11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

martedì 23 ottobre 2018

2707


In quieta attesa per la fine del colloquio di Maddie con la psicologa stavano attendendo, fuori dalla stanza di Maddie, suo padre Jules e sua sorella Rín, i quali, pur fremendo per poter trascorrere altro tempo con lei, non avrebbero voluto in alcun modo ostacolare alcun genere di medico, soprattutto laddove questi avrebbe potuto essere d’aiuto per il completo recupero psicofisico di quella figlia e gemella temuta perduta per sempre. Entrambi, con dimostrazione di straordinario senso critico, non avrebbero potuto ignorare quanto quegli ultimi tre decenni e più di immobilità, bloccata su quel letto d’ospedale, non avrebbero potuto concludersi in pochi istanti, né, tantomeno, in pochi giorni… neppure laddove la non più così piccola Maddie aveva dimostrato straordinaria forza di volontà nel riuscire a riprendersi, e a riprendere a esprimersi in tempi così incredibilmente brevi. Ovviamente fra riuscire a parlare, e riuscire a camminare, o, ancor più, riuscire a ritornare padrona della propria vita, anche con un braccio in meno, e, purtroppo, con quello che era stato per lei il braccio dominante, non avrebbe potuto essere considerato un passaggio immediato, ragione per la quale, allora, tanto l’uno, quanto l’altra, padre e sorella, non avrebbero potuto che dimostrarsi pronti a concederle tutto l’aiuto del quale avrebbe abbisognato, così come, del resto, era stato sino a quel momento.
E senza nulla voler togliere a Jules e a tutti i sacrifici che egli non si era mai negato per il bene delle proprie figliole; semplicemente mirabile, in verità, avrebbe avuto a doversi considerare la reazione di Rín sin dal giorno dell’incidente, sin da quel tragico tardo pomeriggio nel quale, in un colpo solo, si era vista privata della madre, della propria gemella e, anche, delle proprie gambe…

