11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Con l'episodio 2925, inizia oggi una nuova avventura della nostra serie regolare, la cinquantasettesima, dal titolo "Un bagliore di speranza"!

Questa avventura, oltre a ricollegarsi a "Il tempo del sogno", tornerà, nella propria ambientazione iniziale e in diversi, necessari riferimenti, alla seconda avventura della serie
"Reimaging Midda".
Ergo, per chi dovesse avere piacere ad approfondire i retroscena, l'invito non può che essere a recuperare "Camminando sui vetri rotti".

Per tutti gli altri, come di consueto... buona lettura!

Sean, 29 maggio 2019

domenica 7 luglio 2019

2964


In grazia al proverbiale senno di poi, facile sarebbe stato evidenziare quanto, certamente, la questione relativa all’illuminazione di quelle grotte non avrebbe avuto a dover essere fraintesa semplicemente qual una nostra mera esigenza ma, anche, un’esigenza propria dei nostri antagonisti, nonché lì quanto di più prossimi a poter essere considerati quali i legittimi padroni di casa. Perché, a meno di non voler presumere l’esistenza, a margine di quanto già avevamo avuto occasione di appurare, anche di una qualche particolare capacità di visione notturna, quelle creature avrebbero avuto allora a dover risentire, a loro volta, dei limiti propri dell’oscurità lì imperante.
Ogni dubbio nel merito di una loro possibile visione notturna, in verità, era stato da tutti noi già escluso la prima sera stessa da noi trascorsa in quella zona di guerra, quando, in concomitanza al nostro incontro d’esordio nel confronto con tali creature, avevamo avuto occasione di constatare la loro più totale indifferenza alla presenza di numerosi falò e altrettanto numerose torce sparse lungo tutto il campo di battaglia. Ove, infatti, vi fosse stata da parte loro una qualche predilezione per le tenebre, in termini tali per cui, allora, anche le loro incursioni notturne avrebbero avuto a poter esser così giustificate, tale predilezione avrebbe avuto a doverli veder rifuggire innanzi al fuoco, in maniera non dissimile da molte bestie di assimilabili abitudini notturne, la cui troppo sensibile vista non avrebbe potuto ovviare a ritrovarsi, in tal maniera, che ferita da fonti di luce tanto intense. E se così fosse stato, persino banale sarebbe stato per chiunque avere a proteggersi dai gula, limitandosi a nascondersi dietro un fuoco acceso. Purtroppo per tutti, e per nostra paradossale fortuna, i gula non possiedono alcuna particolare sensibilità nei confronti della luce, né, tantomeno, alcuna corrispettiva particolare confidenza con le tenebre, nelle quali pur sono abituati a muoversi, in termini tali per cui, allora, quella stessa grotta non avrebbe avuto alcuna ragione di rappresentare per noi un qualche ostacolo… non, quantomeno, in relazione alla sua stessa illuminazione.
Superata la dubbiosa inibizione iniziale, in ascolto alla quale avremmo allor probabilmente posticipato il nostro ingresso a un altro giorno, a un altro momento, e, magari, a un momento diurno, per quanto, allora, avremmo corso parecchi più rischi, nella certezza di avere a ritrovarci a confronto con l’intero branco; fu così che potemmo quindi constatare la correttezza della nostra scelta, e l’ancor presente benevolenza divina nei nostri riguardi: una benevolenza che, allor, ebbe a esprimersi nel ritrovarci a quieto confronto, una volta superata la prima trentina di piedi dall’inizio della grotta, con un’assolutamente quieta possibilità di confronto con il mondo a noi circostante, e una quieta possibilità di confronto allor garantitaci, per la precisione, dalla presenza di affascinanti muschi fluorescenti sparsi su gran parte della superficie del percorso nel quale ci stavamo così avventurando, utili a concederci una sufficiente possibilità di confidenza con le forme di tutto ciò lì presente.
Interessante sarebbe probabilmente stato, giunti a quel punto, concederci occasione di soffermarci a meglio analizzare quei muschi e le loro straordinarie capacità, quelle capacità che, all’occorrenza, avrebbero potuto anche esserci utili in altri contesti, in altre situazioni. Purtroppo per noi, la nostra non avrebbe avuto a doversi considerare una missione di natura botanica, ragione per la quale, grati agli dei per quell’ennesimo favore rivoltoci, non potemmo che continuare, con passo leggero, nel nostro cammino, avendo a dover prestare già attenzione a troppi dettagli, a partire da dove poter mettere i piedi per risultare più silenziosi possibili, a prestare attenzione a ogni minimo segnale d’allarme, per poterci concedere occasione di qualsivoglia distrazione. Anche visto e considerato, particolare non banale, che, in quel momento, ci stavamo ponendo a confronto con un lungo, lunghissimo corridoio invero privo di diramazioni e, in tal senso, forse ancor più pericoloso rispetto al temuto dedalo con l’idea del quale avevamo incominciato quella nostra discesa all’interno di quella montagna: giacché, per quanto una diramazione avrebbe avuto a dover rappresentare, necessariamente, il pericolo di perdersi, quella stessa diramazione avrebbe avuto a dover anche essere intesa, all’occorrenza, come l’occasione utile a nascondersi, e a nascondersi nell’eventualità del passaggio di qualche altro gula.
In quel momento, in quel frangente, infatti, tutti noi avremmo dovuto essere intesi qual apertamente esposti a qualunque capriccio dei nostri inconsapevoli anfitrioni i quali, da un momento all’altro, avrebbero potuto fare la loro apparizione lungo quella nostra stessa direzione, in un senso piuttosto che nell’altro. Jacqueline, la mia terapista, era solita ripetermi quanto, in situazioni tali per cui la mente umana cede il controllo al cervello rettile, alla “scimmia” che ognuno di noi ha dentro di sé, incapace di razionalizzare e di agire di conseguenza, soltanto due possibilità possono essere previste: la fuga, sovente tradotta anche in immobilità, e immobilità utile a fingersi morti, o l’attacco. E quelle due stesse possibilità, allora, sarebbero state quelle a noi concesse nell’eventualità in cui, improvvisamente, un gruppo di gula avesse fatto la propria apparizione all’interno di quella grotta: due possibilità, allora, fra le quali ci saremmo dovuti districare, tuttavia, non in conseguenza alla perdita del controllo della nostra parte razionale, quanto e piuttosto in ascolto alla nostra parte razionale, null’altro lì potendo ipotizzare se non un combattimento, che pur ci avrebbe probabilmente visti svantaggiati, se non dagli spazi ristretti, sicuramente dalla sproporzione numerica esistente fra noi e i nostri antagonisti, o, in alternativa, un pericolosissimo azzardo, e l’azzardo proprio nel tentare di affidare alla nostra immobilità la nostra stessa sopravvivenza.
Fortunatamente, in una serie di positive dimostrazioni di sostegno divino a confronto con le quali, per una non meglio definita legge di equilibrio universale, presto o tardi ci saremmo sicuramente ritrovati non poco inguaiati, anche in quel percorso, anche in quel frangente, tutto ebbe a svilupparsi nel modo migliore e, quindi, fu così che potemmo giungere al vero cuore di quell’insediamento. Cuore allor rappresentato da un’amplia grotta, e una grotta abbastanza vasta da poter quietamente ospitare tanto l’esercito kofreyota, quanto quello y’shalfico, che la fuori si stavano dedicando a rinnovare le rispettive energie in preparazione alla battaglia del giorno seguente, concedendo, oltre a ciò, sufficiente spazio a entrambe la fazioni anche per potersi permettere di svolgere, comodamente, all’interno di quell’area, ogni proprio confronto bellico: insomma… una gran bella grotta. E una gran bella grotta a confronto con la quale, sicuramente, sarebbe stato allor spontaneo esprimere un qualche commento carico di stupore, ma innanzi alla quale, ancora un volta, non potemmo che ritrovarci a mantenere il silenzio, e il silenzio più assoluto, soprattutto a confronto con l’immagine, in lontananza, di alcuni gula, evidentemente fra coloro i quali, allora, non si erano dedicati alla caccia nel corso di quella notte.

