11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Con l'episodio 2925, inizia oggi una nuova avventura della nostra serie regolare, la cinquantasettesima, dal titolo "Un bagliore di speranza"!

Questa avventura, oltre a ricollegarsi a "Il tempo del sogno", tornerà, nella propria ambientazione iniziale e in diversi, necessari riferimenti, alla seconda avventura della serie
"Reimaging Midda".
Ergo, per chi dovesse avere piacere ad approfondire i retroscena, l'invito non può che essere a recuperare "Camminando sui vetri rotti".

Per tutti gli altri, come di consueto... buona lettura!

Sean, 29 maggio 2019

venerdì 12 luglio 2019

2969


« Voi restate nascosti… » ordinai ai miei compagni d’arme, o, piuttosto, suggerii loro, non ponendomi certamente nella posizione utile per rivolgere loro un qualunque genere di ordine, nel mentre in cui, scuri alla mano, mi rialzai da terra animata dalla volontà di cercare un minimo di chiarezza attorno a tutto quello « … e se qualcosa dovesse andar storto, scappate via di qui più velocemente possibile, e andate a dare l’allarme a chiunque. » soggiunsi poi, in un invito che, forse, avrebbe avuto a doversi intendere un po’ drammatico… e che, ciò non di meno, avrebbe avuto a doversi riconoscere comunque giustificato, e giustificato dall’allor più totale inconsapevolezza nel merito di quanto stesse lì accadendo.
« Maddie! » intervenne Be’Wahr, forse per tentare di fermarmi, ritrovandosi tuttavia immediatamente arrestato da un cenno della mia mano e da un cenno volto, allora, a domandargli un minimo di fiducia in me, e nella mia possibilità di avere a gestire quella questione, e di averla a gestire nel modo migliore per tutti quanti « … sii prudente… » si limitò quindi a dirmi, consapevole di non potermi fermare, e della necessità, allora, di dimostrare fiducia in me, anche per il bene del nostro stesso rapporto.
« … non lo sono sempre?! » accennai un lieve sorriso divertito, stringendomi fra le spalle prima di abbandonare il nostro estemporaneo nascondiglio e di iniziare ad avanzare in direzione della nuova arrivata.

