11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Con l'episodio 2925, inizia oggi una nuova avventura della nostra serie regolare, la cinquantasettesima, dal titolo "Un bagliore di speranza"!

Questa avventura, oltre a ricollegarsi a "Il tempo del sogno", tornerà, nella propria ambientazione iniziale e in diversi, necessari riferimenti, alla seconda avventura della serie
"Reimaging Midda".
Ergo, per chi dovesse avere piacere ad approfondire i retroscena, l'invito non può che essere a recuperare "Camminando sui vetri rotti".

Per tutti gli altri, come di consueto... buona lettura!

Sean, 29 maggio 2019

lunedì 20 maggio 2019

2916


Fu così che, all’alba di un nuovo giorno, quando l’accusatore Pitra Zafral ebbe a risvegliarsi entro i quieti confini del proprio appartamento, e di quell’appartamento in cui viveva solo, non avendo mai amato null’altro al di fuori della legge, e solo alla legge avendo votato la propria esistenza, egli ebbe a ritrovarsi tutt’altro che solo. Giacché, accanto a lui, nel suo letto, con il proprio nudo corpo pigramente avvolto nelle morbide lenzuola, sdraiata prona in misura utile a permettere al di lui sguardo occasione di ripercorrere la sensualità delle sue curve, dalle spalle ai glutei, avrebbe lì avuto a doversi apprezzare l’inattesa figura propria di una donna… e non di una donna qualsiasi.
Tora Ghiedel era lì, distesa a meno di un piede da lui, con la propria testa dolcemente appoggiata al suo stesso, muscoloso braccio, in quel momento scopertosi necessariamente intorpidito nell’aver mantenuto inconsapevolmente quella postura troppo a lungo. Ed ella era lì, distesa a meno di un piede da lui, non a caso, non per errore, ma per una consapevole e consenziente decisione che, la sera precedente, li aveva veduti decidere di fare ritorno insieme al suo appartamento, e, entro i confini della sua camera, abbandonarsi al piacere della reciproca fisicità. Contrariamente a ogni certezza, in opposizione a ogni previsione, la sera prima Pitra Zafral non aveva quindi ricondotto la propria ospite sino alla di lei cella. E l’incontro che li aveva veduti protagonisti nel corso di quella notte era stato di natura ben diversa rispetto a quello del quale, il pomeriggio precedente, entrambi si erano resi partecipi, segnando, alla fine, un sostanziale pareggio fra le parti, senza particolare distinzione fra vincitori e vinti, ma soltanto nel reciproco appagamento, e nell’appagamento di due corpi che sembravano essere stati concepiti, nell’idea del loro Creatore, al solo scopo di completarsi a vicenda.
Rigirandosi delicatamente nel letto, e voltandosi verso di lei al fine di rioffrire un minimo afflusso di sangue al proprio braccio informicolato, l’accusatore si concesse un lungo momento di quieta contemplazione della propria compagna di quella notte, contemplandone il volto, e scrutandone, ancora una volta, quanto in quel momento a lui visibile del suo corpo. Che ella incarnasse un esempio squisito di femminilità, e di una femminilità forte, non vi sarebbe potuto essere dubbio alcuno… e, nel corso di quell’appassionata notte, egli non aveva potuto ovviare a trovare più di una conferma a tal riguardo. In questo, egli non avrebbe potuto riservarsi quindi remora alcuna per quanto accaduto, per quanto occorso: entrambi decisamente adulti, entrambi consapevoli di ciò che stavano compiendo, ed entrambi assolutamente consenzienti a compiere tutto ciò, avevano avuto occasione di vivere quel loro nuovo, e più appassionato, confronto fisico con assoluta gratificazione da ambo le parti, in misura tale per cui, pertanto, anche l’inflessibile accusatore non avrebbe potuto ovviare a ritenersi più che soddisfatto della piega così presa dagli eventi. Ciò non di meno, ancora troppi interrogativi, ancora troppe zone d’ombra circondavano quella figura per permettergli di negarsi qualunque dubbio, qualunque sospetto a suo riguardo. Interrogativi i quali egli, al di là di quanto occorso in quelle ultime ore, non avrebbe potuto ovviare a voler chiarire, per dare un senso a quel quadro d’insieme riguardo al quale, purtroppo, ancora non avrebbe potuto vantare alcuna particolare confidenza. E interrogativi i quali egli, malgrado l’indubbio piacere derivante dalla compagnia di quella donna, non avrebbe potuto ovviare a voler definire, per comprendere quale reale ruolo ella avrebbe mai potuto giuocare nella propria vita, ammesso ma non concesso, chiaramente, che tutto quello non avesse a doversi risolvere qual la piacevole avventura di una notte e nulla di più.
Consapevole di ciò, e consapevole di doversi chiarire le idee, Pitra Zafral decise di alzarsi silenziosamente dal letto, con non poco impegno allo scopo di liberare il proprio braccio dalla presenza di lei, al fine di recuperare i propri pantaloni, e di muoversi, in maniera discreta, a lasciare quella stanza, per trasferirsi nell’area che, all’interno del proprio non piccolo appartamento, aveva adibito all’uso di studio. Lì, dopo essersi accomodato alla propria scrivania, egli accese lo schermo del proprio terminale e, indossati i propri occhiali da lettura, iniziò a muovere con quieta sicurezza e rapidità le dita sulla tastiera, nell’intento di compiere qualcosa che forse non avrebbe offerto alcun riscontro, alcun risultato, ma qualcosa che, parimenti, sperava non avrebbe mancato di aiutarlo a dissipare quella metaforica foschia che, in quel momento, stava impedendogli di contemplare l’intera trama di quell’ordito e, soprattutto, di comprendere la mano di chi fosse allora impegnata a tesserlo.

