11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

mercoledì 24 gennaio 2018

2436


Rispetto alla Jaco Milade, la Kasta Hamina, il mercantile a bordo del quale Midda Bontor aveva avuto non solo occasione di trovare una nuova famiglia, nella quale potersi sentire a casa benché a inconcepibile distanza da tutto ciò che mai avesse definito, o avrebbe potuto definire, attraverso tale termine, ma anche il proprio posto in quella nuova e più amplia realtà, nel ruolo di responsabile della sicurezza, avrebbe avuto a doversi considerare incredibilmente piccola, ristretta non soltanto nelle proprie dimensioni, ma anche, e ancor più, nei propri spazi interni. Laddove infatti, all’interno della Kasta Hamina, non un solo angolo avrebbe avuto a doversi considerare privo di un proprio specifico ruolo, di una propria concreta funzione, nella necessità di non sprecare spazio altresì utile, vedendo lì attribuito, a lei e a Be’Sihl, un alloggio obiettivamente inferiore, in dimensioni, rispetto a quello che entrambi avevano condiviso nella loro locanda in quel di Kriarya, e benché, nulla di tutto questo, avrebbe avuto a doversi considerare per lei un problema, abituata, in fondo, a spazi persino inferiori a bordo delle navi nelle quali era cresciuta e aveva passato gli anni più lieti, e più nostalgici, della propria giovinezza; nel ritrovarsi a passeggiare all’interno della Jaco Milade, quanto venne presentato alla sua attenzione, al suo sguardo, furono ampli corridoi, all’interno dei quali tre o quattro persone avrebbero potuto camminare quietamente affiancati, intrattenendosi in chiacchiere e pettegolezzi, e ancor più ampli spazi comuni, come una sala mensa sì vasta che avrebbe potuto ospitare, al suo interno, tranquillamente una cinquantina di persone, comodamente distribuite su più tavoli senza, in ciò, intralciarsi a vicenda, o come una plancia così estesa e così popolata, a confronto della quale, quella con cui ella stava appena iniziando a maturare una qualche confidenza avrebbe avuto a doversi reputare, piuttosto, uno sgabuzzino. Non che, in tutto ciò, l’alloggio nel quale ella e i due bambini avevano trovato ospitalità, per gentile concessione del loro capitano, avesse a doversi considerare insufficiente per i loro bisogni: in effetti, addirittura, lo spazio loro concesso avrebbe avuto a doversi distinguere qual contraddistinto da due differenti stanze da letto, oltre, ovviamente, a un’aria riservata ai servizi igienici, per un’estensione totale entro la quale, tutto sommato, la stessa Figlia di Marr’Mahew non avrebbe avuto a potersi considerare altro se non a disagio.
Sì… disagio. Tale, invero, avrebbe avuto a dover essere considerato lo stato d’animo della donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco nel confronto con quella situazione, nel ritrovarsi formalmente ospite, ma sostanzialmente prigioniera, di quel capitano pirata e del suo imponente equipaggio, a bordo di quell’enorme nave spaziale, in un angolo non conosciuto dell’universo e priva, in tutto ciò, del benché minimo controllo sul proprio destino. Certo: rispetto al precedente viaggio, quello da lei compiuto insieme a Tagae e Liagu qual prigioniera a bordo di una sconosciuta nave spaziale della Loor’Nos-Kahn, la loro attuale condizione avrebbe avuto a doversi riconoscere qual contraddistinta da un indubbio, maggiore livello di libertà, e di libertà utile a vedersi garantita occasione di circolare liberamente a bordo di quella nave senza, in questo, alcuna costrizione fisica, vedendosi concesso, addirittura, il libero uso del proprio arto destro, senza che la sua batteria all’idrargirio fosse privata della propria carica, a prevenire particolari possibilità di ribellione da parte sua. Ciò non di meno, sia nel confronto con la natura di masnadieri degli uomini e delle donne, degli umani e delle chimere a lei circostanti, sia nelle dinamiche proprie del loro primo incontro, del tentativo rimasto incompiuto di salvataggio dei due pargoli, così come dello scontro altrettanto ancor in sospeso fra lei e Lles; la donna guerriero non avrebbe potuto reputarsi a proprio agio in quella situazione, non avrebbe potuto concedersi l’opportunità di abbassare, psicologicamente, la guardia, nel temere quanto, da un momento all’altro, le cose avrebbero potuto precipitare.
Benché, quindi, fossero già trascorse più di quarantotto ore dalla loro partenza dal Mercato Sotterraneo, e benché in quelle quarantotto ore non a lei, non ai suoi bambini fosse stata imposta la pur minima occasione di minaccia, vedendosi, altresì, posti in condizioni di lavarsi, di cambiarsi, di rifocillarsi e di dormire, in una situazione così piacevole qual mai, negli ultimi anni della propria pur giovanissima vita, Tagae o Liagu avrebbero potuto vantare di ricordare, vedendosi offerta la possibilità addirittura di giocare all’interno di un’ampia vasca da bagno, di indossare vestiti morbidi e colorati, di mangiare piatti quasi neppur ricordati nel proprio sapore e di coricarsi in un letto morbidissimo, dormendo l’uno abbracciata all’altra; Midda Namile Bontor non avrebbe potuto essere considerata a proprio agio in tutto quello. Anzi. Forse, paradossalmente, ella avrebbe avuto a doversi considerare più confidente con l’idea di una vera e propria cella, rispetto, piuttosto, a quella prigione dorata nella quale, pur volontariamente, si era andata a infilare trascinando, seco, i due bambini e, di questo, non potendo ovviare a farsene una colpa, pur ben consapevole di quanto non le fossero state concesse molte altre possibilità.
Al mattino del terzo giorno, pertanto, dopo aver lasciato i propri bambini nei loro alloggi, affidando loro qualche problema di matematica con il quale confrontarsi, nel riprendere le loro sane, classiche vecchie abitudini, l’Ucciditrice di Dei volle riservarsi occasione utile per attraversare la nave e dirigersi, in particolare, verso la plancia, là dove sperava le sarebbe stata concessa occasione per parlare nuovamente con il capitano, con la quale, in effetti, non aveva avuto più possibilità di confronto sin dal loro arrivo a bordo della Jaco Milade…