Lo stile della nuova Midda o Maddie o, forse, Nissa lì presente, in verità, avrebbe avuto a doversi riconoscere quantomeno interessante, per non dire decisamente alternativo rispetto alle consuete scelte di abbigliamento con le quali, sino a quel momento, mi ero ritrovata ad aver a che fare.
I capelli, ovviamente rossi e contraddistinti da una lunghezza decisamente maggiore rispetto a quanto non fossero… anzi, non fossimo, solite portare noi Maddie o Midda, si presentavano allora ordinati in una comoda e alta treccia, che, partendo quasi dalla fronte, vedeva mantenuti strettamente ordinati i capelli sino al retro della nuca, prima di iniziare a offrire loro un minimo di libertà in una naturale coda. Il volto, scevro da cicatrici o altri marchi, si poneva, in tutto e per tutto, praticamente identico al mio, con gli stessi occhi color ghiaccio, le stesse lentiggini sparse al di sopra della pallida carnagione, la stessa fossetta sul mento, e le stesse carnose labbra che, inutile negarlo, facevamo di noi indubbiamente una donna desiderabile, per quanto, per anni, io stessa avessi ampliamente sottovalutato il mio potenziale in tal senso.
Più in basso, il corpo appariva rivestito a strati multipli, quasi a voler sottolineare in maniera più incisiva la differenza fra i miei abituali viaggi sulle ali della fenice e il suo, ammesso che, effettivamente, ella fosse lì sopraggiunta sulle ali della fenice, visto e considerato lo scherzetto che poi aveva organizzato a discapito dei gula. Il primo strato, quello inferiore, si poneva contraddistinto da una maglietta bianca, con una qualche scritta nel mezzo, i neri caratteri della quale, pur dal mio punto di vista non immediatamente distinguibili nella propria integrità, e nel significato di quella parola, non mancarono di aiutarmi a riconoscerla qual proveniente da un mondo assimilabile al mio, utilizzando le lettere proprie dell’alfabeto latino. Al di sotto di tale maglietta, a dimostrare una certa autostima in sé, una certa confidenza con il proprio corpo e la propria femminilità che, per l’appunto, un tempo, prima della mia “evoluzione”, se così si può definire, mi era mancata, si riusciva a intuire, in maniera sufficientemente definita, la presenza di un interessante reggiseno di pizzo nero, a sostenere e contenere l’importante massa dei suoi seni, in direzione dei quali, a prescindere dalla visibilità o meno del reggiseno, o di quel pizzo nero, comunque sarebbero stati sicuramente attratti gli sguardi e gli interessi della maggior parte degli interlocutori con i quali ella avrebbe avuti occasione di porsi a confronto. Pizzo nero che, nella propria presenza, sembrava voler riprendere, almeno in parte, lo stile della minigonna da lei indossata, una minigonna di taglio elegante, drappeggiata attorno ai suoi fianchi a ridiscendere sino a metà delle sue splendide cosce, con una nera stoffa opaca al di sopra della quale, per l’appunto, era stato posto uno strato di pizzo egualmente nero, ed elaborato in raffinati motivi floreali.
Una ricercatezza, quella propria di quella minigonna, che pur non avrebbe potuto ovviare a fare leggermente a botte con una camicia di flanella, in un classico motivo scozzese con toni per lo più tendenti al rosso, e che, in quel particolare frangente, si poneva quietamente legata attorno ai suoi fianchi, ridiscendendo, attorno ad essi, in misura decisamente maggiore rispetto a quella della gonna stessa e, in ciò, arrivando sino all’altezza delle sue ginocchia, costituendo un potenziale secondo strato di abbigliamento in quel momento, pur, da lei non indossato. E a delineare, a margine di ciò, un terzo strato, non mancò allora di presentarsi una lunga giacca di vellutata stoffa amaranto, quasi nel taglio proprio di uno spolverino, che, allora, dalle spalle, ridiscendeva lungo il suo corpo ad avvolgerlo interamente, pur mantenendosi aperto sul fronte anteriore, a concedere, per l’appunto, la possibilità di constatare gli altri strati lì sotto presenti.
Nessuna arma, in apparenza, sembrava contraddistinguere della figura, benché lo spolverino, ovviamente, avrebbe potuto quietamente celare ogni qual genere di risorsa legata ai suoi fianchi, al di là della camicia. O, all’occorrenza, un’eventuale arma non avrebbe potuto mancare di essere anche presente nella borsa, una sorta di cartella morbida di colore verde militare, che, con noncuranza, le ricadeva dietro la schiena per mezzo di una lunga tracolla.
E, a concludere l’immagine così delineata, in un miscuglio di eleganza informale e di apparente pratico disinteresse, non mancarono ovviamente di riservarsi una giusta importanza i suoi stivali e i suoi ornamenti. I primi, tanto bassi nella propria suola, sostanzialmente priva di tacco, quanto alti nella propria estensione atta a raggiungere, quasi, il ginocchio, si mostravano in pelle nera, legati sul davanti da un lungo intreccio di stringhe e chiusi, ovviamente, sul retro da una più comoda cerniera lampo. I secondi, nel dettaglio, avrebbero avuto a riconoscersi costituiti da una coppia di orecchini argentati, pendenti dai lobi delle sue orecchie, tre anelli di egual colore, due al medio destro a uno all’indice sinistro, e una catenina, sempre argentata, appesa al collo, a confronto con la quale non potei ovviare a provare un qualche strano senso di familiarità, per quanto, comunque, non avrei potuto considerarmi effettivamente consapevole della ragione per la quale ciò avrebbe avuto a dovermi risultare, appunto, familiare.
Insomma… chiunque fosse quella nuova arrivata, non avrebbe potuto negarsi un certo stile. E uno stile che, pur, fatta eccezione per l’indizio proprio di quella scritta parzialmente visibile sulla sua maglietta, non mi avrebbe tuttavia aiuto meglio a classificarla nella propria natura e nella propria origine.

« Ehilà! Salve! » volli provare tuttavia a salutare, e a salutare, per non sbagliare, ricorrendo all’uso della lingua inglese, nel non ignorare la presenza di quei caratteri latini e, in tal senso, nello sperare che, da qualunque realtà ella potesse star arrivando, comunque tale lingua, così predominante nel mio mondo, non avesse a riconoscersi qual completamente incomprensibile per lei « Benvenuta da queste parti… » sorrisi verso di lei, mantenendo basse le scuri,  in termini tali da non farle apparire fraintendibili qual una minaccia, e pur, al contempo, mantenendo ben salda la presa di entrambe le mie mani attorno alle loro impugnature, nella consapevolezza di non avermi a poter concedere una qualche facile occasione di fiducia verso la nuova arrivata… non, soprattutto, dopo quell’imprevista dimostrazione di stregoneria.
Sorpresa dalla mia apparizione, la mia interlocutrice ebbe quasi a sobbalzare a confronto con la mia stessa immagine, salvo, un istante dopo, riprendere il controllo della situazione e, in ciò, ricambiare il mio saluto nei suoi confronti « Salve! » dichiarò, con un inglese decisamente migliore del mio, e un accento persino vagamente britannico, sorridendomi apertamente e, per un momento, palesando persino un certo imbarazzo a confronto con me « Spero che quelli non fossero amici tuoi… non mi sembravano molto amichevoli, e ho pensato di sfruttare quel po’ di energia residua dopo un salto per spaventarli un po’, prima che avessero ad aggredirmi. » spiegò, quasi a giustificare il gesto da lei così appena portato a termine, per poi squadrarmi meglio, quasi a voler prendere bene le misure con me e con la mia immagine « Ti chiedo preventivamente scusa se, eventualmente, con la mia domanda potrò apparire un po’ troppo diretta e un po’ troppo sfrontata, essendo piombata qui in questa maniera un po’ plateale… ma… quale Maddie sei tu…?! »

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