11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

domenica 25 novembre 2018

2739


Bip… Bip… Bip…
« … »
Bi-Bip… Bi-Bip… Bi-Bip…
« … no… ti prego… »
Bi-BIIP… Bi-BIIP… Bi-BIIP…
« … è domenica! Dannazione!... » esclamò, sforzandosi di tenere gli occhi ancora chiusi nel mentre in cui, con la mancina tentava di spegnere la sveglia, salvo fallire miseramente nel proprio tentativo e, in ciò, ritrovarsi costretta a separarsi dal regno onirico per ritornare alla realtà « … voglio morire… » sospirò, scuotendo il capo con rassegnazione.

Per un istante Maddie cercò di riportare la propria mente al sogno nel quale si era ritrovata impegnata sino al momento del suono della sveglia, ma, proprio malgrado, o propria fortuna, il ricordo dello stesso avrebbe avuto già a doversi riconoscere sfumato, in termini nei quali solo una vaga sensazione di quanto accaduto le sarebbe stata allora riconosciuta: una vaga sensazione relativa a una stanza, a un letto, a morbide lenzuola di lino bianco e a un uomo intento ad accarezzarle il volto nel mentre in cui, sorridendo, non avrebbe potuto smettere di ammirare i suoi occhi color ghiaccio, senza provare timore alcuno per gli stessi, ma, al contrario, teneramente innamorato di essi e della loro proprietaria. E per quanto ella, istintivamente, non avrebbe potuto evitare di tentare di ricercare ancora la dolcezza di quel sogno, la parte più razionale della sua mente non avrebbe potuto ovviare a metterla in guardia, e a metterla in guardia dal cercare, tanto ossessivamente, di riportare la propria immaginazione, la propria fantasia, a colui che avrebbe avuto sicuramente a dover essere identificato con un solo nome, e un nome che, tuttavia, avrebbe fatto meglio a dimenticare.
Erano trascorse diverse settimane da quando ella si era ritrovata protagonista di quell’episodio allucinatorio e, per fortuna, tale evento non si era riproposto nella propria occorrenza. Ciò non di meno, su consiglio di Jacqueline, ella aveva iniziato ad assumere un certo farmaco e, soprattutto, si era ripromessa di concentrarsi solo e unicamente sulla propria vita attuale e non su ipotetiche vite le quali si era convinta di aver vissuto nel proprio periodo di coma: uno sforzo non banale, quello così volto a rinnegare una parte stessa del suo animo, che si sarebbe comunque dimostrato quietamente ripagato dalla possibilità di iniziare a vivere realmente la propria vita, e la sola vita che avrebbe mai potuto conoscere e per la quale avrebbe dovuta essere grata, senza che ulteriori sventure potessero, lì, avere a vanificare il dono riconosciutole.
In questo, quindi, per quanto piacevoli, nell’intimo del proprio cuore, e nel profondo del proprio ventre, avessero a doversi considerare le sensazioni derivanti dal ricordo offuscato di quel sogno, e di quell’uomo, ella non avrebbe dovuto permettersi occasione per fraintendere il senso di tutto ciò e, in particolare, per ritenere qualcosa di tutto quello nulla più di un sogno: una fantasia, la disordinata elaborazione della mente durante il comune ciclo del sonno, senza alcuna possibile implicazione nei confronti della realtà.

« … è domenica… » si ripeté a bassa voce, scuotendo appena il capo « E tu devi andare al lavoro… »

