11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Con l'episodio 2925, inizia oggi una nuova avventura della nostra serie regolare, la cinquantasettesima, dal titolo "Un bagliore di speranza"!

Questa avventura, oltre a ricollegarsi a "Il tempo del sogno", tornerà, nella propria ambientazione iniziale e in diversi, necessari riferimenti, alla seconda avventura della serie
"Reimaging Midda".
Ergo, per chi dovesse avere piacere ad approfondire i retroscena, l'invito non può che essere a recuperare "Camminando sui vetri rotti".

Per tutti gli altri, come di consueto... buona lettura!

Sean, 29 maggio 2019

giovedì 4 luglio 2019

2961


E’ sorprendente comprendere quanto, ciò che abitualmente abbiamo a considerare semplicemente una nota a margine del linguaggio verbale, ossia il linguaggio paraverbale e quello non verbale, abbia un valore altresì straordinario all’interno della comunicazione, e della comunicazione non soltanto fra due persone, ma anche fra molte persone. E, come sempre accade, riservandosi occasione di fare di necessità virtù, la negazione della possibilità, per tutti noi, di ricorrere al linguaggio verbale, non, quantomeno, nel voler ovviare a porre in allarme i nostri possibili antagonisti, altro non ci permise che meglio apprezzare, appunto, altri possibili aspetti della comunicazione, altre possibili vie di comunicazione, delegando alle espressioni proprie dei nostri volti, o dei nostri corpi, nonché ai nostri stessi movimenti, ai nostri gesti, la piena responsabilità sull’efficacia e sull’efficienza della nostra comunicazione, in un ruolo, una volta tanto, finalmente protagonista per loro…
… non che, abitualmente, la comunicazione paraverbale o la comunicazione non verbale si riservino un ruolo marginale: semplicemente, in maniera umile, agiscono con discrezione a margine di quella prima donna chiamata linguaggio verbale e, senza farsi notare, contribuiscono a trasmettere il giusto messaggio nelle giuste modalità, escludendo, o comunque minimizzando, ogni possibilità di fraintendimento. Così, per esempio, è possibile rivolgere un insulto a un nostro amico senza che questi abbia a offendersi, nel momento in cui tale insulto è accompagnato da un sorriso e da un’espressione divertita sul volto, e magari da un lieve scuotimento del capo, che meglio abbia a enfatizzare come, magari, averlo chiamato “lurido figlio d’un cane”, in verità, non abbia a intendersi qual, effettivamente, un’offesa a suo discapito, quanto e piuttosto, nel giusto contesto, espressione di divertita soddisfazione, espressione di plauso e congratulazioni nei suoi riguardi, se non, addirittura, di bonaria invidia per un successo da lui riportato a discapito di ogni possibile presupposto contrario. Identiche parole che, se pronunciare con un’intonazione diversa, con un’espressione ringhiante, sguardo serio e fronte corrucciata, e, all’occorrenza, una diffusa tensione muscolare, muta completamente di significato, ritornando, appunto, a voler essere un insulto, e un insulto conseguente, magari, a un tradimento inaspettato, a un gesto da parte sua per noi incomprensibile, o quant’altro comunque da declinarsi in una negativa accezione di rancorosa volontà di vendetta a suo stesso discapito.
Al di là di simili considerazioni, nel ritrovarsi costretti al silenzio, e al silenzio più assoluto, in termini tali da ben calibrare ogni proprio passo, da ben misurare ogni proprio movimento al fine, anche e soltanto banale, di impedire al metallo delle proprie armi di avere a produrre qualche suono inatteso o incontrollato; il linguaggio paraverbale e quello non verbale ebbero a riservarsi un ruolo da leone, garantendoci la possibilità di agire, e di agire con assoluta coordinazione, senza avere mai necessità di proferir verbo, ma, semplicemente, confrontandoci gli uni con gli altri, e agendo di conseguenza a quanto, comunque, più che sufficientemente ben espresso dai corpi e dai volti dei nostri interlocutori. Nessuno strano gesto, nessuna particolare organizzazione, più o meno improvvisata, da squadra speciale: semplicemente il buon senso e la fiducia, e quella fiducia, gli uni negli altri, utile a non porre mai in dubbio quanto silenziosamente dichiarato da qualcuno, ma, semplicemente, a prenderlo come verità, nella quieta consapevolezza di quanto, in caso contrario, una semplice esitazione avrebbe potuto costare a tutti noi la vita.
