11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Con l'episodio 2925, inizia oggi una nuova avventura della nostra serie regolare, la cinquantasettesima, dal titolo "Un bagliore di speranza"!

Questa avventura, oltre a ricollegarsi a "Il tempo del sogno", tornerà, nella propria ambientazione iniziale e in diversi, necessari riferimenti, alla seconda avventura della serie
"Reimaging Midda".
Ergo, per chi dovesse avere piacere ad approfondire i retroscena, l'invito non può che essere a recuperare "Camminando sui vetri rotti".

Per tutti gli altri, come di consueto... buona lettura!

Sean, 29 maggio 2019

mercoledì 29 maggio 2019

2925


Mi si conceda l’opportunità di incominciare con le presentazioni e una breve introduzione generale, a meglio comprendere chi io sia e quanto bizzarra abbia a essere la mia storia.
Il mio nome è Nóirín Mont-d'Orb. E insieme a mia sorella Madailéin, sotto alcuni aspetti… sotto molti aspetti, credo di poter essere considerata la dimostrazione vivente della teoria del caos, sin dalle circostanze stesse che hanno condotto alla nostra nascita.
Partiamo dal mio stesso nome: Nóirín Mont-d'Orb. I più attenti avranno sicuramente potuto notare come, questo nome, risulti essere una tutt’altro che ovvia commistione di almeno due lingue diverse. Nóirín, infatti, ha da riconoscersi qual una particolare versione irlandese di Noreen, o Norah, in italiano Nora. Mont-d'Orb, al contrario, è un cognome francese, probabilmente derivato da una piccola e antica comunità di comuni conosciuta come i comuni di Monts d'Orb nel dipartimento dell’Hérault, nella regione Languedoc-Roussillon. E, fra parentesi, identico discorso potrebbe essere applicato anche a mia sorella, il cui nome, in italiano, sarebbe Maddalena. Il perché di questa interessante commistione franco-irlandese è presto spiegata nel rivolgere l’attenzione alla generazione precedente a quella mia e della mia sorella gemella: nostro padre, Jules Mont-d'Orb, cittadino francese, conobbe mia madre, Deirdre Synge, cittadina irlandese, e, dalla loro unione, nascemmo noi due, prendendo il cognome francese di nostro padre ma conservando la fierezza delle nostre radici irlandesi, oltre che nei nostri capelli rossi, anche nei nostri nomi.
E qui, qualcuno, potrebbe forse evidenziare quanto, in fondo, non vi sia nulla di così straordinario nelle circostanze stesse che hanno condotto alla nascita di Maddie e mia. Anche perché ormai, in grazia all’esistenza dell’Unione Europea, all’abbattimento delle frontiere, al programma Erasmus e a tante altre straordinarie conquiste degli ultimi tre decenni, tutto questo potrebbe considerarsi come qualcosa di semplice occorrenza, fra un giovane e una giovane pur di nazionalità diverse. Ciò non di meno, negli anni Settanta, le cose funzionavano ancora in maniera parecchio diversa, e, per due giovani, non avrebbe avuto a essere considerato così scontato muoversi da una nazione all’altra… non, quantomeno, nelle medesima concezione moderna di tale idea. Aggiungiamo, poi, all’entropia generale, un altro piccolo dettaglio: mia sorella e io, cittadine francesi e irlandesi per diritto di sangue, siamo nate e cresciute in Italia, là dove, dopo parecchi anni, complice le tanto discusse leggi del Bel Paese, abbiamo acquisito anche una terza cittadinanza, e l’unica della quale, in effetti, ci potremmo sentire realmente partecipi.
Come può essere avvenuto che due piccole franco-irlandesi siano nate e cresciute entro i confini del caro e vecchio stivale del Mediterraneo?
Semplicemente perché, nostro padre e nostra madre ebbero a conoscersi proprio entro i confini del Bel Paese, ed ebbero qui a conoscersi, dettaglio non privo di valore, durante una vacanza. Anzi… durante due vacanze, e due diversi viaggi alla scoperta delle bellezze dell’Italia che, condotti dall’uno e dall’altra, li videro incrociarsi, in maniera del tutto casuale, proprio a metà dei rispettivi itinerari. E la scena, a detta di nostro padre, ebbe a risultare anche particolarmente divertente, nel momento in cui ella, non trovando la strada giusta per raggiungere il proprio ostello, e scambiandolo per un italiano, iniziò a sforzarsi di parlare con lui in italiano a richiedere indicazioni, nel mentre in cui egli, non comprendendo minimamente chi ella fosse o cosa gli stesse chiedendo, ma intuendo quanto il discorso fosse