11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

sabato 5 luglio 2008

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[Passo 42]

Il solo pensiero di compiere un simile gesto risultava essere folle alla mente della Figlia di Marr’Mahew, al suo raziocinio. Mai si era posta dubbi o remore di sorta nell’affrontare creature leggendarie, che il mito voleva essere nate da atti creativi degli stessi dei: nel proprio pragmatico rapporto con la fede, con la religione ed il misticismo, ella aveva sempre ignorato le eventuali offese arrecabili agli dei di fronte ad un simile atto, ad una simile blasfemia, soprattutto quando a spingere la di lei mano, il di lei braccio, era il proprio spirito di sopravvivenza o la ricerca del completamento della propria missione, nel desiderio di dimostrare a se stessa la propria virtù guerriera. Così come non si era mai posta dubbi ad eliminare i propri nemici umani, laddove nella morte di essi avrebbe trovato più valore che nel loro mantenimento in vita, mai aveva indugiato nell’annientare l’esistenza di esemplari unici, forse estinguendo specie anche antiche di secoli, se non di millenni, con assoluta freddezza, totale distacco. Ma in quell’occasione tutto era diverso, tutto era troppo diverso e la creatura che stava fronteggiando, che davanti a lei, sopra di lei, si ergeva magnifica e lucente, andava oltre un semplice ippocampo, una gorgone, un’idra o altri esseri simili. Forse era lei ad essere stanca, forse stava iniziando a diventare troppo vecchia per quel mestiere, così come Ebano aveva compreso molti anni prima, ma dentro di sé era certa di non voler offrire danno ad una simile bestia, anche laddove le fosse stato possibile effettivamente colpirla, ferirla o, addirittura, ucciderla.

« Non posso. » sussurrò a denti stretti, a labbra quasi serrate mentre avvertiva i propri occhi colmarsi di lacrime.

Dolore nel di lei cuore, pena e frustrazione per la condanna che sapeva star imponendo sui bambini rapiti, su H’Anel e M’Eu che, privi di ogni colpa, già avevano visto a causa sua strappato alla vita il padre adorato, l’unico genitore ancora rimastogli, e che presto, per la sua inadempienza, per la sua incapacità a portare a termine il proprio incarico, avrebbero perduto anche la propria vita. Avrebbe voluto, avrebbe desiderato con tutta l’anima essere in grado di levare la propria lama dagli azzurri riflessi contro l’avversaria, ma non riusciva, non poteva, non voleva: se solo essa si fosse ribellata contro di lei, se solo l’avesse attaccata, l’avesse offesa, le avesse dato la benché minima ragione di opporsi, di respingerla, forse avrebbe potuto dimenticare i valori di vita, di speranza che in quel fuoco rilucevano. Ma così no. Così non poteva.

« Attaccami! » gridò, con tono tremante, quasi isterico, piegato dalla stanchezza fisica e mentale per tutto ciò che aveva subito fino a quel momento « Attaccami razza di animale! Ghermisci le mie carni con i tuoi artigli, con il tuo becco aguzzo… straziami! »

Ma la fenice sembrò non offrire peso a quelle grida, sembrò non voler prestare attenzione a quegli insulti: superiore all’intera realtà che la circondava, essa restava ad osservarla, impassibile, immobile, meravigliosa e lucente, imperscrutabile nei propri grandi e profondi occhi neri, forse incuriosita da quell’essere umano tanto bizzarro, che aveva attraversato i pericoli del santuario eretto attorno a sé all’unico apparente scopo di giungere lì per gridare e piangere.
Estraendo la propria lama in un gesto d’ira, contro di sé e contro i propri stupidi limiti più che contro l’animale o il fato, la donna guerriero crollò in ginocchio a terra, scoppiando in lacrime come raramente si concedeva di fare, nel seguire gli insegnamenti di una vita forse troppo severa con lei.

« Ho fallito… » sussurrò, coprendosi gli occhi con la mano destra, mentre la sinistra abbandonava inerme a terra la spada, scuotendo il capo con triste desolazione « Ma’Vret… che tu possa perdonarmi… ho fallito… »

Solo a quel punto l’uccello di fuoco, rimasto fino a quel momento distaccato da quegli eventi, si levò in aria, con una grazia priva di eguali, con un movimento che fece assomigliare quel volo ad un semplice sospirò, un lieve soffiare del vento nel quale esso trovò trasporto per giungere delicatamente di fronte alla donna che non voleva essere sua nemica.

