11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

lunedì 1 gennaio 2018

2417


Una totale assenza di pudore, di vergogna a fronte dell’idea stessa di quella tratta di persone e, in particolar luogo, di bambini, umani e non, quella allor dimostrata da parte del commerciante, che avrebbe dovuto creare imbarazzo in chiunque e che, invece, lì, in quel mondo, nel Mercato Sotterraneo, non avrebbe incontrato la benché minima ragione di scandalo. Entro quelle vie, entro quelle case, uomini e donne, adulti e bambini, umani e chimere, avrebbero sempre trovato occasione d’esser venduti per le più disparate ragioni: come schiavi, banalmente; per alimentare il commercio della prostituzione, in molti casi; come mercenari e gladiatori, talvolta; come trofei, più di rado; o, persino, come armi di distruzione di massa, nello specifico caso rappresentato, allora, da quel particolare genere di mercanzia offerta di buona grazia da parte della Loor’Nos-Kahn, qual frutto di uno straordinario lavoro di ricerca scientifica a tal riguardo.
Che quell’uomo, allora, fosse impegnato a esprimersi in tal maniera nei riguardi di una coppia di bambini più piccoli persino rispetto alle sue nerborute braccia, quindi, nulla di più normale, consueto, giusto e, addirittura, legittimo avrebbe avuto a doversi considerare essere, non in misura inferiore all’asta della quale, accanto a bestie d’ogni genere e a oggetti inanimati, anche Midda Bontor era stata altrove venduta per una cifra a dir poco spropositata, anche nei canoni propri di un luogo qual quello. Ragione per la quale, non uno fra coloro lì presenti, lì circostanti, ebbe a dimostrare, nel mentre di tutto ciò, il benché minimo turbamento a fronte di quanto occorso, di quelle parole così severe, così crudeli a discapito di quella coppia di bambini che pur nessuna colpa avrebbero potuto accusare…
… non uno. O quasi.

« Ehy. Splendore! » ebbe ad apostrofare una voce femminile in direzione del commerciante, invero tutt’altro che contraddistinto da particolare avvenenza fisica, sopraggiungendo quasi in immediata conseguenza al suo sfogo nel confronto dei pargoli « Per uno sconto del trenta percento, ti libererò volentieri dall’impiccio di quei due. » suggerì, offrendo chiara evidenza di voler completamente ignorare il proposito da lui così annunciato di non desiderare rinunciare neppure a un credito nella vendita della coppia.

Voltandosi, allora, con fare al contempo incuriosito, nel confronto con una possibile vendita e, inutile negarlo, nel confronto con un’acquirente femminile, e ciò non di meno indispettito, per quanto avrebbe avuto a doversi ritenere quasi una vera e propria canzonatura a suo discapito, tanto per l’appellativo da lei utilizzato nei suoi riguardi, nella consapevolezza di non poter essere considerato, obiettivamente, un bell’uomo, quanto nel tentativo, così diretto, di ribassare il prezzo richiesto; il commerciante ebbe a porsi a confronto con un piccolo contingente obiettivamente pittoresco, al comando del quale non difficile sarebbe allor stato individuare la propria interlocutrice nell’immagine di una giovane donna indubbiamente attraente.
Distribuiti su un’altezza di poco inferiore ai sei piedi, non più di centoventi libbre di splendida massa corporea delineavano una sagoma squisitamente femminile, con un seno sobriamente generoso, morbidi fianchi perfettamente allineati a essi, e un girovita, altresì, decisamente più ristretto, nel confronto, di almeno una decina di pollici. Simile a bronzo, la sua carnagione, risultava in perfetta armonia tanto con il castano rossiccio, quasi ambrato, dei suoi occhi, al centro di un volto dolcemente a forma di cuore, quanto con il nero corvino dei suoi lunghi capelli, mantenuti, probabilmente per semplice comodità, invero con un effetto meravigliosamente suadente, adagiati sulla sua spalla destra, nel ricadere, in parte, sul suo stesso petto, nel mentre in cui il fronte mancino del suo lungo e tornito collo, in tal maniera, si sarebbe mantenuto elegantemente libero alla vista, in una eccitante concessione per gli sguardi di chiunque lì attorno. Un naso sottile ed elegante, labbra carnose, e due delicate fossette ai lati della bocca destinate a ricomparire a ogni sorriso, avrebbero allor completato il già mirabile quadro così composto: il quadro di una meravigliosa creatura femminile destinata, sicuramente, a concupire i cuori di molti uomini, e che nulla, mai, avrebbe avuto necessità di compiere se non muovere, delicatamente, le sue lunghe ciglia per ottenere quanto desiderato; il quadro, ciò non di meno, di una donna che non avrebbe mai accolto qual propria l’idea di una qualunque genere di passività nella propria vita, così come ben testimoniato, allor, offrendo maggiore attenzione alla sua immagine, da una straordinaria collezione di cicatrici, più o meno sparse in ogni angolo visibile del suo stesso corpo, a incominciare, giustappunto, dal suo stesso viso, turbato, in quella che sarebbe altresì stata un’idea di perfezione, da un pollice di sfregio, simile a una lacrima, discendente ai lati del suo occhio destro.

