale altresì sarebbe stato ovvio si mostrasse: così, laddove la lunga lama dagli azzurri riflessi si proponeva a penetrare il forte collo dell'animale, affondando nelle di lui calde carni, nel suo folto pelo, ella portò il proprio corpo ad abbracciare quello del proprio obiettivo, della meta finale della propria folle corsa, evitando per semplice sorte, per un destino fortuito il movimento difensivo di una pesante zampa per raggiungere il di lui collo. Lasciandosi rotolare attorno ad esso, la donna si spinse verso la di lui schiena, per poter serrare con forza, con fermezza il proprio braccio destro, metallico, attorno alla possanza della bestia, creando una morsa con l'aiuto della mancina da cui esso non potesse liberarsi: l'animale, accorgendosi del tentativo offerto da ella, offrì verso il cielo un orribile grido, un verso violento e rabbioso che riuscì a far scendere il silenzio sull'intera Arena, rapita nell'osservare l'evoluzione di quel combattimento, le conseguenze di quella lotta. Il tempo parve bloccarsi nel contrasto fra la donna e la bestia, fra la tecnica e la forza, fra la morsa ed il tentativo di violarla, di evaderla. Per l'orso non vi era possibilità di raggiungere la propria avversaria in quella posa, ed in questo esso tentava senza tregua di scuoterla da sé, dalla propria schiena, imponendo su di ella la violenza di gesti disumani, che avrebbero dovuto vederla volare a terra e divenire, in questo, vittima, preda, un pasto per i suoi denti, trasformando il di lei sangue in dolce nettare per la sua gola riarsa. La mercenaria, però, non fu d'accordo con simile desiderio, con tale tentativo, tenendosi salda all'avversario, rinforzando la propria posizione nell'utilizzo delle gambe attorno al quell'immane schiena, ben conscia della sorte che l'avrebbe altrimenti attesa se solo avesse ceduto, se solo le di lei forze fossero venute meno: come già in passato, in quella che era una mossa per lei nota, l'attesa fu terribile, il confronto con l'animale apparve estenuante, feroce, coinvolgendo non solo il muscolo del di lei braccio sinistro e delle di lei spalle, ma ogni singola membra del suo corpo, obbligandola a tendersi con dolore tale da renderle difficile non gridare, non dare sfogo verbale a tanta sofferenza. Ma la di lei volontà, il di lei impegno trovò la soddisfazione ricercata, raggiunse lo scopo prefisso nel momento in cui l'ossigeno carente nei polmoni dell'avversario lo vide cedere, lo vide indebolire i propri gesti, le proprie reazioni, fino a perdere controllo e coscienza nel ricadere violentemente a terra. In tale atto, imprevedibilmente, l'orso abbattuto non precipitò in avanti, come ella evidentemente si trovava ad essere certa sarebbe avvenuto, ma all'indietro e, nella rapidità di tale evento Midda riuscì a tentare la fuga e non a completarla, ritrovando la propria gamba sinistra bloccata sotto il peso del proprio avversario. E davanti a lei, così in trappola, il terzo orso si ritrovò deciso a compiere ciò per cui i propri compagni erano morti.

2 commenti:

coubert ha detto...

L'orso, e non dimentichiamo che ci sono gli altri besti!

:O

Sean MacMalcom ha detto...

Povera Midda... forse sono stato eccessivo questa volta nei suoi confronti! :D