11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2925, inizia oggi una nuova avventura della nostra serie regolare, la cinquantasettesima, dal titolo "Un bagliore di speranza"!

Questa avventura, oltre a ricollegarsi a "Il tempo del sogno", tornerà, nella propria ambientazione iniziale e in diversi, necessari riferimenti, alla seconda avventura della serie
"Reimaging Midda".
Ergo, per chi dovesse avere piacere ad approfondire i retroscena, l'invito non può che essere a recuperare "Camminando sui vetri rotti".

Per tutti gli altri, come di consueto... buona lettura!

Sean, 29 maggio 2019

venerdì 24 maggio 2019

2920


A posteriori, forse, qualcuno avrebbe potuto definire brutale la reazione dell’uomo nel confronto con l’evidenza della propria condanna a morte. Ma, per quando non delicato fu il suo agire, ingiusto sarebbe allor stato definirlo effettivamente brutale… non, quantomeno, laddove egli, in fondo, non avrebbe potuto ovviare a un umano desiderio di rivalsa nei confronti di colei che pur, in tutto ciò, stava offrendosi qual propria potenziale assassina. Fu così che, con tutta l’energia che avrebbe potuto vantare di possedere in corpo, egli mosse il proprio braccio, e il proprio intero corpo, a cercare uno slancio rotatorio prima di schiantare a terra, e di schiantare brutalmente a terra, il corpo della propria avversaria, con un sordo suono che nulla di positivo avrebbe potuto lasciar intendere per l’integrità delle sue ossa e, in ciò, per il di lei immediato futuro.
A margine di tal gesto, e di tal gesto che pur brutale avrebbe potuto essere definito, e che null’altro, in lui, venne giustificato se non dalla volontà di arrestarla, di fermarla e impedirle, allora, nuove occasioni di nuocergli, o, parimenti, di scappargli, tuttavia, nessuna furia, nessuna rabbia, neppure la più effimera imprecazione, contraddistinsero quell’uomo, e quell’uomo che, allora, pur condannato a morte, e a una rapida morte per dissanguamento, non ebbe allora a riservarsi alcuna occasione di agitazione, alcuna reazione emotiva, nella quieta consapevolezza di quanto, in quel frangente, non gli sarebbe stata perdonata, non avendo tempo da poter perdere dietro alla propria emotività, nella necessità, piuttosto, di correre ai ripari. Ripari che, in assenza di una soluzione migliore, si videro da lui posti in essere nell’estrarre, allora, una pistola laser, sino a quel momento rimasta quietamente riposta dietro la sua schiena, al solo scopo di indirizzarne, allora, l’estremità anteriore, la bocca da fuoco, direttamente contro la ferita sanguinante, e quella ferita da cui troppo copiosamente il sangue stava allor abbandonando il suo corpo, per lì, senza battere ciglio, avere a sparare un colpo.

« Mmm… » mugolò, stringendo i denti e scoprendoli al di sotto delle proprie labbra, in una reazione di dolore, la prima, a confronto con quanto allora inflittosi autonomamente, e quanto allora inflittosi non in maniera insensata, quanto e piuttosto con assoluta cognizione di causa, e quell’assoluta cognizione di causa che, allora, avrebbe potuto discriminare, per lui, la sopravvivenza dalla morte certa, per così come altresì promessagli.

Non folle, il suo atto, quanto e piuttosto quietamente ponderato, avrebbe avuto a doversi riconoscere, con il plauso destinabile a un uomo che, pur innanzi alla certezza della propria morte, e della propria morte per un attacco chirurgico a proprio discapito, aveva lì dimostrato, ancora una volta, una freddezza e un controllo che pochi, in sua vece, avrebbero potuto vantare. Un atto ponderato, il suo, che a margine del dolore straziante del fascio laser che ebbe ad attraversare la sua spalla, da parte a parte, vide quello stesso fascio laser ripercorrere e suturare istantaneamente il solco precedentemente tracciato da quel sottile stiletto, bruciando violentemente le sue carni, e, ciò non di meno, arginando, al contempo, anche la fuoriuscita di sangue dall’arteria lesa, nella consueta cauterizzazione propria delle armi laser che, tuttavia, nel suo caso, avrebbe avuto a poter vantare il sapore di un provvidenziale primo soccorso.
Ovviamente, per quanto estemporaneamente contrastato il problema del dissanguamento, l’imposizione a proprio stesso contrasto di un colpo di arma laser non avrebbe avuto a doversi fraintendere propriamente privo di conseguenze, giacché, da quel nuovo foro aperto nelle proprie stesse carni, e nelle proprie stesse carni in un punto simile, spiacevolmente rapida sarebbe stata l’ineluttabile necrosi che avrebbe potuto per lui derivare, e quella necrosi che, a seguito di un qualunque colpo di arma laser, avrebbe potuto definire in maniera estremamente spiacevole la fine del malcapitato, non fosse stato sottoposto, quanto prima, a cure adeguate. Tutt’altro che salvo, ergo, egli avrebbe avuto a doversi riconoscere, avendo piuttosto, e in effetti, soltanto procrastinato di qualche ora la propria fine. Qualche ora che pur, speranzosamente, gli sarebbe stata allor utile per ritornare sui propri passi, ricongiungersi alle proprie guardie la sorveglianza delle quali aveva eluso per incontrarsi con la donna guerriero, e, da essi, venire condotto al più vicino ospedale, dove poter ricevere le cure necessarie.
Prima, tuttavia, di allontanarsi, quasi necessario fu, da parte sua, rivolgere un ultimo sguardo alla donna lì stesa a terra, a quella donna alla quale, speranzosamente, avrebbe dovuto aver inferto un colpo sì violento non soltanto da romperle qualche osso, quanto e ancor più da privarla di coscienza e, con essa, di ogni nuova possibilità di fuga…
… purtroppo per lui, però, così non era stato. E allorché posare lo sguardo su un corpo inerme, quanto ebbe lì a adocchiare fu lo sguardo sornione di una donna che, in maniera quasi divertita, si era riservata opportunità di contemplare l’improvvisato spettacolo da lui così allestito, e lo spettacolo proprio di un uomo che, a una morte, aveva deciso di sostituirne un’altra, a conquistare, con essa, qualche speranzosa ora in più di vita.

