11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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E con 2900 episodi di serie regolare, inizia oggi la grande corsa verso il mitico appuntamento del numero 3000!

Nota di costume: considerando tutti gli speciali e le tre storie sotto l'etichetta "Reimaging Midda", in verità, saremmo già al 3137... ma non importa!)

Sean, 4 maggio 2019

giovedì 9 maggio 2019

2905


Parole dure, quelle che Pitra Zafral ebbe a scandire a proprio stesso discapito, nel confronto con le quali Mudi parve dimostrarsi quietamente soddisfatto, per così come ebbe a esprimere in un nuovo, del tutto innaturale e, ancora una volta, estremamente inquietante sorriso, e sempre nel sorriso proprio di chi, in fondo, avrebbe avuto a dover essere molto probabilmente riconosciuto incapace a concepire realmente l’idea stessa di entusiasmo, di felicità, di appagamento che, dietro a tal gesto, a simile atto, avrebbe desiderato trasmettere. Ciò non di meno, egli, piccolo e sconosciuto accusatore fra tanti nell’omni-governo di Loicare, banale ometto privo di qualunque reale pregio a poterlo contraddistinguere, a potergli permettere di emergere dall’anonimato di una folla entro la quale, essa stessa, lo avrebbe del tutto obliato, in quel momento, in quel frangente, aveva avuto incredibile occasione di vedersi moralmente vittorioso sul celebre accusatore Zafral, in una soddisfazione morale che, obiettivamente, sarebbe risultata di difficile argomentazione contraria e in termini tali per cui, allora, più che sensato, più che giustificato, avrebbe avuto a doversi riconoscere quel pur così difficilmente riconoscibile moto di soddisfazione, di gioia, che stava in tal maniera tanto forzatamente cercando di rendere proprio.
Dal canto suo, Pitra ebbe a riservarsi una simile occasione di espressione all’indirizzo di Mudi Torr, offrendogli le proprie scuse e riconoscendo le proprie colpe, non perché realmente convinto di una propria posizione di torto innanzi a lui, quanto e piuttosto nella necessità di denunciare, allora e spiacevolmente, il proprio torto innanzi alla legge e a quella legge che, per lui, rappresentava sola ragione di vita. Per quanto, infatti, la questione di quegli “omissis” non avesse a dover essere fraintesa, in alcuna maniera, qual qualcosa di regolare, e avrebbe potuto quietamente offrir spazio a qualche dubbio di legittimità su quanto lì stava accadendo; al tempo stesso anche quel suo intervento in termini tanto diretti, in maniera tanto inconsueta, avrebbe dovuto essere inteso qual una violazione della legge, andando a ignorare quelle norme così ricordate dallo stesso accusatore Torr. E di ciò, proprio malgrado, egli non avrebbe potuto ovviare che a riservarsi esplicita colpa, per essersi permesso, senza un’inappellabile certezza nel proprio approccio, di abbracciare una tale decisione che lo avrebbe potuto quietamente esporre a un simile, involontario, tradimento dei propri stessi principi. E di quei principi in assenza dei quali, allora, egli non avrebbe più potuto riconoscersi qual un accusatore, né, tantomeno, avrebbe più potuto riconoscersi qual se stesso.

« Non se ne abbia a male, Zafral. » concesse benevolmente l’omuncolo, equivocando il rammarico del proprio interlocutore qual rivolto al proprio stesso indirizzo, allorché alle di lui responsabilità nei riguardi della legge o, quantomeno, a quelle che egli non avrebbe potuto ovviare a percepire qual tali « Fortunatamente, benché la legge non ammetta l’errore, io non ho da considerarmi egualmente intransigente… e, in questo, il suo eccesso di zelo può essere considerato qual già dimenticato. » annuì, accennando, allora, a riprendere il cammino che aveva interrotto per concedere al collega quella breve parentesi del proprio tempo « E ora, se può scusarmi, avrei piacere di andare a riposare un po’ prima dell’inizio del nuovo turno, giacché la giornata è ancora lunga e qualcuno, in fondo, deve pur lavorare per la gloria del nostro omni-governo. » concluse, non attendendo alcuna effettiva possibilità dell’altro, a fronte di una richiesta sostanzialmente retorica, e una richiesta lì rafforzata, nella propria forma, da quella che avrebbe potuto considerare persino una nota polemica all’indirizzo della propria controparte, e una nota polemica atta a porre in evidenza come, inseguendo i paranoici fantasmi delle proprie fantasie complottiste, egli stesse probabilmente venendo meno ai propri compiti, e ai propri compiti di accusatore, a differenza di chi, suo pari, stava lì soltanto cercando di concedersi al meglio delle proprie possibilità.

