11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

giovedì 25 gennaio 2018

2437


Mapan Seg non era mai stato un uomo cattivo: pragmatico, sicuramente; violento, quando necessario; spregiudicato, a volte… ma mai cattivo.
Compiuti vent’anni, Mapan Seg, figlio di una famiglia umile, aveva già compreso le dinamiche della società in cui viveva, in cui avevano vissuto prima di lui i suoi genitori e in cui, un giorno, forse, avrebbero vissuto anche i suoi figli e, in questo, aveva compreso quanto, nell’essere troppo buoni, l’unico risultato sarebbe stato quello di apparire necessariamente deboli e stupidi, esponendosi, in conseguenza, a tutti coloro i quali, di tale debolezza, avrebbero voluto approfittare. Per questa ragione, egli aveva deciso di non voler apparire né debole, né stupido, impegnandosi a lottare per rendere proprio un destino diverso da quello dei propri genitori, elevandosi all’interno di una società che nulla gli avrebbe mai donato e dalla quale, ciò non di meno, se si fosse impegnato abbastanza, se avesse giocato secondo non le regole più giuste, ma le regole più vere, egli avrebbe potuto pretendere, e pretendere ogni cosa. In questo modo, con impegno e costanza, con pragmatismo, violenza e spregiudicatezza, Mapan Seg si era dimostrato in grado di fare la differenza, e di fare la differenza per se stesso e per le persone a lui più vicine, le persone che, realmente, nel corso della sua vita, avevano dimostrato di essere con lui solidali, riversando a discapito di tutte le altre soltanto la sua più fredda indifferenza: non per cattiveria, non per mancanza di pietà nel proprio cuore, ma nella mera consapevolezza di non poter preoccuparsi per tutti o, in tal sforzo, avrebbe finito per non servire a nessuno, e per danneggiare se stesso.
Compiuti quarant’anni, Mapan Seg, figlio di una famiglia umile, aveva già costruito un vero e proprio impero economico, un impero avente il proprio dominio sull’intero sistema di Alehenar, e la propria sede nel quarto pianeta del medesimo, il maggiore in termini di popolazione e ricchezza. Ai suoi genitori, Mapan Seg aveva regalato una tenuta in un placido mondo periferico, nel desiderio non tanto di allontanarli da sé, quanto e piuttosto di allontanarli da tutti i mali che, nel mondo, avrebbero potuto essere loro riservati, ricambiando, in ciò, l’impegno dagli stessi posto nei primi vent’anni della sua vita, nel corso dei quali lo stesso desiderio di protezione non aveva mancato di contraddistinguerli in ogni scelta in suo favore. A sua moglie, e alle sue tre concubine, così come ai due figli legittimi, e agli altri otto illegittimi, Mapan Seg aveva voluto altresì dedicare un palazzo simile a una fortezza, con straordinari sistemi di sicurezza e un’alta cinta di mura volta a difenderli, a proteggerli dal mondo circostante e, con esso, da tutte le minacce che, presto o tardi, avrebbero potuto vederli protagonisti per causa sua: non desiderando essere né debole né stupido, infatti, egli non avrebbe potuto ignorare la realtà dei fatti, e dei fatti che, in conseguenza alla sua stessa ricchezza, al suo stesso potere, non avrebbero potuto mancare di imporgli dei nemici, avversari i quali, privi di qualunque genere di compassione, avrebbero potuto anche ipotizzare di giungere a lui attraverso la propria famiglia, di colpirlo colpendo le sue compagne o i suoi figli.
Compiuti sessant’anni, Mapan Seg, fondatore di un vero e proprio impero economico, aveva finito per rinchiudersi a sua volta nel palazzo-fortezza costruito per la propria famiglia, obiettivamente stanco di rischiare, ogni giorno, la propria vita nel monto a lui circostante. Lì segregatosi, vedovo della propria sposa, e pur circondato, ancora, da due delle prime tre concubine e altre due giunte in seguito, nonché dei figli più giovani che, da esse, gli erano stati donati; Mapan Seg trascorreva sereno la propria vita, indifferente alla distruzione che, nel frattempo, si era venuta a creare attorno a lui, nel resto del suo mondo. Il sistema di Alehenar, infatti, da sempre popolato da ben quattro diverse specie senzienti, era sprofondato da oltre dieci anni in un terrificante conflitto civile, alimentato da interessi esterni, conflitto a seguito del quale milioni di morti si avrebbero avuto a dover contare su tutti i pianeti… un conflitto, con il quale, Mapan Seg non avrebbe voluto avere nulla a che fare. Invero, dal proprio punto di vista, Mapan Seg avrebbe avuto a dover essere considerato uno straordinario esempio di integrazione, giacché, fatta eccezione per la sua defunta moglie e per la sua terza concubina, alcun’altra delle sue compagne avrebbe avuto a dover essere considerata umana suo pari, rappresentando, anzi, uno straordinario campionario di tutte le specie in lotta all’interno del sistema di Alehenar, a comprova di quanto, egli, fosse ben distante da qualunque genere di interesse per un conflitto razziale. Così, nel mentre in cui il mondo attorno a lui cercava di autodistruggersi, Mapan Seg, circondato dalla propria famiglia, e dalle proprie ricchezze, aveva deciso, con quieta indifferenza, di disinteressarsi di ogni cosa, vivendo all’interno della bolla energetica che, onnipresente, proteggeva il suo palazzo da qualunque genere di pericolo.
Tanti, all’interno della fortezza di Mapan Seg, avrebbero avuto a dover essere quindi considerati i tesori presenti. Tesori che egli era consapevole avrebbero potuto porre in pericolo se stesso e la propria famiglia, nell’avidità che avrebbe potuto lì sospingere nuovi antagonisti, nuovi avversari sol bramosi di derubarlo di tali ricchezze. Tesori che, ciò non di meno, egli aveva voluto mantenere accanto a sé per non permettere ad alcuno di poterli depredare, nella quieta consapevolezza di quanto, obiettivamente, inespugnabile avrebbe avuto a dover essere considerata la sua fortezza. Non soltanto una dimora, quindi, ma un vero e proprio monumento alla sua grandezza, al suo straordinario dominio, un dominio che non avrebbe conosciuto termine se non con la sua morte, e la sua morte naturale, quand’essa fosse sopraggiunta.