« Devo ammettere che lei è in gamba, accusatore… » sorrise ella, scuotendo appena il capo « Francamente non avrei mai pensato di spararmi per fermare un’emorragia, ma, a conti fatti, l’evidenza della sua ostinata esistenza in vita sembra proprio volerle dare ragione! »

Con un gesto rapido, nel riconoscerla ancora cosciente, egli ebbe lì a rivoltare l’arma già impiegata a proprio stesso discapito, o a propria stessa salvezza, a seconda della possibile chiave di lettura degli eventi, verso di lei, pronto, se necessario, a fare nuovamente fuoco, nel non volerle concedere, allora, occasione utile a infliggergli qualche nuovo attacco, qualche nuova offensiva.
Ma la donna, per tutta reazione, sorrise levando i palmi delle mani verso di lui e mostrandoli allor vuoti, a definire, in tal senso, la propria più completa inoffensività…

« Calmo, Zafral… stia calmo. » lo invitò ella, scuotendo appena il capo « Non credo che lei desideri veramente infrangere la legge alla quale tanto sembra affezionato, freddando in maniera così plateale una donna inerme, sdraiata ai suoi piedi. » evidenziò, ammiccando appena nello strizzare l’occhio sinistro verso di lui, con fare complice « Questo la renderebbe un assassino, non migliore rispetto a quelli che, in genere, giudica e condanna. »
« Chi sei…? A chi rispondi…?! » insistette egli, riproponendole la domanda precedente e, allora, evidenziando tutta la propria determinazione nell’ottenere quella risposta aprendo il fuoco verso di lei e andando a marcare un foro fumante a meno di un pollice dal suo volto, alla destra del suo capo.
« Il mio nome è Midda Namile Bontor… e rispondo soltanto a me stessa. » dichiarò sorniona l’altra, non cedendo nel proprio ruolo e in quel ruolo per così come da lei allor interpretato, per quanto, ai di lui occhi, ormai evidente avrebbe avuto a doversi riconoscere quanto quella donna dovesse essere la stessa che, la mattina precedente, aveva fatto irruzione nel suo appartamento, dietro le mentite spoglie dell’ofidiana Har-Lys’sha… la stessa la colpa della quale, a seguito, aveva voluto assumersi Tora, in tal direzione sicuramente sospinta soltanto da un ordine superiore, e un ordine al quale ella non avrebbe potuto sottrarsi.
« Conosco Midda Bontor… e se il tuo braccio fosse veramente la protesi che le hanno impiantato sulla terza luna di Kritone, non avresti avuto alcuna difficoltà a liberarti dalla mia presa, anche senza dover ricorrere a lame di sorta. » argomentò egli, scuotendo il capo e adducendo alla dimostrazione della propria tesi quell’ulteriore, e tutt’altro che banale, dettaglio « Chi sei…?! »
« Sono chiunque tu voglia che io sia… » ridacchiò ella, semplicemente divertita da quella situazione « Sono l’infermiera che, questa notte, inietterà una piccola bolla d’aria nelle tue vene. Sono la prostituta che, domani notte, giacerà con te, avvelenandoti nel sonno. Sono una delle tue guardie che, quando meno te lo aspetterai, estrarrà la propria arma e ti aprirà un foro in quella tua piccola testa sproporzionata rispetto al resto del corpo. » proclamò, con l’entusiasmo proprio di chi, in quel momento, poteva star raccontando una barzelletta « Quindi… è molto meglio se ti uccidi ora. Perché, se non lo farai tu, da solo, presto o tardi troverò io il modo di farlo! »

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