incentrato attorno a un ostello, si ritrovò a crederla una dipendente dello stesso, intenta a tentare di convincerlo a fermarsi lì per la notte. Furono necessari cinque minuti buoni, e un’imprecazione in francese da parte di nostro padre a dar libero sfogo alla frustrazione di non essere in grado di farsi comprendere da quell’insistente, e pur affascinante, giovane donna, prima che ella maturasse consapevolezza di non essere a confronto con un italiano ma con un francese, e prima che, di conseguenza, egli comprendesse di non essere a confronto con un’insistente locandiera quanto e piuttosto con una semplice turista suo pari, non meno smarrita di quanto, alla fine di quel dialogo fra sordi, anch’egli non avrebbe avuto a doversi considerare. Così, quel simpatico equivoco, ebbe allora a risolversi in una comune e sonora risata, e nell’invito, da parte di mio padre, a prendere qualcosa insieme in un bar, nella volontà di scusarsi con lei per essere arrivato a perdere la pazienza in quel modo, per quanto, paradossalmente, in assenza di quell’imprecazione in francese, probabilmente avrebbero avuto a continuare ancora molto a lungo in quell’improbabile piccola babele.
Comunque sia, questo primo incontro fra Jules e Deirdre avvenne nell’estate del ‘76. Un primo incontro a cui, nell’estate del ’77 ebbe a seguire un secondo, non programmato, non pianificato, non concordato, e pur, in fondo, desiderato da entrambi, a colmare il rimpianto di non aver approfondito la reciproca conoscenza in termini più profondi rispetto a quella serata al bar. E la cosa, evidentemente, piacque loro, giacché anche negli anni successivi, il copione ebbe a ripetersi, e questa volta in maniera concordata e per tempi sempre maggiori: così, a quel paio d’ore del ’76, e ai tre giorni del ’77, nel ’78 si aggiunse una settimana e nel ’79, addirittura, tre settimane, sino ad arrivare, nel 1980, a un mese pieno. Un mese al termine del quale nostra madre decise che fosse giunto il momento giusto per smettere di dover attendere, ogni anno, l’arrivo dell’estate per poter vivere quella loro relazione, e propose a nostro padre di sposarsi.
Alla fine dell’estate del 1981, quindi, i nostri genitori si sposarono. E nello sposarsi, decisero di scegliere proprio l’Italia qual luogo nel quale dar vita alla propria famiglia, ubbidendo a quanto, dal loro punto di vista, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual un evidente segno del fato. E non più di nove mesi più tardi arrivammo Maddie e io a occupare le loro notti con pianti stereofonici, nella misura che soltanto la gioia derivante da una coppia di gemelle può garantire.
Immagino già i volti critici di chi, al di là di qualche semplice fatalità, nulla si pone in grado di ravvisare, in tutto questo, dei termini propri del mio discorso iniziale, e del mio discorso iniziale nel merito della teoria del caos. Ma, a costoro, non posso che richiedere di concedermi ancora qualche istante di pazienza, giacché, invero, la narrazione finora null’altro ha da essere giudicata se non un quieto e simpatico preambolo al resto della mia esposizione dei fatti, e di fatti che, presto, permetteranno di ben comprendere il senso ultimo di tutto ciò.
Sorvolerò sui primi dieci anni delle nostre vite, e quei dieci anni in cui, le nostre vite, trascorsero in amore e serenità, per giungere direttamente all’evento più tragico delle nostre esistenze, e quell’incidente d’auto che ci vide sottratto l’amore di nostra madre. Un terribile incidente dal quale, in maniera a dir poco miracolosa, mia sorella Maddie uscì praticamente illesa, nel mentre in cui, al contrario, io riportai una serie di gravi lesioni alla colonna vertebrale, e una serie di gravi lesioni che mi bloccarono in un letto d’ospedale, con un parere medico decisamente negativo sulla possibilità, per me, di riuscire a muovere qualcosa di più della testa negli anni avvenire. Così, dal mattino alla sera, da un giorno all’altro, le vite di nostro padre, di mia sorella e, ovviamente, anche la mia, furono drasticamente rivoluzionate, e rivoluzionate non in positivo, lasciando l’uno vedovo, noi due orfane di madre, e la sottoscritta costretta a vivere il resto della propria vita come un vegetale… o poco di più.
Mi posso permettere un fugace momento autocelebrativo…?! Ce la siamo cavata, comunque, alla grande!