Per questa ragione, quella notte, Mapan Seg non poté che svegliarsi di soprassalto a confronto con una strana sensazione alla bocca dello stomaco, una sensazione volta a suggerirgli la presenza di un estraneo all’interno della sua dimora.
Raccogliendo il proprio dispositivo di controllo remoto dei sistemi della fortezza, a verificare la situazione corrente, l’uomo non ebbe a doversi preoccupare di fare rumore nel muoversi nell’oscurità della propria camera da letto: entro quelle pareti, infatti, egli era il solo a dormire, dal momento in cui, fatta eccezione per la propria defunta sposa, a nessun’altra compagna, ad alcuna concubina, egli aveva mai dato il permesso di varcare i confini di quella stanza, come forma di rispetto nei confronti della propria unione matrimoniale. Per quanto, infatti, nel sistema di Alehenar fosse consuetudine, per un uomo potente, circondarsi di amanti, qual dimostrazione della propria ricchezza, e per quanto alcuna ostilità fosse mai esistita fra le sue concubine e sua moglie, quand’ella ancora era in vita, così come fra i suoi figli legittimi e quelli illegittimi, egli aveva voluto imporsi un certo rigore morale, un rigore atto a definire quella qual differenza imprescindibile fra il proprio matrimonio e ogni altro rapporto. Così, anche quando divenuto vedovo, egli non aveva voluto tradire il ricordo della propria amata moglie accogliendo entro il proprio talamo nuziale altre donne e, in ciò, preferendo continuare a dormire solo in quella stanza, per quanto, di tanto in tanto, non si negasse, malgrado la non più giovanile età, di cercare occasione di conforto fra le braccia di qualcuna delle proprie attuali amanti.
Secondo i sistemi di sicurezza, per così come riportato dai rapporti presentatigli su quel piccolo schermo, la sensazione alla bocca dello stomaco, per la quale egli si era ridestato in maniera tanto brusca, avrebbe avuto a doversi considerare soltanto effetto di un brutto sogno, o forse di una cena troppo abbondante e non ancora digerita: la cupola energetica, attorno alla propria magione, si proponeva come sempre perfettamente intatta, i sensori perimetrali non suggerivano l’eventualità di alcuna intrusione e, ancora, nessun particolare allarme risultava dalle guardie di ronda, veterani esperti facenti parte del proprio piccolo esercito personale che, a discapito di qualunque possibilità di imprevisto, condividevano la sua stessa quotidianità all’interno di quell’enorme palazzo, custodendolo e proteggendolo. Ciò non di meno, per quanto assurdo tutto ciò avrebbe avuto a doversi considerare, quella sensazione ancor non sembrava volerlo mollare, al punto tale che, dopo aver cercato inutilmente di riaddormentarsi, Mapan Seg scelse di alzarsi, di indossare una vestaglia e di accertarsi, in prima persona, dell’assenza di qualsivoglia pericolo attorno a lui, a minacciare lui o la propria famiglia.