Malgrado vasto e variegato avesse a dover essere riconosciuto l’equipaggio di quella nave, in una stima che l’Ucciditrice di Dei aveva valutato nell’ipotetica misura di almeno un centinaio di membri, palese avrebbe avuto a dover essere considerato, sin da subito, quanto fra tutti gli appartenenti al medesimo avrebbero avuto a dover essere riconosciuti esistenti forti legami di fratellanza, di solidarietà, in termini tali per cui, allora, la presenza aggiunta di quella nuova donna e dei due bambini non avrebbe potuto passare inosservata, non potendole consentire, in alcuna maniera, di poter essere fraintesa qual a sua volta appartenente ai loro ranghi, neppure nell’eventualità in cui il suo aspetto fisico, quelle sue caratteristiche uniche, non l’avessero comunque resa particolarmente riconoscibile, facilmente identificabile anche all’interno di una stanza affollata. Così, per quanto alcun particolare abbigliamento o segno distintivo avrebbe avuto a doverla identificare qual un’ospite lì a bordo, nessuno fra coloro i quali ella aveva avuto già occasione di incrociare, ed ebbe nuovamente possibilità in quella mattina, avrebbe potuto fraintenderne l’identità, subito associandola a colei lì a bordo presente per esplicita volontà del loro capitano, un’ospite alla quale offrire ogni riguardo nel non voler altresì incorrere nelle possibili ire del loro medesimo comandante.
In tutto ciò, senza alcuna necessità di essere scortata attraverso la nave, laddove, obiettivamente, avrebbe lì avuto a doversi considerare, in buona sostanza, implicitamente sorvegliata da parte di chiunque presente, Midda poté quietamente giungere sino all’ingresso alla plancia e, da quel punto, accedere al ponte di comando della Jaco Milade quasi anch’essa fosse parte dei suo equipaggio. Un ingresso in scena, il suo, che non ebbe a suscitare particolari allarmi fra coloro i quali lì intenti nelle proprie attività quotidiane, quanto, e semplicemente, una giustificabile curiosità, e una curiosità allor alimentata dalle immancabili voci, dai prevedibili pettegolezzi, che non avevano potuto mancare di accompagnare l’arrivo a bordo di una simile figura, sfida a confronto con la quale anche il loro capitano sembrava aver accusato il colpo, non concludendo il duello con quella stessa facilità con la quale tutti loro, inclusa la stessa Lles, si sarebbero attesi fosse in grado di concluderlo.
Anche la stessa Lles, comodamente seduta con le lunghe gambe accavallate su un’amplia poltrona, quasi un trono, al centro della plancia, non ebbe a manifestare particolare ragione di sorpresa nei riguardi di quell’apparizione, limitandosi a voltarsi, appena, verso l’ingresso nel momento in cui le porte ebbero a dischiudersi automaticamente, e, in tal senso, subito esaurendo ogni evidenza di interesse nei suoi riguardi, nel riportare la propria attenzione agli schermi schierati innanzi a sé, e al lavoro dei propri uomini a confronto con gli stessi. E se, per un lungo istante, alla donna guerriero non poté che sorgere il dubbio di non essere stata riconosciuta proprio da parte della stessa Lles, che fra tutti meno possibilità avrebbe potuto accusare a tal riguardo, in quell’assenza di apparenti reazioni, ogni timore a tal riguardo non poté che dissiparsi nel momento in cui, alfine, questa ebbe a prendere voce verso di lei…

