11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

sabato 29 settembre 2018

2683


Quando, dopo qualche ora di riposo, Be’Sihl ebbe a risvegliarsi, proprio malgrado ebbe a dover constatare quanto, al suo fianco, nel letto, la propria amata non avesse allora a doversi considerare presente. Un malcontento, il suo, a confronto con una tale realtà dei fatti, che ebbe tuttavia a riservarsi ben poca durata, laddove, spostando lo sguardo dal comune giaciglio al resto della stanza, ebbe a individuarla, in verità, non lontano da sé, intenta, in nove piedi quadrati di spazio fra il fondo del letto e la parete lì di fronte, a riservarsi occasione per impegnarsi nei propri consueti esercizi fisici mattutini, gli stessi che, da una vita intera, ella non si negava mai occasione di riservarsi praticamente ogni giorno, tanto un istante prima di coricarsi, così come immediatamente dopo essersi alzata. Esercizi, i suoi, che, generalmente, laddove consumati all’interno dell’intimità di uno spazio chiuso, difficilmente avrebbero previsto la presenza di un qualche genere di abito sulla sua pelle, a concederle massima libertà di movimento, nella più totale libertà delle proprie membra, per tendersi e contrarsi, per ripiegarsi e distendersi, in un’attività fisica che alcuno avrebbe mai potuto obiettivamente giudicare ella abbisognasse, ma che pur, comunque, mai si sarebbe negata, al fine di mantenersi, sempre e comunque, quanto più possibile in forma, non potendosi permettere, soprattutto non in momenti di pace, ma ancor meno in occasioni di guerra, di cedere alla pigrizia. E se pur la necessità di dedicare la propria attenzione a tale impegno, l’aveva quindi condotta ad abbandonare il morbido e sempre piacevole abbraccio delle lenzuola, delle coperte e, soprattutto, del proprio amato; quest’ultimo non avrebbe potuto avere comunque di che lamentarsi, nel potersi, in tutto ciò, concedere l’occasione di un sempre conturbante spettacolo, e di quello spettacolo così dal suo nudo corpo offerto, in movimenti, in azioni prive di qualunque malizia, e, ciò non di meno, compiute, innanzi al suo sguardo, da forme che non si sarebbe mai stancato di poter contemplare, da meravigliose proporzioni che non si sarebbe mai stancato di poter amare.
Aprire gli occhi innanzi a un nuovo giorno e avere, così, possibilità di rimirare le nude spalle della propria amata, la dolce linea della sua schiena, i suoi alti e sodi glutei, le sue potenti gambe, con cosce e polpacci squisitamente delineati nella loro fiera muscolatura, un attimo prima pienamente offerti alla sua attenzione in conseguenza alla posizione da lei assunta in termini utili a vederla ripiegata in avanti in termini tali da condurre, quasi, la propria fronte a toccare i suoi stinchi; e, subito dopo, riservarsi l’occasione di emozionarsi nell’ammirare la pienezza dei suoi giunonici seni, l’irriverenza dei suoi capezzoli rivolti verso l’alto dei cieli, la dolce morbidezza del suo ventre leggermente convesso, il fascino delle sue forme più intime, nel mentre in cui, altresì, ella sospingeva il proprio intero busto all’indietro, a tendersi quanto più possibile in un sensuale arco volto a ribaltare completamente ogni impegno precedente, e, ora, quasi a voler ripiegare, in termini ovviamente impossibili, la propria schiena all’indietro, a equivalere allo sforzo precedentemente compiuto in direzione contraria; non avrebbe quindi potuto che offrire un’assolutamente comprensibile ragione di gioia per lo shar’tiagho, vedendolo, anzi, riservarsi l’opportunità di meglio posizionarsi sul letto per non rischiare di perdere neppure il più fugace dettaglio di quella perfezione da lui così follemente amata. Non che egli non conoscesse quel corpo, non che non avesse avuto già più di un’occasione per poterlo ammirare, da ben prima dell’inizio del loro rapporto, o di poterlo esplorare pollice per pollice, con le proprie mani, con le proprie labbra, baciandolo e assaporandolo, bramandolo come la più estasiante fra tutte le droghe: in verità, probabilmente, anche egli avesse perduto inaspettatamente la vista, sarebbe stato sicuramente in grado di plasmare una copia perfetta della propria amata da un blocco di creta, tanto la confidenza con quelle forme, e con ogni minimo dettaglio delle stesse, avrebbe avuto a doversi considerare elevata per lui. Ma, conosciuto o meno che tale spettacolo avesse a doversi considerare, mai egli avrebbe potuto stancarsi di ammirarlo, nello stesso modo in cui mai avrebbe potuto smettere di bramare la visione di una nuova alba, o di un nuovo tramonto.
E se il soggetto protagonista di tanta ammirazione, in quel mentre, avrebbe pur avuto a doversi riconoscere completamente assorta nel proprio impegno in quella ginnastica di allungamento, di distensione muscolare, preparatoria agli esercizi successivi e, soprattutto a quanto avrebbe potuto attenderla nel corso del resto della giornata; improbabile, impossibile addirittura, avrebbe avuto a poter essere per Midda non rendersi conto di quanto il proprio compagno si fosse ridestato e, soprattutto, con quieta discrezione, si fosse posto in attenta contemplazione del proprio operato, certamente in ciò sospinto non tanto da un interesse atletico, quanto e piuttosto di altra natura. Un interesse che, tuttavia, non avrebbe potuto in alcun modo dispiacere il suo amor proprio, la sua femminile vanità, non laddove, in fondo, come chiunque altro nel Creato, ella non avrebbe potuto ovviare ad apprezzare l’idea di essere tanto desiderata dal proprio compagno, dal proprio amante e amato, da colui che aveva deciso di mantenere al proprio fianco, e che pur, dopo tutte le disavventure loro occorse, e tutti i problemi che, sovente, li avevano divisi, assolutamente comprensibile sarebbe stato scoprire più che titubante sul proseguo di quella loro storia, di quella loro relazione. Altri, prima di lui, avevano infatti preferito allontanarsi da lei nell’evidente difficoltà a restarle al fianco; così come in molti di più, in gioventù, a lei avevano ambito soltanto per una notte d’amore e nulla di più, in termini che, sovente, ella era anche stata ben felice di accontentare, traendo eguale piacere da medesime premesse. Con Be’Sihl, tuttavia, la questione non avrebbe potuto ovviare a risultare diversa… e diversa nella misura in cui, anche dopo tanti anni insieme, e quasi il doppio di amichevole frequentazione, egli non sembrava essere in grado di stancarsi di lei, né, tantomeno, di lasciarsi intimorire da tutte le evidenti difficoltà conseguenti all’idea di restarle al fianco.
Così, benché non sarebbe stata solita considerarsi contraddistinta da quella medesima, naturale sensualità che in molte altre donne avrebbe avuto a doversi considerare addirittura irritante, così come, un esempio fra molti, nella sua perduta amica-nemica Carsa Anloch, ogni più semplice gesto della quale non avrebbe potuto ovviare a irretire qualunque uomo e, sovente, molte donne; ella decise, in quel mattino, di rendere quieto omaggio al proprio amato, modificando con piccole, sapienti scelte, i propri movimenti, le proprie posizioni, al solo scopo di avere ad appagarne lo sguardo e a stuzzicarne le fantasie più sfrenate. E per quanto, appunto, ella non sarebbe stata solita considerarsi contraddistinta da una qualche naturale sensualità, tale proprio impegno non ebbe a passare inosservato all’attenzione del destinatario di simile, silenzioso dono, non laddove, di lì a breve, egli ebbe a iniziare ad apparire in sincera, seria difficoltà a mantenere la postura inizialmente scelta, ritrovandosi costretto a mutare posizione, a risollevarsi e a trarre maggiormente a sé le coperte del letto, in una bizzarra contorsione chiaramente motivata dal tentativo di riservarsi un qualche fugace barlume di dignità, dopo essersi reso conto della misura nella quale, in effetti, avrebbe avuto a doversi riconoscere apprezzare tutto quello: una misura nella quale, forse complici anche quei lunghi giorni di astinenza da lei e dalla pienezza del loro rapporto, la sua mascolinità ebbe a risvegliarsi prepotentemente, plaudendo in tal maniera a quanto da lei abilmente compiuto.

