11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Con l'episodio 2925, inizia oggi una nuova avventura della nostra serie regolare, la cinquantasettesima, dal titolo "Un bagliore di speranza"!

Questa avventura, oltre a ricollegarsi a "Il tempo del sogno", tornerà, nella propria ambientazione iniziale e in diversi, necessari riferimenti, alla seconda avventura della serie
"Reimaging Midda".
Ergo, per chi dovesse avere piacere ad approfondire i retroscena, l'invito non può che essere a recuperare "Camminando sui vetri rotti".

Per tutti gli altri, come di consueto... buona lettura!

Sean, 29 maggio 2019

martedì 2 luglio 2019

2959


A vedersi, in quel contesto e in quelle scarse condizioni di luce, facile sarebbe stato confondere dei gula con delle bestie, ancor prima che riconoscerle quali creature antropomorfe.
Rapide nei propri movimenti, trovando appoggio su quattro estremità allorché soltanto su due, con schiene incredibilmente curvate, essi avrebbero potuto essere facilmente scambiati per qualche strano animale, qualche felino forse, nei movimenti rapidi, nell’agilità da loro dimostrata nel correre e nel saltare da un punto all’altro, su un terreno talvolta irregolare, qual necessariamente quello proprio del confine fra Kofreya e Y’Shalf, dominato nella propria integrità dalla catena dei monti Rou’Farth. Ciò non di meno, non zampe, quanto braccia e gambe, avrebbero avuto a dover essere considerate le loro, nella capacità, all’occorrenza, di vederli ergersi in posizione eretta e di discriminare l’impiego delle une dalle altre, esattamente così come qualunque essere umano. Pallida, pallidissima, a tratti addirittura sì trasparente da apparire cerulea, avrebbe avuto a doversi considerare la loro pelle, incapace a celare, al di sotto di essa, la ricchezza del loro sistema circolatorio, su corpi sì vigorosi, sì muscolosi, e, pur, straordinariamente esili nella propria apparenza, innaturali nell’offrirsi, in tutto ciò, quasi longilinei, per quanto contraddistinti da un’indubbia energia, da una forza nel confronto con la quale spiacevole avrebbe avuto a doversi immaginare di ritrovarsi a confronto.
Un’apparenza inquietante, quella offerta in tal modo dai loro corpi, che non avrebbe avuto a dover essere fraintesa qual contraddistinta da un qualunque pur vago senso del pudore, non laddove, in termini obiettivamente non dissimili da quelli propri di un branco di bestie, essi si offrivano allo sguardo assolutamente ignudi, senza concedersi occasione di dubbio alcuno sulla necessità di avere a celare le proprie vergogne, fossero essi di genere maschile, fossero essi di genere femminile. Positivo, in tutto quello, se di “positivo” si sarebbe voluto parlare, avrebbe avuto a dover essere intesa un certo democratico equilibrio fra la presenza maschile e quella femminile in quelle schiere, benché, su corpi così magri e pur così scolpiti nella propria muscolatura, non immediata sarebbe stato cogliere effettivamente la differenza fra maschi e femmine… non quantomeno senza sforzarsi di cercare di distinguere, per l’appunto, la presenza di qualche attributo maschile fra le loro gambe, in una ricerca che pur, obiettivamente, non avrebbe potuto interessare alcun eventuale spettatore.
I loro volti, a margine di tutto ciò, avrebbero avuto a meritare un’attenzione particolare, per meglio comprendere l’inquietudine propria derivante dal confronto con quelle creature, perché, se pur contraddistinti da una composizione umanoide, difficilmente umani avrebbero avuto a dover essere fraintesi. L’assenza di labbra e di naso, per iniziare, contribuiva a offrire una parvenza scheletrica in combinazione alla loro pallida carnagione. I denti all’interno della bocca, senza labbra a coprirne la presenza, si offrivano in piena evidenza, con forme acuminate, simili a zanne ancor prima che a semplici denti, e sopra di essi, le feritoie in corrispondenza del loro setto nasale negavano un qualunque genere di ostacolo a permettere loro di affondare il volto nelle carni delle proprie prede, nei loro ventri, per lì, direttamente, avere a mordere e strappare le viscere e ogni altro tessuto molle, senza alcun eventuale ostacolo. Una soluzione anatomica estremamente pratica, a buon titolo, per una dieta qual la loro, e, soprattutto, per un approccio qual il loro a tale dieta che, all’occasione, li avrebbe veduti quindi sprofondare direttamente i propri volti all’interno delle carcasse, ovviando a faticare nell’uso delle mani per ottenere il cibo da portare alla bocca. I loro occhi, poi, al di sotto di lisci crani privi di capelli, si offrivano dominati da un colore ancor più chiaro dei miei, e, a margine di ciò, totalmente privi, nel loro centro, d’ogni ipotesi di pupilla: bianchi, integralmente bianchi, quindi, essi avrebbero avuto a dover essere facilmente fraintesi, suscitando l’idea di una qualche sorta di cecità da parte loro. Ma non ciechi essi avrebbero avuto a dover essere intesi, non, quantomeno, nella concezione comune del termine.