« Non c’è che dire: ho proprio buon gusto in fatto di abbigliamento… » commentò, non negandosi un lieve sorriso sornione a margine di tale commento, benché, dando le spalle alla propria interlocutrice, ciò non avrebbe potuto essere da lei colto « Decisamente migliore rispetto al tuo, dolcezza. Se mi posso permettere di sottolinearlo. » soggiunse, offrendo riferimento, in tal senso, all’abbigliamento da lei indossato in occasione del loro primo incontro.
« Un po’ troppo… vistoso, per i miei gusti. » obiettò l’altra, scuotendo appena il capo, salvo poi comunque non poter evitare di riconoscerle i propri legittimi crediti « Devo tuttavia ammettere che la stoffa è squisita: una delle migliori che mai io abbia indossato nella mia vita. » le concesse, omettendo, a tal proposito, quanto obiettivamente non avesse avuto a doversi mai considerare sua priorità quella volta al proprio abbigliamento, ragione per la quale, quella sua ultima affermazione, avrebbe potuto essere considerata impropriamente viziata nella propria valutazione.
« E’ un piacere, tesoro. E’ un piacere… » minimizzò la prima, stringendosi appena fra le spalle, pur intimamente soddisfatta di sé per l’immagine che, ora, la propria ospite stava offrendo, decisamente valorizzata dal proprio nuovo abbigliamento.

Muovendo qualche passo attraverso la vasta plancia, Midda avanzò allora in direzione del suo anfitrione, non mancando di osservare attorno a sé l’ambiente con sincera curiosità e, ovviamente, immancabile incomprensione nei confronti del medesimo, laddove tutta quella tecnologia avrebbe avuto a doversi considerare per lei quantomeno aliena, imperscrutabile persino nel significato delle scritte su di essa presenti. Prima ancora che ella potesse giungere sino a destinazione, con un movimento intrinsecamente elegante e sensuale Lles ebbe ad alzarsi dalla propria poltrona, per voltarsi verso di lei e concederle occasione di contatto visivo, prima di riprendere, nuovamente, a parlare…

« Immagino che tu sia qui per sapere in che termini io desideri concederti occasione di riscatto per te stessa e per i tuoi figlioli… » commentò sorridendo, contraddistinta ai lati delle proprie labbra dalle immancabili fossette delicatamente scavate nelle sue guance.
« Riscatto…? » ripeté la Figlia di Marr’Mahew, pur comprendendo perfettamente cosa l’altra volesse intendere e, obiettivamente, nulla di meno attendendosi da parte sua.
« Splendore. » ridacchiò scuotendo il capo, palesemente divertita « Non avrai davvero pensato che io avrei rinunciato a quei due cuccioli, e al loro potenziale distruttivo, senza pretendere nulla in cambio… »

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