Ovviamente, a garantirci una simile sinergia, non poté che essere la reciproca confidenza che avevamo gli uni verso gli altri, e quell’abitudine a operare unitamente, armonicamente, non come un gruppo eterogeneo di persone prive di controllo o coordinazione, quanto e piuttosto qual espressione di un pensiero coordinato, e coordinato non tanto da una volontà superiore, quanto e piuttosto, appunto, dalla reciproca fiducia, e da quella fiducia che, ognuno di noi, nel corso di quegli ultimi anni, aveva avuto occasione di conquistarsi innanzi allo sguardo degli altri. Me inclusa, sia chiaro. Perché seppur straniera in terra straniera, e necessariamente priva di quella “anzianità di servizio” che pur avrebbe potuto contraddistinguere tutti loro, chi più, come Howe e Be’Wahr, chi meno, come i figli di Ebano, anche io, dal giorno del mio arrivo in quel mondo a quel momento, avevo avuto occasione di agire in termini tali da farmi riconoscere meritevole della stima e della fiducia dei miei compagni, salvando loro la vita in misura non inferiore rispetto a quanto, parimenti, essi avevano avuto occasione di salvarmi la vita e sempre contribuendo, nella misura propria della mia singolarità, al successo del gruppo tanto quanto chiunque altro, in ogni nostro incarico, in ogni nostra missione.
Fu così quindi che, anche in quell’occasione, malgrado ogni condizione avversa, fummo in grado di agire e di agire in maniera adeguatamente commisurata alla situazione, conservando il controllo della situazione stessa, o, quantomeno, una parvenza di controllo, e riuscendo a muoverci in maniera ordinata, coesa e, soprattutto, silenziosa, sotto la luce delle stelle del firmamento, seguendo al contrario il percorso compiuto dai gula e, in ciò, giungendo fino all’imbocco di una grotta.
Eh… sì. L’idea di una grotta, come nascondiglio, covo, rifugio dei gula, probabilmente, potrebbe essere giudicata banale, addirittura stereotipata. Ma dopo averli descritti come delle specie di bestie umanoidi cosa ci si sarebbe potuti attendere di trovare? Una città futuristica con enormi gemme luminescenti ad alimentare strani macchinari e tanti bravi e pacati gula in quieta attesa del semaforo verde per attraversare la strada?!
In verità, a rendere giustizia a quelle “bestie umanoidi”, l’ingresso alla grotta non avrebbe avuto a dover essere frainteso qual privo di qualsivoglia genere di controllo. Anzi. A dimostrazione, comunque, di un certo istinto territoriale, tre avrebbero avuto a dover essere lì riconosciuti i gula presenti a presidio dell’accesso al loro mondo, alla loro casa.
Tre gula… un problema.
Se pur, anche, qualcuno ebbe a bestemmiare a confronto con quell’immagine, tale imprecazione ebbe a mantenersi saldamente contenuta all’interno delle menti e dei cuori dei presenti: ormai abituatici al silenzio, dopo tutto l’impegno compiuto sino a quel momento, per arrivare a quel punto, stupido, da parte nostra, sarebbe stato sprecare l’investimento compiuto sino a quel momento per concederci un’effimera occasione di sfogo. E per quanto idioti avremmo potuto essere giudicati per quanto stavamo cercando di compiere, nessuno fra noi avrebbe voluto essere preso per stupido.
Non sapevamo a quali guai saremmo potuti andare incontro decidendo di intraprendere quell’azione ma, egualmente, quell’azione avrebbe avuto a dover essere compiuta. Perché, giunti sino a lì, non avrebbe avuto senso tornare indietro e rimandare al giorno successivo il completamento della nostra missione… non dove, quantomeno, attendere sino al giorno successivo non avrebbe mutato assolutamente nulla nella nostra condizione. Così, fra noi, fu sufficiente soltanto un rapido sguardo per decidere quanto avrebbe avuto a dover essere compiuto. E gli dei, in tal senso, parvero volersi offrire dalla nostra, arridendo al nostro coraggio e concedendoci, occasione, anche in quel frangente, di avere la possibilità di continuare a muoverci sottovento, ovviando al rischio di entrare entro i limiti della sensibilità del loro attento olfatto. Un movimento, quello che conducemmo nella grazia dei nostri dei, che ebbe quindi a condurci, attraverso una prudente traiettoria a parabola, a raggiungere l’area superiore all’ingresso alla loro grotta, per poter, da quel punto, avere a riservarci non soltanto un sempre utile fattore di sorpresa, ma, anche e ancor più, per poterci precipitare su di loro in maniera simultanea, nella speranza di poterli stroncare sul colpo e, soprattutto, nella speranza di non avere a concedere loro neppure percezione di quanto sarebbe accaduto, per ovviare al rischio di un qualche allarme, e di un qualche allarme che, allora, avrebbe visto quell’attacco volgere sgradevolmente a nostro discapito, negandoci ogni possibilità di discreto ingresso e di discreta fuoriuscita da quella grotta e, altresì, costringendoci a una battaglia che pur, all’occorrenza, avremmo preferito evitare.
Fu in quel momento che ci dividemmo in tre parti, tre quanti i nostri avversari, per agire nel massimo dell’efficienza e, in tal senso, minimizzare il rischio di fallimento. E dopo esserci divisi in tre parti, fu Howe che iniziò a effettuare un silenzioso conto alla rovescia, scandendo con mute labbra il ritmo della nostra azione…

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