Già. Quella settimana, a coprire la malattia di una collega, ella avrebbe dovuto lavorare anche di domenica: non che simile impegno non le sarebbe stato riconosciuto in busta paga, con qualche euro in più che male non avrebbe mai fatto, ma, ciò nonostante, il doversi alzare dal letto in quello che, abitualmente, avrebbe avuto a doversi considerare il suo giorno libero, non avrebbe avuto a potersi considerare né piacevole, né gradito, a prescindere da quanto ciò avrebbe potuto esserle pagato. In una declinazione quasi tragica, quindi, ebbe a strutturarsi quella sua mattina, psicologicamente provata da quanto avrebbe dovuto compiere: nulla di diverso da qualunque altra mattina, ovviamente, ma ineluttabilmente drammatico nel confronto con l’idea di quanto, altresì, avrebbe potuto non fare. Senza contare, in ciò, il sonno e il sogno interrotto, per così come altrimenti non sarebbe accaduto.
Facendosi tuttavia coraggio, o forse imponendosi violenza fisica e psicologica, ella riuscì comunque a riaprire gli occhi e ad alzarsi, per dare inizio a una versione particolarmente ridotta e condensata di quello che altresì avrebbe avuto a dover essere considerato il proprio consueto percorso di preparazione, e quel percorso che, alla fine, l’avrebbe vista lasciare casa per dirigersi al lavoro con almeno un’ora di anticipo sulla propria consueta tabella di marcia, nel considerare che, in conseguenza all’orario festivo dei mezzi pubblici, e a qualche tratta modifica, ella si sarebbe ritrovata costretta a scegliere fra giungere con un certo anticipo o, piuttosto, con un drastico ritardo, in una retorica assenza di reali opportunità di scelta tale da motivare in lei, non gratuitamente, minore entusiasmo rispetto al solito.
Allorché uscire di casa alle 8.00, minuto più, minuto meno, ella si ritrovò quindi a lasciare i confini domestici non dopo le 7.10, minimizzando il tempo dedicato all’espletamento delle proprie funzioni corporali alla più banale e insindacabile misura possibile, traducendo la doccia in una fugace sciacquata del proprio corpo con acqua che non ebbe neppure il tempo di riscaldarsi nella propria offerta, ignorando completamente l’uso dell’asciugacapelli con buona pace del torcicollo che ineluttabilmente avrebbe subito per tanto ardire e, ovviamente, trascurando altrettanto radicalmente qualunque ipotesi di colazione, nel non poter fisicamente riservarsi tempo utile per ciò. E anziché raggiungere il centro commerciale per le 8.25, con annessa corsa a perdifiato per timbrare in tempo entro le 8.30, ella si ritrovò quindi a fronteggiare la sagoma dello stadio già alle 7.45, domandandosi, in tutta onestà, in qual maniera avrebbe mai potuto occupare il tempo nei tre quarti d’ora successivi.

« … è domenica… » si volle ricordare, affranta all’idea di dover spendere tre quarti d’ora della propria vita in un inutile temporeggiamento laddove avrebbe potuto, altresì, usarli per dormire… o per evitare la polmonite nell’uscire di casa con i capelli quasi gocciolanti « La mia vita fa schifo… »

Una frase retorica, la sua, non dissimile all’appello nei riguardi della morte a ogni proprio risveglio: nulla, della sua vita, avrebbe avuto realmente a dispiacerle, se nonché proprio il semplice fatto di essere lì, in quel momento, con la necessità di dirigersi al lavoro, e di dover trascorrere nove ore della propria esistenza a confrontarsi con quello stesso mondo che, in quello specifico frangente, avrebbe di gran lunga preferito ipotizzare di osservare abbozzolata all’interno delle coperte del proprio letto, meglio ancora se con gli occhi chiusi. Certamente: con gli occhi chiusi ella non avrebbe realmente potuto osservare il mondo a lei circostante. Ma considerando come, dall’interno della propria camera, estremamente ridotta sarebbe stata la visibilità a lei concessa sul mondo circostante, mantenere gli occhi chiusi non avrebbe certamente rivoluzionato in negativo la questione… anzi.
Non potendo fare altro che accettare, tuttavia, quanto il proprio letto avesse a doversi considerare ormai un nostalgico ricordo lontano, con un profondo sospiro ella si convinse a iniziare ad avanzare nella direzione del centro commerciale, là dove non avrebbe mai desiderato prendere servizio in anticipo, ma dove, piuttosto, avrebbe potuto trovare almeno due, forse tre bar già aperti, entro i quali rifugiarsi a recuperare la colazione mai consumata e a temporeggiare almeno per una mezzoretta abbondante.
Entrata all’interno del centro commerciale, quindi, ella si diresse verso il primo dei bar, sperando potesse avere a disposizione qualche buona pasta da sgranocchiare, magari un cornetto con la crema pasticcera. E proprio ritrovandosi a essere concentrata sulla vetrinetta espositiva di tutto il sufficientemente vasto assortimento di dolciumi lì presente, utile ad addolcirle un po’ la vita e, speranzosamente, la giornata, ella non ebbe a rendersi inizialmente conto della domanda a lei rivolta dall’altra parte del bancone...

« Buongiorno, desidera…?! »

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