Non fosse stato, egli, un accusatore, quanto allora si impegnò a compiere si sarebbe dimostrato decisamente molto più complicato da porre in essere, per ineluttabili ostacoli che si sarebbero frapposti fra lui e il proprio intento.
Aprire, infatti, un canale di comunicazione, e un canale di comunicazione riservato, nei riguardi di una determinata nave stellare fra le infinite presenti nel vasto cosmo, a riguardo della posizione della quale, oltretutto, alcuna effettiva informazione avrebbe avuto a poter vantare di possedere, per un uomo qualunque, avrebbe richiesto non poco lavoro, non poco impegno, tanto per l’apertura stessa del canale, e di un canale che egli non desiderava potesse essere intercettato da terzi né l’esistenza del quale desiderava potesse essere riconosciuta da altri al di fuori dei diretti interessati, quanto e non di meno per la definizione stessa del destinatario, e di quel destinatario che, nell’aversi a riconoscere entro la lista dei ricercati dell’omni-governo di Loicare, non si sarebbe certamente riservato facile occasione di farsi raggiungere, e di farsi raggiungere da chicchessia. Ciò non di meno egli, in quanto accusatore, avrebbe avuto sicuramente a vantare alcune possibilità estranee ai più.
Così, per iniziare, l’apertura di un canale di comunicazione, e di un canale di comunicazione riservato, non avrebbe avuto a dover rappresentare un qualche ostacolo di sorta, non laddove, in quanto accusatore, ogni propria comunicazione, ogni propria disposizione, avrebbe avuto a doversi considerare coperta dal segreto d’ufficio, e, in questo, automaticamente riservata, criptata nella propria formulazione e dissimulata nella propria stessa occorrenza. Così, ancora, raggiungere una nave e una specifica nave stellare fra le infinite presenti nel vasto cosmo, non avrebbe avuto a doversi giudicare qualcosa di infattibile, non, laddove, comunque, anch’essi avrebbero avuto necessariamente a dover tessere una rete di contatti, contatti sicuri certamente, e pur contatti terzi, terzi ai quali, fosse solo per l’approvvigionamento di quanto necessario a proseguire nel proprio viaggio, non avrebbero potuto rinunciare, e terzi i quali, in quanto, comunque, estranei ai problemi con la giustizia di Loicare, egli avrebbe potuto raggiungere, attraverso una ricerca forse non immediata, forse non automatica, e, ciò non di meno, fattibile. Dopotutto, egli aveva dedicato gli ultimi anni della propria vita a seguire le tracce della Kasta Hamina attraverso le infinite distese siderali e, in questo, non avrebbe potuto ovviare a maturare una discreta confidenza con quella nave, con i membri del suo equipaggio e, soprattutto, con i loro consueti agganci nelle varie parti del cosmo. E quanto egli desiderava inviare, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual un messaggio estremamente conciso, costituito soltanto da una data, un orario e delle coordinate, all’attenzione di una donna in particolare…

« Ehy… ecco dove ti sei nascosto… »

A sorprenderlo, un istante dopo l’invio del messaggio, fu la voce di Tora, la quale, avvolta all’interno del lenzuolo, lì adibito al ruolo di abito, aveva fatto allor capolino, scalza, all’ingresso del suo studio: necessariamente scapigliata, e con il volto ancor evidentemente dominato dal sonno che non l’aveva ancor completamente abbandonata, ella doveva aver deciso di lasciare il letto soltanto in conseguenza alla rilevata assenza del proprio compagno, e di quel compagno che, allora, aveva lì appena ritrovato, offrendole motivazione utile a ornare il suo volto con un dolce sorriso.

« … sono uno spettacolo così terribile, al mattino, da preferire nasconderti qui dentro a lavorare ancor prima che restare al mio fianco nel letto?! » domandò sorniona ella, non negandosi la possibilità di un’implicita richiesta di lusinghe, in favore alla propria lì quanto mai evidente femminilità.

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