11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E con 2900 episodi di serie regolare, inizia oggi la grande corsa verso il mitico appuntamento del numero 3000!

Nota di costume: considerando tutti gli speciali e le tre storie sotto l'etichetta "Reimaging Midda", in verità, saremmo già al 3137... ma non importa!)

Sean, 4 maggio 2019

venerdì 8 marzo 2019

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« Ancora non rammenti nulla…? » le domandò Jules, sottintendendo, ovviamente, a quegli anni dimenticati della sua infanzia, e a quegli anni che egli ben sapeva esserle stati sottratti dal coma, e dalle strane dinamiche in grazia alle quali la sua mente era stata in grado di affrontare non soltanto il trauma di quel terribile incidente ma, ancor più, la lunga, lunghissima immobilità alla quale si era ritrovata inconsapevolmente costretta per oltre tre decenni.

Fosse stato possibile, Maddie sarebbe stata ben lieta di stringere un patto faustiano al fine di poter riavere indietro le memorie della propria infanzia, arrivando, in tal senso, persino a rinunciare a qualunque ricordo della propria vita come Midda Bontor, per quanto, allo stato attuale delle cose, proprio quell’ultima fosse la sola vita della quale ella avrebbe potuto vantare memoria e che, in questo, avrebbe potuto essere in grado di definirla nel proprio stesso io. Perché, come compreso e più volte comprovato, ella non avrebbe dovuto essere fraintesa in alcun modo in un qualche parallelismo con colei che, a tutti gli effetti, altro non avrebbe avuto a doversi riconoscere se non qual un parto della sua immaginazione e, in questo, avrebbe avuto sinceramente piacere a poter maturare migliore confidenza con la propria vera identità, con la propria vera natura, riappropriandosi di quegli anni perduti, di quell’infanzia negatale.
Purtroppo, come Jacqueline le aveva spiegato più volte, la sua mente, e la sua mente ancor infantile al momento del terribile incidente d’auto che aveva segnato per sempre le vite di tutta la famiglia Mont-d'Orb, per far fronte a quanto accaduto, era stata costretta, né più, né meno, a riavviarsi, in maniera non dissimile da un computer, cancellando tutto ciò che ella era sempre stata, e riscrivendola in nuovi termini, e in un nuovi termini alla luce dei quali ella sarebbe stata in grado di confrontarsi più facilmente con la realtà, con la vita quotidiana, e con una realtà e una vita quotidiana che, per più di tre decenni, l’aveva vista intrappolata all’interno dell’orrore proprio di un coma. Un processo, pertanto, quello proprio di quell’azzeramento, difficilmente reversibile e che, per questo, l’avrebbe dovuta veder trovare un’occasione di quieta accettazione della realtà… e di una realtà nella quale, proprio malgrado, ella non si sarebbe mai liberata dell’ingombrante ombra della Figlia di Marr’Mahew, pur nella frustrazione propria di non potersi, neppur vagamente, riconoscere in essa.

« Nulla. » ammise quindi ella, non senza un certo rammarico « Ma non è importante… » soggiunse poi, aprendosi in un convinto sorriso verso il padre « … il mio passato è stato quello che è stato e non posso fare nulla per modificarlo. Quanto posso impegnarmi a compiere è vivere nel presente e guardare al futuro, costruendomi nuovi ricordi insieme alle persone che amo. » sancì, con una certa saggezza, e una saggezza per la quale, invero, avrebbe tuttavia dovuto ringraziare la propria strizzacervelli, essendosi allora limitata a ripetere, quasi in maniera automatica, una delle frasi chiave del proprio percorso di terapia, nella ricerca, da parte sua, di una nuova autoconsapevolezza, e un’autoconsapevolezza utile a permetterle di definire il proprio “io” anche al di fuori del fasullo ricordo di Midda Bontor « E, in questo, credo proprio che questa nostra visita qui, oggi, possa contribuire positivamente a tutto ciò: nella mia memoria, questa sarà la mia prima volta in questo locale… e sarà un ricordo splendido, in compagnia del mio amato padre. »