“Thyres!”

Fuga o attacco. Immobilità o azione. Scelte ridotte, ridottissime, anche in quel frangente, laddove, per così come noi li avevamo visti, e li stavamo continuando a osservare, anch’essi avrebbero potuto vederci, e riconoscerci, senza troppa difficoltà, qual degli intrusi, qual dei nemici, se non, addirittura, qual, ancora una volta, una cenetta comodamente servita a domicilio. E se, in quel frangente, un qualunque voto in favore dell’azione sarebbe stato semplicemente assurdo, nel considerare la distanza allor presente fra noi e i nostri supposti avversari, nonché il loro numero, lì censibile in non meno di una ventina di unità, tutto ciò che potemmo permetterci, allora, fu immobilizzarci, e immobilizzarci non dissimilmente a delle statue, e delle statue che, se fossero rimaste lì qual mero ornamento dell’ambiente, avrebbero potuto sperare di non suscitare l’attenzione di quella comunità.
Una deduzione comune, quella che allor ci vide coinvolti, giacché nessuno, fra i membri del nostro piccolo contingente, ebbe a reagire allor diversamente, chi forse per proprio autonomo pensiero, chi per mera imitazione, per semplice spirito di emulazione, vedendoci, così, restare lì bloccati a contemplare quanto stava accadendo a non meno di mezzo miglio di distanza da noi, e a cercare, a margine di tutto ciò, di avere a elaborare una qualche soluzione a quel problema, e una soluzione che, possibilmente, non ci vedesse vanificare la benevolenza sino a quel momento rivoltaci dagli dei tutti in favore di qualche azione veramente stupida…

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