11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2925, inizia oggi una nuova avventura della nostra serie regolare, la cinquantasettesima, dal titolo "Un bagliore di speranza"!

Questa avventura, oltre a ricollegarsi a "Il tempo del sogno", tornerà, nella propria ambientazione iniziale e in diversi, necessari riferimenti, alla seconda avventura della serie
"Reimaging Midda".
Ergo, per chi dovesse avere piacere ad approfondire i retroscena, l'invito non può che essere a recuperare "Camminando sui vetri rotti".

Per tutti gli altri, come di consueto... buona lettura!

Sean, 29 maggio 2019

giovedì 30 maggio 2019

2926


Ecco. Credo proprio di aver accelerato un po’ troppo, e di aver esposto un po’ troppe informazioni tutte insieme, soprattutto nel considerare il tipo di informazioni in questione.
Ricominciamo tutto da capo… e vediamo se così potrà funzionare meglio.
Il mio nome è Nóirín Mont-d'Orb. A dieci anni sono stata vittima di un terribile incidente d’auto in compagnia a mia madre Deirdre e a mia sorella Madailéin. Io mi ritrovai bloccata in un letto d’ospedale, con la spina dorsale lesionata e ben poche speranze di poter riuscire a muovere qualcosa di più della testa per il resto della mia vita. A mia madre andò peggio, e la perdemmo. A mia sorella, fortunatamente, molto meglio, e ne uscì praticamente illesa.
In un mondo come il nostro, che si vanta continuamente dei propri progressi tecnologici, come internet, smartphone, e miriadi di satelliti artificiali orbitanti sopra le nostre teste a permetterci di dimenticare persino la via utile a tornare a casa, anche la scienza medica non ha, fortunatamente, a doversi riconoscere qual la stessa in voga cinquant’anni fa, benché, obiettivamente, sotto taluni aspetti non sia andata molto oltre. E quello proprio di una colonna vertebrale lesionata, purtroppo, ricade ancora fra tali aspetti. A mio vantaggio posso dire che, a dispetto delle pessimistiche previsioni dei medici, con tanto impegno, tanto sudore, e tante lacrime, riuscii, attraverso un lungo percorso di riabilitazione, a riconquistare l’uso di almeno metà del mio corpo, riottenendo completo controllo non soltanto sulla testa, ma sulle spalle, sulle braccia, sulle mani, sul busto e sull’addome, e ritrovandomi, in ciò, “soltanto” bloccata su una sedia a rotelle, in quello che, comunque, avrebbe avuto a dover, e credo debba ancora, essere applaudito come un grande risultato.
In una situazione qual la mia, abbastanza scontato avrebbe potuto essere, da parte mia, lo sviluppo di una certa spiritualità, la ricerca, in un qualche credo, in una qualche fede, delle risposte a quelle domande necessariamente prive di ogni possibilità di risposta, prima fra tutte “perché?!”. Ciò non di meno, devo ammetterlo, non sono mai stata propriamente una credente. Certo, da bambina sono stata educata alla religione come tutti gli altri bambini della mia età: da figlia di madre irlandese, e per lo più nata e cresciuta in Italia, non vi sarebbero potute essere molte alternative. Ma dopo l’incidente, anziché avvicinarmi maggiormente alla fede, devo confessare di essermene allontanata, riconoscendo qual mio unico credo quello proprio dell’amore della mia famiglia e del valore dei miei sforzi. Nessun santo, nessun miracolo, avrebbe avuto a tirarmi fuori da quel letto d’ospedale, né me ne tirò fuori: soltanto l’amore della mia famiglia, gli sforzi di mio padre, l’affetto di mia sorella e, soprattutto, il mio impegno personale, fu in grado di permettermi di guadagnarmi l’indipendenza offerta da quella sedia a rotelle. E, in questo, non potei ovviare a sviluppare un approccio decisamente pragmatico alla vita.
Non che non mi sia mai piaciuto il genere fantastico. Quando uscii al cinema la trilogia de “Il Signore degli Anelli”, costrinsi mia sorella a sorbirseli tutti quanti, benché ella, a differenza mia, neppure apprezzasse il genere. Così come quando, due anni prima de “La compagnia dell’Anello”, erano sbarcati al cinema i mutanti della Marvel Comics, ovviamente io non mancai di essere seduta in prima fila, e perdonatemi l’involontario gioco di parole, con Maddie al mio fianco, a domandarmi cosa potessi trovare di tanto affascinante in un gruppo di persone vestite a metà fra dei motociclisti e degli appassionati di BDSM… sì, forse sui costumi avrebbero potuto lavorare un po’ di più, ma, all’epoca, mi entusiasmò non poco ritrovare gli X-Men sul grande schermo. Adoro il genere fantastico, e la maggior parte della mia vita professionale, come traduttrice editoriale, cerco di dedicarla proprio a tali opere, benché, in effetti, molto più spesso abbia a dover rendere di necessità virtù e ad accontentarmi di noiosissima saggistica e simili.
Ma al di là di quanto mi possa piacere o meno il genere fantastico, da apprezzarlo come opera di fantasia, a poterlo accettare come qualcosa di reale nella vita di tutti i giorni, ovviamente il passo avrebbe avuto a doversi riconoscere tutt’altro che ovvio. E nel mio crescente agnosticismo, per non dire ateismo, e che mia madre mi possa perdonare per ciò, non avrei potuto mai accettare per vero qualcosa di così estraneo alla realtà, come, in fondo, appare essere qualunque religione.