Fra le scelte compiute da Midda Bontor che più Maddie avrebbe potuto razionalmente criticare, malgrado nel confronto con la sua mente, con i suoi ricordi, esse fossero ancora delle proprie scelte, delle proprie decisioni, sicuramente quella di maggior rilievo avrebbe avuto a doversi considerare la fuga di casa compiuta dalla piccola Midda, un passaggio fondamentale, nella propria vita, che, più di qualunque altra cosa, aveva contraddistinto l’evoluzione del suo destino.
Crescere lontana dalla propria famiglia, lontana da proprio padre, da propria madre, dalla propria sorella e, ancor più, non essere presente durante la malattia e la morte della propria genitrice, fosse anche e soltanto per offrire forza e conforto a Nissa, non aveva semplicemente alterato il corso degli eventi della vita propria della stessa Ucciditrice di Dei, ma anche di tutte le altre persone a lei vicine, a incominciare dalla sua famiglia, per estendersi, nel corso del tempo, a impattare su chiunque altro, in maniera non dissimile dal moto ondoso concentrico causato da un sasso proiettato sulla placida superficie di un lago. La propria fuga da casa, infatti, aveva privato lei della propria famiglia e la propria famiglia di lei, lasciando la sua gemella sola ad affrontare, prima, il senso di tradimento causato dalla promessa da lei infranta, e, poi, il lutto per la morte della loro genitrice: due elementi chiave che, uniti alla loro reciproca incapacità a sanare quella distanza, a trovare occasione di colmare quella frattura venutasi a creare fra loro, aveva poi spinto l’una ad abbandonare per oltre trent’anni la propria isola natale, la propria famiglia e il proprio unico genitore superstite, e l’altra a votare la propria intera esistenza a perseguitare quella sorella traditrice, ideando sempre nuove occasioni utili a rovinarle la vita, principalmente facendo soffrire e uccidendo chiunque a lei vicino. Una vera e propria maledizione, quella imposta da Nissa su Midda, che aveva plasmato la vita di entrambe, e di molti altri attorno a esse, e che aveva visto il loro intero mondo essere influenzato da tutto ciò, nel trasformare quella che avrebbe potuto essere una semplice lite fra sorelle in una vera e propria faida, una guerra ventennale il conteggio totale delle vittime della quale sarebbe anche stato difficile da calcolare.
Ecco… quella avrebbe avuto a doversi considerare la cosa della quale di più Maddie avrebbe potuto muovere rimprovero alla propria controparte immaginaria: non essere stata in grado di sanare il rapporto con la propria famiglia, con la propria gemella, costruendosi sì nuove famiglie, trovando sì nuovi legami, e, ciò non di meno, perdendo quell’importante connessione con se stessa, con le proprie origini, per così come, fortunatamente, a lei era stata data altresì occasione di non rinunciare, nell’essere stata in coma per un tempo oscenamente lungo e, ciò non di meno, nell’essersi vista concessa la gioia dell’amore del propri genitore, e della propria gemella, al momento del proprio risveglio e, da lì, in ogni altro, singolo giorno della propria esistenza.

« Ti voglio bene, papà. » concluse quindi verso il genitore, sincera in quell’affermazione, nel riconoscere nel volto di quell’uomo tutto il proprio mondo, e ogni necessaria conferma di quanto, fra ogni possibile realtà, quella avrebbe avuto sicuramente a doversi considerare la migliore possibile.
« Ti voglio bene anche io, bambina mia. » sorrise l’uomo, scuotendo appena il capo nell’osservare la propria bambina, e quella bambina che il Cielo gli aveva voluto restituire dopo tanti anni, nelle vesti di una donna meravigliosa.

Sorseggiando, allora, i propri caffè, Maddie e Jules trascorsero un’oretta buona all’interno di quel locale, chiacchierando serenamente di quel passato, e di quel passato per lei perduto, per lei dimenticato, e per condividere il quale, suo padre, non si fece pregare, raccontandole con gioiosa nostalgia di quando lei e Rín erano ancora bambine, e di quando lì erano solite venire insieme a lui e alla loro splendida madre, con piccoli, e talvolta divertenti, aneddoti utili a ricreare innanzi al di lei sguardo le immagini proprie di quel lontano passato, e di quella vita che avrebbe avuto a dover riconoscere qual propria, per quanto lì ascoltata per la prima volta dalle parole del padre.
Così, ridacchiando, ella si rivide ancora bambina insistere con suo papà per poter assaggiare anche lei un po’ di caffè nella cioccolata, a imitazione dei propri genitori e a dimostrazione di quanto, allora, non avrebbe più avuto a doversi considerare così piccola da non poterlo bere; e si rivide nell’unica volta in cui, stanco, egli accetto di accontentarla, lasciandole assaggiare mezzo cucchiaino del proprio caffè, salvo vederla, allora, così disgustata e sconvolta dal sapore dello stesso da cacciare, addirittura, la lingua fuori dalla bocca, cercando di ripulirsela con una salviettina, a eliminare ogni minima traccia di quel nero orrore liquido.

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