« … dei… » gemette lo shar’tiagho.

Pur non avendo invero ragione alcuna per essere imbarazzato nel confronto con lei, laddove, nell’eguale misura in cui egli avrebbe potuto vantare di conoscere il corpo dell’amata, altrettanto ella avrebbe potuto riservarsi occasione di orgoglio per la confidenza maturata con il corpo di lui, sotto ogni punto di vista, in ogni possibile prospettiva, tale per cui, quindi, anche quell’evidenza di apprezzamento, da parte sua, non avrebbe avuto a doversi certamente fraintendere qual inedita innanzi al suo sguardo; forse per una qualche reminiscenza adolescenziale, forse perché in fondo anch’egli sorpreso dalla propria stessa reazione fisica, Be’Sihl, in quel momento, non avrebbe potuto essere riconosciuto esattamente a proprio agio in quella situazione… anzi.
Ma tanto maggiore avrebbe avuto a doversi considerare quell’imbarazzo, tanto maggiore avrebbe avuto a doversi proporzionalmente considerare il divertito compiacimento della controparte, della stessa Midda, la quale, dal canto proprio, finse spudoratamente di non averlo ancora riconosciuto qual desto, e persino più che desto, nel proseguire, irriverentemente, i propri esercizi, a ogni nuovo movimento, a ogni nuova posizione, sempre più intrisi di incontrovertibile, voluttuosa carnalità.

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