In verità, una sola volta, più di vent’anni prima, antecedentemente all’installazione della bolla energetica, qualcuno era riuscito a violare i confini della sua abitazione e a ingannare tutti i suoi sistemi e le sue guardie, giungendo sino in prossimità alle sue stanze. E quella, per completezza di cronaca, era anche stata l’unica volta che Mapan Seg si era letteralmente sporcato le mani di sangue, in prima persona, aggredendo l’intruso prima che potesse attentare alla sua vita o alla vita dei suoi cari, e di lui lasciando soltanto una carcassa informe e sanguinolenta, tanta avrebbe avuto a doversi considerare la violenza brutale che, sul medesimo, aveva riversato con il solo impiego dei propri semplici pugni, e di una massa corporea indubbiamente notevole. Più di vent’anni dopo, ormai, la sua possanza non avrebbe ovviamente potuto essere posta in paragone con quella dell’epoca, ma, ciò non di meno, il suo spirito non avrebbe avuto a doversi considerare alterato, tale per cui, laddove quella sensazione fosse stata confermata dall’evidenza di un qualche intruso, soltanto negli dei quest’ultimo avrebbe potuto confidare per una qualche dimostrazione di pietà, giacché da parte sua non ne avrebbe trovata alcuna.
Rivestitosi quindi con una vestaglia marroncina, e armatosi, in maniera del tutto improvvisata, con una statuetta di solida pietra, la quale avrebbe avuto a intendersi alla perfezione qual arma contundente, in aiuto, in supporto al proprio corpo consapevolmente dotato di minor baldanza rispetto a un tempo; Mapan Seg uscì quietamente dalla propria camera da letto, per immettersi in un primo corridoio e, da lì, iniziare a verificare la situazione interna dell’amplio edificio, con la speranza di poter soddisfare, in tal maniera, quella strana sensazione alla bocca dello stomaco e, malgrado tutto, di potersi dare dell’idiota per essersi costretto a quella passeggiata notturna, nel momento in cui, alfine, avrebbe avuto conferma della sua più banale inutilità.  A dispetto di simile, intimo e autocritico proposito, comunque, quella passeggiata notturna non ebbe a dimostrarsi sì inutile, qual frutto delle paranoiche fantasie di un uomo di sessant’anni…
… non, quantomeno, quando egli, raggiungendo l’ingresso al proprio museo privato, quell’ala dell’edificio all’interno della quale aveva accumulato alcuni fra i propri più importanti tesori, egli ebbe a maturare consapevolezza della presenza di una coppia di sagome riverse in un angolo del corridoio… una coppia di sagome che, avvicinandosi, poté identificare qual appartenenti a due proprie guardie, lì chiaramente prive di sensi, se non, addirittura, morte.

« … avevo ragione… » alitò, praticamente inudibile, nel riconoscersi il merito di quella scoperta, e nel prepararsi, psicologicamente, al peggio, nel confronto con un qualche avversario, un qualche furfante lì intrufolatosi, forse, per porre in pericolo la sua collezione personale.
« … avevi ragione… » confermò, in un lieve sussurro, una voce femminile alle sue spalle, nel mentre in cui, con estrema delicatezza, una fredda lama veniva appoggiata sulla sua gola « Mi dispiace per te, ma, per quanto il tuo passo possa essere leggero, non potrà mai reggere il paragone con quello di un’ofidiana… e una fra le mie migliori amiche è proprio un’ofidiana! » soggiunse, con incedere quasi divertito.

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