E se pur, ovviamente, Pitra non mancò di cogliere l’evidenza di una simile stoccata verbale a proprio discapito, egli ebbe comunque a rendere propria sufficiente maturità da evitare facili occasioni di replica, non giudicando quell’ometto insignificante minimamente degno neppure del proprio eventuale disprezzo.
In maniera altresì antitetica alla dimostrata passività a confronto con tutto ciò, comunque, il colossale accusatore non avrebbe avuto a dover essere neppure frainteso, in quel frangente, qual minimamente soddisfatto da quel confronto, avendo ottenuto, da esso, soltanto ancor più domande che risposte, rispetto a quanto, altresì, non avrebbe potuto gradire gliene fossero concesse. E, assieme a quelle domande, ineluttabilmente, anche un critico dubbio nel merito della figura di quel proprio collega, e di quell’uomo il quale, sì palesemente, non avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual espressione di quegli importanti valori che pur, nel proprio ruolo, avrebbe avuto a dover incarnare, per la gloria della legge. Ciò non di meno, per così come il suo attuale fallimento aveva ben dimostrato, egli non avrebbe potuto riservarsi un approccio tanto diretto, così esplicito. Non, invero, fino a quando non avesse avuto la certezza di poter agire in grazia alla forza propria della legge, ancor più che nel rischio della violazione della stessa.
Così, che potesse piacergli o meno, Pitra Zafral, in quel momento, non avrebbe potuto fare altro che ritirarsi, e ritirarsi in maniera utile, allora, a riservarsi occasione di meglio valutare il proprio approccio, la propria strategia, in quello che, evidentemente, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual un giuoco decisamente più complesso rispetto a quanto, in un primo momento, non avrebbe potuto sperare si sarebbe dimostrato essere.
Ineluttabilmente, nella sua testa, non avrebbero potuto mancare di riecheggiare le teorie che Midda Bontor aveva voluto condividere con lui, e aveva voluto condividere con lui a rischio stesso della propria libertà se non, addirittura, della propria vita. Teorie, quelle proprie di quella donna, alle quali egli non avrebbe potuto desiderare offrire il benché minimo seguito e a confronto con le quali, egualmente, non avrebbe potuto negarsi una certa necessità di riflessione. Una necessità di riflessione utile, quantomeno, a non permettersi alcuna ingenuità, e ad affrontare le accuse da lei formulate in maniera sufficientemente critica sì da non essere necessariamente considerate meritevoli di fiducia e, parimenti, neppur a dover essere necessariamente tacciate di vano delirio… non, quantomeno, fino a quando la realtà dei fatti non le avesse comprovate qual tali.
Nella necessità di agire, e nell’impossibilità a muoversi nella direzione propria dell’accusatore che aveva autorizzato l’azione di forza nel proprio appartamento, a Pitra non restarono, quindi, molte possibilità al di fuori di quella propria del tentare di riservarsi un nuovo confronto con l’unica protagonista di tali eventi per lui facilmente rintracciabile, per quanto, francamente, non avrebbe potuto ovviare a dubitare ella avesse realmente a essere tale: un dubbio, il suo, non tanto nel merito della sua rintracciabilità, nel ben conoscerne la locazione e la locazione all’interno di una cella in attesa di meglio definire la propria posizione legale, quanto e piuttosto nel merito del fatto che ella avesse comunque e realmente a doversi riconoscere qual una delle protagoniste di tali eventi. Soprattutto partendo dall’evidenza, già contestata innanzi agli archivisti che gli avevano fornito tali informazioni, del fatto che, in quella cella, ad attenderlo, allorché un’ofidiana avrebbe avuto a essere un’umana, in un cambio di specie non tanto sospetto, quanto e piuttosto fondamentalmente impossibile.
Tuttavia, in assenza di altre tracce, di altre piste, quella donna, quella Tora Ghiedel, avrebbe avuto per lui a dover essere riconosciuta qual l’unico, reale aggancio con chiunque stesse orchestrando l’evolversi di quegli eventi da dietro le quinte: un’oscura figura, un’eminenza grigia, le ragioni della quale egli avrebbe avuto a voler chiarire quanto prima, allo scopo di comprendere quanto, egli o ella, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual una minaccia per la legge, e per quell’ordine costituito del quale lui non avrebbe potuto ovviare a ergersi qual ultimo baluardo…

« Tora Ghiedel…? » l’apostrofò, giungendo innanzi a lei e subito squadrando l’immagine di una donna che nulla avrebbe avuto a spartire con colei sopraggiunta entro i confini del proprio appartamento, per ingaggiar battaglia in opposizione alla ricercata Midda Bontor « Caporal maggiore Tora Ghiedel…?! »

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