11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

lunedì 15 gennaio 2018

2427


« Nel mondo da cui provengo, sono conosciuta con molteplici nomi: Figlia di Marr’Mahew, Campionessa di Kriarya, Ucciditrice di Dei… » continuò ella, immediatamente, distendendo lateralmente le braccia, quasi perpendicolari a confronto dell’asse del proprio corpo, a voler permettere a coloro lì presenti di avere migliore occasione per osservarla, per contemplarla, per imprimersi la sua immagine nella memoria « Sono nata quarantun anni fa, in una piccola isola di nome Licsia. Da allora ho combattuto, ho amato, ho trionfato e ho perduto. » scandì, con tono solenne, nella fierezza di ogni singola parola pronunciata, cercando di trasmettere attraverso ogni significante accuratamente scelto il significato più opportuno per il messaggio che, allora, avrebbe voluto loro trasmettere « Il mio nome è Midda Bontor… e questi bambini sono i miei bambini. » sancì, ferma nel proprio tono e nelle proprie intenzioni, indicando Tagae e Liagu accanto a sé, nella gabbia « E che gli dei abbiano pietà per coloro che si porranno a ostacolo del mio cammino verso di loro, perché io non ne potrò dimostrare… »

Con occhietti sgranati, i due pargoli al centro di quella diatriba restarono in attonito silenzio innanzi alla scena lì in corso e, soprattutto, a quell’ultima dichiarazione, a quell’ultimo proclama.
Proclama, quello reso proprio dalla donna guerriero e per loro ragione di commovente sorpresa, non tanto in quanto atto a invocare la misericordia degli dei per coloro i quali si fossero a lei opposti, ma, piuttosto, in quanto atto a definirli, in maniera tanto inattesa quanto emozionante, quali i “suoi” bambini. Un particolare aggettivo possessivo, quello da lei impiegato, chiaramente non volto a rivendicare alcun particolare genere di proprietà a loro riguardo, così come, in quelle ultime ore, troppe persone non si erano divertite a litigarsi occasione di compiere; quanto e piuttosto l’esistenza di un legame d’affetto, un vincolo parentale a confronto con il quale, allora, essi non avrebbero più avuto a doversi limitare a vederla qual una tutrice e una protettrice, ma, addirittura, avrebbero potuto permettersi l’occasione di considerarla al pari di una genitrice. E sebbene, tanto a Tagae, quanto a Liagu, fosse ben chiaro che ella non avrebbe potuto mai essere considerata qual loro madre nel senso biologico del termine, neppur conoscendo quella donna soltanto poche settimane prima; alla luce di quanto da lei compiuto, per l’impegno da lei dimostrato nei loro confronti sin dal loro primo incontro e prima ancora, e per quanto ella era stata in grado di donare loro sotto ogni punto di vista, impossibile sarebbe stato per loro poter riconoscere in chiunque altro al di fuori di lei una figura materna: ragione per la quale, il ritrovarsi a essere parimenti da lei accolti qual figli, non avrebbe potuto per loro rappresentare nulla di meno della concretizzazione di un sogno non sperato, la realizzazione di un desiderio mai espresso per il sol timore dell’eventualità di un rifiuto da parte sua innanzi a quanto, pur, avrebbe potuto essere maggiore rispetto a quello che ella sarebbe stata altresì disposta a concedere loro.
E laddove, a fronte di tutto ciò, sincera sorpresa avrebbe avuto a dover essere intesa in Tagae e Liagu, altrettanto onesto stupore avrebbe avuto a doversi considerare, allora, presente ad animare una parte della mente della medesima donna guerriero lì protagonista, quella parte della sua mente più timorosa, nel più intimo e onesto confronto con l’evidenza di quanto, in quel frangente, tutto ciò non fosse stato dichiarato per riservarsi occasione di drammaticità, ma, piuttosto, per un’intima, viscerale consapevolezza nel merito di quanto, al di là di tutte le proprie paure, di tutto il proprio senso di inadeguatezza all’idea di essere madre, quei due bambini fossero ormai penetrati così profondamente nel suo cuore, nel suo animo, da non poterli amare in misura inferiore a due inattesi, e mai sperati, figli. A nulla, nel confronto con tutto ciò, avrebbero potuto valere altre pur corrette considerazioni, qual la possibile esistenza in vita, da qualche parte nell’universo, della vera famiglia di quei due piccoli dispersi, o il pericoloso dettaglio della loro stessa trasformazione in armi viventi a opera della Loor’Nos-Kahn: ai suoi occhi, alla sua mente, al suo cuore, al suo animo, quei due bambini sarebbero comunque rimasti i suoi bambini, ed ella sarebbe stata felicemente disposta a donare la propria vita per la loro salvezza.