Perché, laddove un tanto tragico fato avrebbe potuto avere la meglio su di noi, nessuno di noi ha mai avuto occasione di arrendersi. E grazie all’amore di nostro padre, e ai grandi sforzi che egli ebbe a compiere, indebitandosi oltremodo per riuscire a concedermi le migliori possibilità, e alla costante presenza di mia sorella, negli anni successivi riuscii a dimostrare a quei medici disfattisti quanto avevano a sbagliarsi sul mio conto: non fu facile, e non fu indolore, soprattutto per una bambina neppur fanciulla… ma, probabilmente, la ribellione adolescenziale ebbe ad aiutarmi, e a permettermi, in grazia a quanto già dichiarato, di riconquistare il controllo su più di metà del mio stesso corpo, con la sola eccezione propria delle gambe, e di quelle gambe che mai ebbi a interpretare qual evidenza di una sconfitta, quanto e piuttosto testimonianza della pur straordinaria vittoria ottenuta su ogni altro fronte. Alla fine, quindi, con solo un lieve e giustificato distacco rispetto alla mia gemella, ebbi anch’io a vivere la mia vita da normale adolescente, frequentando il liceo e arrivando persino a una tanto bella, quanto purtroppo professionalmente inutile, maturità classica. Una maturità classica alla quale feci seguire lo studio di diverse lingue diverse dalla mia, a partire dalle tre di base, inglese, francese e tedesco, per poi aggiungere russo e, persino, cinese mandarino e giapponese, non qual mero esercizio di stile, quanto e piuttosto per propormi come traduttrice e, in particolare, traduttrice editoriale, in un mercato specialistico, comunque, sufficientemente di nicchia per potersi offrire non privo di opportunità anche per una giovane donna nelle mie condizioni.
Fine del fugace momento autocelebrativo.
In un contesto qual quello che ho appena descritto, e in un contesto assolutamente consueto, le nostre vite, ormai, avrebbero avuto a doversi considerare qual intente a trascorrere in una situazione di sufficiente armonia. Pur non avendo mai dimenticato nostra madre, né il terribile incidente che ce l’ha portata via, Maddie e io, accanto a papà, siamo state in grado di andare avanti. E di andare avanti anche nella volontà di dover vivere noi anche e soprattutto per lei, per renderla fiera, e inorgoglire il suo sguardo verso di noi ovunque ella sia finita. Questo, quantomeno, sino a qualche anno fa. E al giorno in cui una strana donna dal volto sfregiato ebbe a entrare nelle nostre vite e, in particolare, nella vita di mia sorella Maddie.
Non desidero ora incedere eccessivamente sui dettagli della questione, per esplicitare la quale, probabilmente, si potrebbe anche scrivere un libro intero: basti ora sapere che la donna inizialmente presentatasi con il nome di Carsa Anloch, e da nostro padre addirittura ipotizzata qual l’amante di mia sorella, ebbe poi a scoprirsi chiamata con il nome di Midda Namile Bontor, letteralmente l’anagramma di Madailéin Mont-d'Orb, in quella che non avrebbe avuto a doversi fraintendere qual una coincidenza essendo, questa, null’altro che un’”altra” Maddie, proveniente da un universo parallelo e giunta sino al nostro mondo nel solo intento di dare la caccia a una pericolosa entità sovrannaturale, in fuga attraverso il multiverso…
… d’accordo. A questo punto sono certa di aver perso qualcuno per strada, se non proprio tutti quanti.
Lo comprendo, questo discorso appare semplicemente assurdo. E io stessa lo avrei ritenuto tale, se soltanto non mi fossi ritrovata, in primo luogo, a confronto con un osceno mostro mutante, una sorta di ibrido lovecraftiano nel quale, proprio malgrado, la stessa Midda Bontor ebbe a trasformarsi per una qualche oscena infezione contratta nel corso dei suoi viaggi dimensionali, da lei definita con il nome di morbo cnidariano; se non avessi visto la mia stessa gemella abbandonare i confini del nostro piano dimensionale nell’abbraccio di una mitologica fenice; e se, qualche anno più tardi, non mi fossi ritrovata trasportata nel tempo del sogno, lì rincontrando Maddie, conoscendo un’altra Midda Bontor e molti suoi amici, ma, soprattutto, da quell’esperienza uscendo rinnovata non soltanto nello spirito ma, ancor più, nel corpo, nell’essermi riscoperta in grado di camminare, di correre e di saltare come alcuna scienza avrebbe mai potuto concedermi di fare… e tutto questo fu soltanto l’inizio!

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