11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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E con 2900 episodi di serie regolare, inizia oggi la grande corsa verso il mitico appuntamento del numero 3000!

Nota di costume: considerando tutti gli speciali e le tre storie sotto l'etichetta "Reimaging Midda", in verità, saremmo già al 3137... ma non importa!)

Sean, 4 maggio 2019

sabato 2 marzo 2019

2837


Con un grido soffocato, Maddie si svegliò, ponendosi a sedere ansimante sul letto. E, in conseguenza di ciò, ovviamente, anche Desmond non poté ovviare a ridestarsi, osservandosi allarmato attorno, nel tentare di cogliere la ragione di quel grido.
Era stato solo un sogno. Uno strano sogno nel sogno. Eppure a Maddie doleva ancora quel poco del suo braccio destro ancor presente, nonché il suo fianco, là dove quell’ombra oscura le si era posata sopra, le aveva gravato addosso, in una sensazione di angoscia che neppure nel ritorno alla realtà avrebbe potuto considerare effettivamente scongiurata.

« Maddie…? Cosa accade…?! » domandò, con aria premurosamente preoccupata Des, nel non aver ravvisato alcuna motivazione d’allarme e, allora, nel voler comprendere se non vi fosse qualcosa che gli stesse sfuggendo, o, tuttalpiù una qualche ragione tale per cui ella avrebbe potuto ravvisare un qualche malessere fisico « Non ti senti bene…? »

Era stato solo un sogno. Uno strano sogno. Eppure Maddie non riusciva a calmarsi, tanto per l’orrore di quell’ombra nera proiettata contro di lei, quanto per l’imbarazzo del comprendere l’ovvietà propria dell’inesistenza di quell’ombra nera e del fatto che tutto fosse stato soltanto un sogno. Ma doveva farlo. Doveva calmarsi. E doveva rispondere a Desmond, offrendogli evidenza della verità dei fatti e di quanto, allora, non vi fosse nulla per cui preoccuparsi.

« Nulla… » scosse il capo ella, avvampando per la vergogna di quel momento e ringraziando la semioscurità ancor imperante nella stanza per la protezione che, allora, le stava offrendo « … credo di aver fatto soltanto un brutto sogno. »
A conferma di quanto, allora, nessun uomo migliore di Des ella avrebbe mai potuto desiderare, a confronto con quel brusco risveglio e con quel brusco risveglio sola conseguenza di una banalità simile, innanzi alla sua risposta egli trasse un profondo sospiro e, rallegrandosi dell’assenza di motivazioni peggiori, si rivolse allora a lei sorridendole quietamente, nel domandarle: « Ti va di parlarmene…?! »

Desmond era benestante, molto benestante. Era più giovane di lei. Egli era più bello di quanto ella non avrebbe potuto presumere di potersi permettere. Era cortese, premuroso, romantico. E, soprattutto, non passava un sol momento che non le offrisse evidenza di quanto avesse ad amarla, e di quanto la propria vita fosse dedicata a lei, e al suo amore per lei. Insomma… egli era tutto quello che ella avrebbe mai potuto desiderare e molto di più ancora…
… eppure, anche in quel momento, ella non poté ovviare a spingere il proprio pensiero verso Be’Sihl. E verso l’inesistente ricordo del suo caldo e confortevole abbraccio.

“Idiota.” si rimproverò violentemente, scuotendo il capo nel ripromettersi, in cuor suo, che non avrebbe più cercato di incontrare Basel… non laddove, in quella direzione, tutto ciò a cui avrebbe potuto giungere sarebbe stato porre a rischio il proprio rapporto con Desmond, e perdere, allora, quell’uomo meraviglioso che, risvegliato nel cuore della notte per colpa di un semplice incubo, altro non avrebbe potuto pensare di fare se non invitarla a parlargliene, attribuendo, a una tale banalità, grande valore… e attribuendolo solo e unicamente in funzione del suo amore per lei.
« E’ stato solo uno stupido incubo… nulla di più. » sorrise, ancora in imbarazzo, nel minimizzare un questione che, in fondo, non avrebbe meritato maggiore attenzione rispetto a quella già immeritatamente riconosciutale « Scusami, piuttosto… e cerca di tornare a dormire, che è ancora presto. » sancì, gettando una rapida occhiata all’ora e verificando quanto fossero passate da poco le cinque del mattino, assicurando loro almeno un’ora, o un’ora e mezza, di sonno in più se soltanto non si fossero distratti in chiacchiere.
Ed egli, in maniera squisitamente perfetta, non si limitò a considerare così semplicemente chiusa la questione, stringendosi eventualmente fra le spalle prima di tornare a sdraiarsi e a riprendere a dormire, così come suggeritogli, ma, ancora una volta, si premurò di insistere, e di insistere dolcemente nei suoi confronti, cercando l’ennesima conferma: « Sei sicura…? »
« Sicurissima. » confermò ella, prima di spingersi verso di lui per premere le proprie labbra su quelle amate, per un dolce e appassionato bacio, e un bacio che avesse, allora, a dimostrare quanto ella fosse certa di quella scelta, di quella decisione, e non avesse più a temere nulla, almeno fino a quando egli fosse rimasto al suo fianco.