« … Midda… » sussurrò, con gli occhi colmi di lacrime di gioia, la piccola Liagu, spingendosi allora verso la gabbia, incurante delle sbarre e di tutti gli altri lì fuori, per cercare di tendere le proprie braccine verso di lei.
« So di non essere perfetta, piccola mia… e che, sicuramente, meritereste di meglio rispetto a me… » replicò ella, con tono dolcemente moderato, chinandosi appena a sfiorare il suo capetto con la propria mancina, in una carezza colma d’affetto « … ma mi impegnerò a essere migliore, per voi. Innanzi a Thyres e agli dei tutti, io lo giuro. » dichiarò, sorridendole con non minor gioia rispetto a quella da lei dimostrata, nel mentre in cui vide lì sopraggiungere anche il fratellino, animato da non diverse emozioni « Ma ora, stai indietro, Liagu. Anche tu, Tagae… e cercate di distogliere lo sguardo. » ebbe a raccomandare loro, non desiderando imporre alle loro infantili menti ulteriori immagini di guerra oltre a quelle che già, con eccessiva leggerezza, aveva riservato loro in passato « Non sarà un bello spettacolo. »

Lles Vaherz, rimasta in quegli ultimi istanti discretamente in disparte, quasi a voler rispettosamente concedere loro occasione di intimità, malgrado quanto pur pocanzi a sua volta annunciato, a sua volta fieramente proclamato nella promessa di morte a discapito della propria dirompente ospite, volle allor riprendere voce nella questione, cogliendo quelle ultime raccomandazioni, così scandite da parte dell’alfine presentatasi Midda Bontor, qual la conferma di quanto quella fugace parentesi fra lei e i due bambini avrebbe avuto a doversi considerare terminata, e decidendo che, di conseguenza, fosse giunta per lei occasione di riportare l’attenzione di tutti a sé e ai propri più sfrenati desideri di battaglia nei confronti di quella donna, la cui nomea l’aveva indubbiamente preceduta, accompagnata da un’impressionante fedina penale elencante un numero terrificante di omicidi compiuti.
E, nel riprendere voce, la donna dalla pelle color del bronzo non volle dimostrare il benché minimo interesse nei riguardi dei contenuti di quell’ultimo dialogo occorso fra la propria bramata antagonista e i due cuccioli in suo possesso, di sua proprietà, non desiderando, in tal senso, spendere la più fugace attenzione, avendo molto altro, lì innanzi, a cui volgere i propri pensieri. Prendere in esame quel breve confronto fra colei proclamatasi qual madre di quella coppia fondamento di una devastante arma di distruzione di massa, e le due bestioline lì imprigionate, infatti, avrebbe necessariamente significato riconoscere una dignità umana a quest’ultime e, in ciò, avere ragione di che sentirsi in imbarazzo, in colpa, per aver contribuito alla loro tratta: ignorarlo, altresì, e tornare alla questione iniziale, all’identità della stessa e, con essa, allo scontro promessole, invece, sarebbe semplicemente equivalso a proseguire, né più né meno, per il cammino già reso proprio, senza possibilità di disturbi emotivi a tal riguardo.

« Midda Bontor, pertanto. » annuì, palesando in maniera incredibilmente chiara la propria soddisfazione a tal riguardo, a quella conferma, in verità entro certi versi retorica nel considerare l’audacia con la quale ella aveva lì fatto la propria apparizione, nonché la fermezza con la quale aveva più volte minacciato tutti i presenti, e, ciò non di meno, una conferma desiderata, fosse anche per una questione di trasparenza, ufficializzazione utile, una volta sconfittala, a non permettere ad alcuno di sollevare dubbi od obiezioni a tal riguardo « Lles Vaherz… capitano Lles Vaherz. » ebbe poi a volersi presentare, accennando persino un ampio e plateale inchino, nel portare la destra innanzi a ventre e nel spingere la sinistra all’indietro, a scostare il nero mantello damascato e, indirettamente, in ciò, a scoprire completamente la propria arma, la propria elegante sciabola « Sarà un vero onore, per me, potermi fregiare del vanto conseguente ad aver affrontato, e vinto, una donna del tuo calibro! »
« Lles Vaherz… » ripeté quindi la Figlia di Marr’Mahew, soppesando appena quel nome, in ogni propria sillaba, quasi a voler verificare, nella propria memoria, se avesse a doversi considerare noto o meno e, senza alcuna sorpresa, scoprendolo qual sconosciuto, così come, del resto, esso sarebbe per lei stato anche nell’eventualità in cui ella avesse potuto vantare il titolo di donna più pericolosa dell’universo, nella propria ancor oggettivamente scarsa conoscenza di tutti quei mondi, di tutti quei sistemi, di tutta quella galassia intera, oltre, ovviamente, di tutti i suoi singoli abitanti.

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