Le mie posizioni scettiche, tuttavia, ebbero a dover essere prepotentemente riviste in concomitanza a tre eventi, e a tre eventi che, nel giro di pochi anni, ebbero a rivoluzionare radicalmente la mia quotidianità, nonché la mia stessa concezione di realtà.
Il primo di questi eventi fu l’entrata in scena, all’interno della vita di mia sorella Maddie, e indirettamente anche della mia e di quella di nostro padre, di una donna di almeno una decina d’anni più vecchia rispetto alla mia gemella e a me, e, ciò non di meno, una donna che, nei fatti, ebbe a scoprirsi essere una versione alternativa di Maddie, e una versione alternativa proveniente da un altro mondo, da un altro universo, estremamente diverso dal nostro, e in viaggio, attraverso il multiverso, ormai già da molto tempo, nell’inseguimento di una sorta di crudele nemesi a sua volta in viaggio attraverso le dimensioni e intenzionata, in tal senso, a uccidere quante più Maddie possibili. E, sia chiaro, non avrei mai potuto accettare per fede questa storia, né mai l’accettai per fede, nel ritrovarmi, al contrario, a spiacevole contatto con la dimostrazione dell’esistenza di qualcosa di estraneo al mio concetto di realtà, di normalità, nel momento in cui il corpo di questa Maddie alternativa ebbe a mutare drasticamente innanzi al mio sguardo, in conseguenza a un morbo mutagene proveniente da un’altra dimensione, e un morbo mutagene capace di trasformare una persona in un osceno mostro uscito dal delirio di un appassionato della sin troppo lunga, e di qualità assolutamente discutibile, saga di “Resident Evil”, giusto per restare in tema di cinema e opere fantastiche. Quel mostro, dopo aver aggredito la mia famiglia nella nostra stessa casa, ebbe a concludere la propria tragica esistenza volando sotto le ruote di un tramvai, grazie all’indomito intervento della mia stessa gemella, la quale, già radicalmente cambiata nel proprio approccio alla vita e all’universo, o, per essere più precisi, al multiverso, aveva già da lungo tempo intrapreso il cammino utile a divenire una combattente, una donna guerriero, non dissimile dalla versione alternativa, sua maestra d’armi, e da quella maestra che, proprio malgrado, era stata allora costretta a uccidere per salvare tutti noi.
Proprio in riferimento all’evoluzione della mia un tempo timida e introspettiva sorella, così insicura di sé e così afflitta da mille sensi di colpa, probabilmente per essere stata l’unica a uscire illesa da quell’incidente che ci coinvolse a solo dieci anni di età, non può che essere citato il secondo evento che, di lì a breve, ebbe obbligatoriamente a sconvolgere la mia quotidianità, e a costringermi ad aprire gli occhi sull’esistenza di qualcosa di più grande di me, di un universo, anzi di un multiverso, più complesso, e più intrecciato nelle proprie relazioni di causa ed effetto, di quanto mai avrei potuto avere occasione di immaginare prima. Perché, se una Maddie era morta, anzi, per la precisione, una Midda Namile Bontor era morta, tale il nome della nomade dimensionale che aveva radicalmente mutato ogni consapevolezza della mia amata sorella sulla realtà; la sua antagonista, la sua nemesi, non avrebbe avuto a doversi riconoscere ancor tale. E proprio allo scopo di proseguire nella crociata della propria maestra, della propria mentore, Maddie, la mia Maddie, un giorno si ritrovò costretta a dire addio al suo uomo, a nostro padre, e a me, nella necessità, nella volontà, di andare oltre, di raccogliere l’eredità della propria mentore, della propria defunta versione alternativa, e, in ciò, di iniziare a viaggiare a sua volta attraverso le dimensioni, sulle ali della fenice, per inseguire quella che, ormai, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual la propria nemesi, qual la propria avversaria. Così fu. E, in un bagliore infuocato, e di un fuoco non spaventoso, non distruttore, quanto, e paradossalmente, benevolo nel proprio abbraccio, dolce nella propria carezza, quasi quanto l’abbraccio di una madre, la carezza di un padre, Maddie scomparve innanzi al mio sguardo, nella volontà di perseguire il proprio scopo, e quanto, finalmente, aveva compreso essere il proprio scopo, dopo tanti, troppi anni vissuti nella più totale inconsapevolezza a tal riguardo.
Dopo essere stata quasi uccisa da un mostro mutante, con la parte superiore del corpo aperta lungo il proprio asse longitudinale e una lunga fila di denti lì bramosi soltanto delle tue carni; e dopo aver salutato la mia unica sorella, e la mia sorella gemella, all’inizio del di lei viaggio attraverso il multiverso, nell’abbraccio di un’entità primigenia del Creato; già obbligata avrebbe avuto a essere, per me, una ridiscussione della mia stessa concezione di ogni cosa… e, con essa, anche del mio rapporto con il piano spirituale, con il credo e la fede. Ma ancora un terzo evento, e l’evento per me direttamente più sconvolgente, avrebbe avuto allora ad attendermi.

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