« Mia signora… » ebbe allor a inchinarsi il commerciante, non potendo ovviare a provare una certa deferenza per colei così apparsa al suo sguardo, del tutto dimentico delle ragioni per le quali, altresì, avrebbe avuto a doversi considerare contrariato innanzi a lei.

Una guerriera, ancor prima che una principessa, qual pur avrebbe potuto essere fraintesa nella propria beltade, in una insolita dualità confermata e ribadito anche dai suoi abiti e dal suo equipaggiamento: equipaggiamento proprio di una donna votata all’azione, e all’azione nei campi di battaglia, e, ciò non di meno, allor accompagnato da vesti sì eleganti, sì raffinate nella propria scelta, nel proprio taglio, nei propri colori, da poter essere considerate idonee anche per un’indolente protagonista di salotti aristocratici.
Marroni i suoi morbidi stivali, stretti ai suoi piedi e pur larghi, altresì, attorno alle sue caviglie; vermigli i suoi pantaloni in stoffa vellutata, squisitamente aderenti alle forme soavi delle sue gambe e dei suoi glutei, contraddistinti da una linea dorata lungo entrambi i fianchi, quasi a voler porre ulteriore accento sulla grazia delle sue forme; vermiglio anche il panciotto, a tratti simile a corsetto, che, a sua volta contraddistinto da delicati motivi dorati, si riservava il compito di avvolgere il suo addome; bianca, al di sotto, la camicetta con ampie maniche a sbuffo chiuse, tuttavia, non oltre l’inizio dei suoi avambracci, a lasciare libere le stesse, così come libere, parimenti e con maggior possibilità d’interesse esterno, apparivano le curve superiori dei suoi seni, ben visibili in grazia a un’amplia scollatura conseguenza a qualche bottone di troppo non agganciato; e nero, alfine, il lungo, morbido manto damascato, con eleganti motivi floreali, che, a partire dalle sue spalle, dalle sue braccia, in esso infilate quasi al pari di un lungo cappotto, ridiscendeva elegante quasi sino al suolo, perfettamente misurato, nella propria estensione, da sfiorare, ma non toccare, il pavimento sotto ai suoi piedi. Un manto, quello da lei indossato, nelle pieghe del quale apparivano, allor, parzialmente celate, molteplici lame, sapientemente organizzate per esserle offerte in maniera comoda e rapida, all’occorrenza, principale fra le quali, legata alla sua vita e posizionata sul fianco sinistro, a indicare una predominanza della destra, una lunga ed elegante sciabola, con elsa a cesto, dalla guardia finemente lavorata ancor in motivi floreali simili a quelli della stoffa del mantello: arma bianca, caporione di molte, altre lame, che pur non avrebbe avuto a doversi fraintendere qual la sola sua risorsa, nel porsi in contrapposizione, sulla coscia destra della donna, a una pistola, e una pistola laser, con la quale riservarsi opportunità di parola anche in confronti a distanza maggiore rispetto alla portata della sua sciabola.

« In alto lo sguardo, dolcezza… » lo invitò ella, sorridendo divertita e lasciando, in ciò, ornare il proprio viso da quella coppia di deliziose fossette « … non vorrei che, inchinandoti troppo, il tuo sguardo abbia a perdersi eccessivamente fra le mie grazie. » commentò, in quello che, invero, non avrebbe avuto a dover essere frainteso qual un rimprovero, quanto e forse, paradossalmente, un invito a volger attenzione alle sue forme, ove queste non fossero già state ampiamente ammirate sino a quel momento « A meno che, tale spettacolo, non abbia ad accordarmi il trenta percento di sconto… »
« Sì, mia signora… no, mia signora… » esitò il commerciante, obiettivamente confuso da tutto quello, e, in tal senso, così accecato da non rendersi realmente conto della natura da masnadiere della propria interlocutrice e dei suoi accompagnatori, dei suoi fratelli d’arme, lì intenti a seguire l’evolversi della scena con fare divertito, spettatori di un spettacolo evidentemente tutt’altro che inedito nella quotidianità delle loro deprecabili vite.

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