Tornatisi a sdraiare, e a sdraiare ora dolcemente abbracciati, Maddie restò in silenzio a osservare, quietamente, il proprio compagno chiudere gli occhi e riprendere a dormire, con un respiro sottile, appena udibile, ad accompagnare il lento movimento continuo del suo petto, e di quel nudo petto muscoloso, appena ricoperto da un vellutato manto castano chiaro, contro il quale avrebbe lì avuto a essere riconosciuta delicatamente appoggiata la sua mano, a ricerca di un delicato momento di contatto con lui, e con il rassicurante battito del suo cuore.
E nel mentre in cui Desmond riprese il sonno interrotto, ella non tentò neppure per un istante di ritornare alla quiete del riposo, restando a rimirare, nella penombra, il profilo dell’uomo da lei amato, e di quell’uomo che non avrebbe dovuto permettersi di avere a tradire… non per un altro uomo, e, tantomeno, neppure per l’effimero ricordo di un perfetto compagno mai esistito. Perché la perfezione, in quel momento, si poneva già innanzi al suo sguardo e null’altro al mondo avrebbe potuto certamente competere con lui.
Be’Sihl era stato, e nelle sue fantasie e nei suoi racconti sarebbe sempre rimasto, il compagno di Midda Namile Bontor. Ma ella non era Midda Namile Bontor. E a meno di non voler trascorrere il resto della sua vita in un qualche istituto di igiene mentale, credendo di essere una persona diversa da quella che ella evidentemente e ineluttabilmente era, l’unica cosa sensata che avrebbe potuto fare sarebbe stato quella di ritornare alla propria vita per così come era sempre stata prima di quella presentazione, e dell’incontro con quell’uomo che, innanzi alla sua fantasia, o forse pazzia, aveva avuto occasione di apparire in qualche modo correlato a Be’Sihl, pur, chiaramente, non avendo nulla a che fare con lui.

“Cioè… non ha neppure le treccine!” osservò nell’intimo dei propri pensieri, concedendosi di ritornare con il pensiero a Basel soltanto per elaborare la verità dei fatti, e di quei fatti alla luce dei quali, ovviamente, egli non avrebbe avuto in alcun modo a poter essere ricollegato al suo amato immaginario “Be’Sihl non si taglierebbe mai i capelli, e non certamente così corti! Già ci sono io… cioè, c’è Midda a farlo.” argomentò, arringando attorno a quell’unico, ma decisamente evidente, dettaglio per definire la totale estraneità fra Be’Sihl e Basel, un dettaglio forse trascurabile e che, pur, allora avrebbe avuto a dover essere riconosciuto esattamente quanto a lei lì necessario per appellarsi a un qualche raziocinio e a escludere definitivamente Basel dalla propria vita.

La decisione era presa: così come Basel era entrato discretamente nella propria quotidianità, allo stesso modo ne sarebbe uscito. E in qualche settimana, qualche mese al massimo, ella non avrebbe probabilmente neppure più ricordato il tempo trascorso in quell’ultima settimana a chiacchierare con lui su quella panchina in piazza.

“Addio, Basel…” lo salutò, non negandogli, comunque, una certa gratitudine per aver incarnato, fosse anche e soltanto in maniera effimera, quel ricordo della sua vita mai vissuta, concedendole, in tal maniera, occasione per chiudere, finalmente, quell’ultimo capitolo rimasto in sospeso della propria storia passata.

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