Laddove in molti, al posto di quella bambina di neppure dieci anni, non avrebbero ovviato a disperarsi per tanta tragedia, spingendosi a perdere ogni desiderio di vita, ogni speranza per l’indomani, anche laddove contraddistinti da un’età decisamente più matura rispetto a quanto, ovviamente, ella non avrebbe avuto possibilità di dimostrare; per la piccola Rín tutto ciò ebbe, altresì, a tradursi in un impegno maggiore nei confronti della quotidiana esistenza, e in un impegno motivato dalla consapevolezza di aver a dover vivere addirittura il doppio rispetto a quanto mai non avesse vissuto sino a quel momento, tanto per sé, quanto per la sorella drammaticamente addormentata in quel letto d’ospedale. Un intento, un impegno, quello del quale in tal modo si era autonomamente fatta carico, di fronte al quale ella non si era mai sottratta. E un impegno che, pertanto, l’aveva condotta ad affrontare anche la propria disabilità con uno sguardo diverso, con un animo differente, rispetto a quanto avrebbe potuto altresì essere, riservandosi occasione di interpretarlo non qual un limite ma, anzi e piuttosto, quale una sfida, e una sfida che avrebbe dovuto vincere per non disonorare il dono che la sorte le aveva concesso, nel riservarle l’onere proprio dell’essere l’unica, reale superstite di quell’infausto evento. Praticamente immediata, quindi, all’epoca era stata la sua ripresa, vedendola ricominciare quanto prima a frequentare la scuola e tutte le attività nelle quali, un tempo, lei e sua sorella non si erano mai negate occasione di impegnarsi, indifferente a tutte le nuove difficoltà che, a confronto con le stesse, avrebbe avuto a vedersi poste di fronte. E se, a margine di tanta dedizione, di tanta rinnovata passione nei confronti della vita da parte della propria figlioletta, Jules non ebbe a poterle dedicare tutto il tempo che pur avrebbe desiderato potersi riservarsi occasione di rivolgerle, proprio malgrado, e indirettamente, a sua volta vittima di quella tragedia, e vittima nella misura nella quale, improvvisamente, ebbe a ritrovarsi vedovo, e senza alcuna possibilità di aiuto, di sostegno, fisico o finanziario, nel far fronte alle nuove condizioni delle proprie due bambine; Rín non ebbe mai a riservarsi ragione di turbamento, dimostrando, a dispetto della propria giovane, giovanissima età, straordinaria premura nei confronti del padre, e mai riservandosi possibilità di gravare su di lui… anzi.
In un panorama tanto complicato per la famiglia Mont-d'Orb, con Jules sempre diviso fra il lavoro, le visite a Maddie e le poche faccende di casa che l’altra figliuola gli avrebbe riservato opportunità di svolgere per non avere a sentirsi troppo colpevole nel confronto con quella bambina ritrovatasi costretta a crescere troppo in fretta; gli anni della ribellione adolescenziale, per la giovane Rín, furono così dedicati non tanto a vane manifestazioni studentesche volte, per lo più, a saltare qualche lezione, nel mai realmente consapevole intento di protestare contro il ministro di turno per motivazioni mai meglio definite, quanto e piuttosto ad agire, e a vederla agire concretamente al fine di rivendicare i propri diritti, e i propri diritti a essere libera di muoversi nel proprio quartiere, nella propria città, al di là di tutto ciò che, presto, iniziò a essere identificato con i termini di “barriere architettoniche”. In un mondo, in una società imperdonabilmente incapace ad accettare le diversità, e, ancor meno, le disabilità, e, soprattutto, ipocritamente ignara di tale proprio limite, di simile propria mancanza di riguardo per tutti coloro che, in tal maniera, sarebbero stati più o meno direttamente discriminati, ella volle dichiarare guerra, e guerra aperta, a tutti quegli ostacoli, piccoli e grandi, che le avrebbero impedito di poter avere libero accesso, banalmente, alla propria scuola, a un supermercato, a un museo e, talvolta, persino a un bagno pubblico, in una protesta, una manifestazione mai animata da un qualunque senso di vittimismo, come i suoi detrattori spesso non mancarono di accusarla compiere, ma, sempre e comunque, da una fiera volontà di far valere le proprie ragioni. Una ricerca accorata, la sua, in favore della propria autodeterminazione sociale, e della propria possibilità di esistere all’interno della comunità, e di esistere a dispetto del fatto che le sue gambe avessero a doversi considerare inermi, che in più di un’occasione finì, inutile a dirlo, a porla anche nei guai, vedendola coinvolta in vere e proprie risse, nell’impossibilità a farsi ascoltare in qualunque altro modo, nell’incapacità, da parte del resto del mondo, di concederle qualcosa di più di qualche dimostrazione di accondiscendente buonismo utile a nulla. Dopotutto, per una giovane donna disabile desiderosa di vivere al pieno la propria vita, ritrovarsi a confronto con un mondo inconsapevolmente patriarcale, e profondamente intollerante, e intollerante con qualunque diversità, fosse questa derivante dal colore della pelle, dall’orientamento sessuale o da una qualsivoglia disabilità, non sarebbe potuto essere semplice… e molte, forse troppe, furono le occasioni nelle quali, stanca di non riuscire a essere ascoltata in quanto donna e in quanto disabile, ebbe a far valere in altro modo le proprie ragioni.
Superata, tuttavia, tale complicata età e conclusi gli studi superiori, al fine di non gravare ulteriormente sul proprio genitore e, anzi, di riuscire in qualche maniera a contribuire anche alle spese da questi sostenute per mantenere la sorella in quel letto d’ospedale, spese che, a un certo punto, iniziarono a essere sempre meno coperte dal sistema sanitario nazionale e sempre più gravanti sulle loro finanze, sul suo già modesto stipendio da impiegato, Rín non ebbe a mancare di cercare immediatamente un lavoro, tentando, ciò non di meno, di proseguire, in parallelo, la propria formazione e la propria formazione accademica. E così, lavorando di giorno e studiando di notte, senza mai concedersi possibilità di stanchezza, fisica o psicologica, obbligatoriamente costretta a concedersi qualche anno di studio in più del dovuto, ma egualmente e forse ancor più contraddistinta dalla fierezza di avercela comunque fatta, a venticinque anni conseguì la propria laurea in ingegneria, con il massimo dei voti, la lode e la dignità di pubblicazione, un pezzo di carta forse banale, e pur indispensabile per poter così sperare in un salto di qualità dal punto di vista professionale e, soprattutto, economico, in un percorso di vita nel quale continuò a dedicare, in ogni giorno, in ogni istante, quella doppia passione, quella duplice energia, perennemente motivata dalla consapevolezza di dover vivere tanto per sé, quanto e comunque per la propria amata gemella.
Un percorso di vita, il suo, che, ovviamente, non mancò di vederla spingersi a eccellere anche sotto profili diversi da quelli quietamente scolastici, accademici o lavorativi. Perché se da adolescente tanto ardore aveva posto nel lottare per i propri diritti, simili battaglie non avrebbero avuto a doversi considerare dimenticate… al contrario: forte, ormai, di un’indiscutibile maturità anagrafica, Rín non ebbe a riservarsi esitazione alcuna nel proseguire la propria guerra al sistema e alla cosiddetta civiltà al fine di veder effettivamente riconosciuti i propri diritti e i diritti di chiunque, come lei, stava ormai venendo definita con il termine politicamente corretto, ma egualmente ipocrita, di diversamente abile. Una lotta che, se dal punto di vista pubblico la portò a costituire un’Onlus impegnata a offrire sostegno economico e legale a tutte le numerose cause civili che non mancarono di essere da lei promosse al fine di costringere diverse amministrazioni locali e non solo ad agire concretamente in favore di una vera parità di diritti per tutti; dal punto di vista personale la vide continuare a impegnarsi nel nuoto, e a impegnarsi addirittura a livello agonistico, arrivando, persino, a prendere parte ai cosiddetti giochi paralimpici e a conseguire, con le lacrime agli occhi, un oro e due argenti ad Atene, nel 2004, che non mancò di dedicare, innanzitutto, a sua sorella, ma anche alla madre e al padre, senza l’amore dei quali mai avrebbe potuto raggiungere un traguardo simile.

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