Così come avevamo avuto già occasione di constatare nelle sere precedenti, essi non avrebbero avuto a essere privi di vista, ma, piuttosto, a essere contraddistinti da un diverso genere di vista, e da una vista basata sulla percezione del movimento, ancor prima che di una reale distinzione dell’immagine a sé circostante. Un senso, quello che per un qualunque essere umano avrebbe avuto a doversi considerare qual principale, che per loro, quindi, avrebbe avuto a dover essere declinato comunque qual secondario, e preposto, più che altro, a funzioni di difesa, allorché di offesa o di ricerca del cibo: a tale alternativo scopo, infatti, come già accennavo, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual destinato l’olfatto, e quell’olfatto affinato a riconoscere l’odore della morte e a guidarli sino alle proprie prede, in quella che, da parte loro, avrebbe quindi avuto a dover essere considerata una dieta principalmente necrofaga, ma che, all’occorrenza, come molte inquietanti testimonianze non avrebbero potuto ovviare a riportare, avrebbe avuto anche a dimostrare sufficiente elasticità mentale da vederli impegnarsi prima ad uccidere la propria preda e poi ad attendere il momento più propizio per nutrirsene.
A confronto con una tale situazione, in verità, assolutamente privi di qualunque speranza di competizione avremmo avuto a doverci ritenere, noi cinque idioti, al di là del nostro “astuto” cambio di abiti, non avendo certamente a essere sufficiente un simile rimedio per rimuovere dalla nostra pelle, dai nostri capelli, l’odore proprio della morte, e della morte nella quale sino a quel momento eravamo stati immersi. Ciò non di meno, e volendo spezzare una proverbiale lancia in nostro favore, il nostro auspicio, la nostra speranza, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta nella saturazione, dell’aria a noi circostante, di quell’intera zona di guerra, dell’odore proprio della morte, in termini tali per cui, per quanto, sicuramente, ancora una parte fosse da noi conservata, tale presenza, in proporzione, avesse a doversi giudicare sì minimale, sì banale, da non suscitare particolari attenzioni da parte dei nostri possibili antagonisti, i quali, allora, avrebbero avuto, forse, più interesse a cercare qualche arto mutilato, qualche budello sparso in giro, allorché concentrarsi su di noi.
Avrebbe funzionato…?! Impossibile a dirsi!
Del resto, come già ho sottolineato, stavamo procedendo per tentativi, per raffinamenti successivi, e, in quella terza notte, il nostro tentativo avrebbe avuto appunto a doversi intendere qual speranzosamente rivolto a risultare poco attraenti per i nostri antagonisti, in misura tale da poterci concedere di proseguire nel nostro cammino sino al loro covo e lì, all’occorrenza, di avere indomitamente, e idiotamente, ad avanzare, nella ricerca dell’Occhio di Gorl.
… cos’altro?!
Ah… sì. Olfatto ottimo, soprattutto nel riconoscere l’odore della morte. Vista presente, soprattutto in favore del movimento. Udito ovviamente eccezionale, in termini tali, ovviamente, da rendere ancor più complicata la nostra impresa, e la nostra impresa che, sinceramente, avrei avuto piacere a condividere, per quanto allor impossibile, con la leggendaria Midda Bontor, la Figlia di Marr’Mahew, l’Ucciditrice di Dei, la Campionessa di Kriarya… quella donna che, ancor più che umana, si offriva essere un mito, una semidea imbattibile, e che, in tutto ciò, sarei stata estremamente curiosa di poter vedere all’opera in un tale contesto, per comprendere se, da parte sua, vi sarebbe stato un approccio diverso rispetto al nostro o se, alla fine, anch’ella avrebbe agito non diversamente da noi. Dopotutto, da non dimenticarsi, Howe e Be’Wahr avrebbero avuto a poter vantare un’amplia esperienza di vita al suo fianco, avendo affrontato, insieme a lei, situazioni di ogni genere e avversari di ogni genere: ergo, se da parte loro non vi sarebbe stata alcuna ispirazione migliore, facile sarebbe stato credere che anche da lei altre idee non si sarebbero presentate.
Così, in assenza di soluzioni migliori, di idee forse meno rischiose, il nostro variegato gruppetto altro non poté fare che lì arrestarsi, acquattarsi e iniziare a pregare, ognuno, il proprio dio o dea prediletti nella speranza che la prima ondata di gula avessero a passarci attorno senza rilevarci, senza interessarsi a noi, in quanto, pur, da parte nostra, altro non era stata che una semplice scommessa. Una prima ondata che, laddove qualcosa fosse andato storto, avremmo avuto allor a dover affrontare, e a dover affrontare in uno scontro diretto e in uno scontro diretto che, nostro malgrado, non avrebbe avuto a poterci riservare possibilità d’illusione di una qualche eventuale posizione di superiorità da parte nostra. Non laddove la sproporzione lì esistente avrebbe avuto a doversi considerare di almeno dieci a uno…

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