Prosegui con il [Passo 43].

[Passo 43]

Ignorando ormai tutto attorno a sé, Midda restò a lungo con il capo chino, la schiena curva e le braccia inermi fra le gambe piegate sotto di lei, aperte verso i lati: privata di ogni desiderio di vita, di ogni ragione d’esistenza, dal proprio insuccesso, dal proprio fallimento, ella si sentiva pronta a lasciarsi andare, a perdersi in quel luogo per sempre. Neppure nell’attraversare con sofferenza la sala antecedente a quella, nel sentire strapparsi nel dolore donato dal calore della lava ogni energia dal corpo, ogni possibile lucidità dalla mente, ella era stata tanto sconfitta, tanto colpita come in quel momento: non solo i di lei corpo e mente erano ora spenti, ma anche i di lei cuore ed anima stavano lasciandosi andare. Troppe morti gravano su di lei, la responsabilità di troppe vite pesava nel di lei passato e presente, non tanto per quelle che aveva volutamente terminato, ma per tutte le vittime colpevoli unicamente di esserle state vicine, di aver condiviso un tratto del suo lungo cammino d’esistenza: Ma’Vret e i suoi figli erano stati, in ciò, la proverbiale goccia che aveva trasbordato il vaso, ponendola così priva di nuova determinazione. Se solo avesse avuto maggiore cinismo, esso le avrebbe permesso di superare quel momento, di sollevare le spalle e pensare che nulla poteva ormai compiere per loro: ma una simile giustificazione poteva valere per un vile, non per lei.

“Non provare dolore…”
Gli occhi della mercenaria si sbarrarono di colpo a quelle parole, le quali affiorarono nella di lei mente senza, però, appartenerle, senza essere state da lei cercate o da lei volute: « C-cosa? »
“Non provare paura…”

Lo sguardo della donna si levò di colpo, ancora rosso di lacrime e di stanchezza, a focalizzarsi sulla fenice, di fronte a lei, posta ora con le ali conserte lungo i propri infuocati fianchi in un gioco di fiamme e luce tale da non permettere di distinguerle: neri e profondi furono nuovamente gli occhi dell’animale a lei rivolti, colmi di una consapevolezza cosmica assoluta, per la quale ella non poté che provare reverenza e timore.

« Sei tu? » domandò incerta, con tono appena udibile, nel rivolgersi alla creatura « Tu… parli? »
“Sono io… e sono in grado di comunicare con te, seppur attraverso canali ben diversi da quelli a cui sei abituata, Midda Bontor.” confermò la fenice, ancora trasmettendo quelle parole, quei suoni che tali non erano nella di lei mente, senza coinvolgere il suo udito in tutto ciò.
« Sai il mio nome? » chiese nuovamente, incerta, indecisa in quell’improvvisa ed inattesa evoluzione degli eventi.
“Da quando ti conosco ho avuto modo di apprendere molti aspetti interessanti della tua esistenza e del tuo animo.” rispose nuovamente in modo affermativo l’animale, continuando ad osservarla con tranquillità.
« Eppure sono qui da pochi minuti! » cercò di controbattere la donna, ammettendo incomprensione per quel discorso, per quelle frasi.
“Pochi minuti, poche ore, un’intera esistenza: per me non vi è molta differenza.” spiegò pazientemente l’uccello di fuoco, prima di aprire le proprie ali attorno al di lei corpo, in una sorta di abbraccio materno.
« Cosa fai?! » esclamò la mercenaria, turbata da quel gesto, da quel movimento inatteso, per un istante cercando nuovamente contatto con la propria arma, pur consapevole che nulla avrebbe ugualmente osato.
“Non avere timori.” suggerì la fenice, chiudendo delicatamente le proprie ali di fuoco attorno al di lei corpo “Non morte troverai nel mio calore, nelle mie fiamme, ma riposo, ristoro e vita.

Ciò che Midda provò a seguito di quelle parole fu indescrivibile: non dolore, angoscia o pena per quel fuoco che avrebbe potuto e dovuto annientarla, quanto pace, sollievo, gioia, piacere, in un crescendo turbinoso di emozioni positive, ricche di speranza, come poche volte si era concessa di provare, come raramente il destino le aveva permesso di vivere. Ogni male che gravava sul suo corpo e sulla sua mente, che offuscava suo cuore ed il suo animo, sembrò sparire in quella luce, fra le ali di fuoco della fenice, come se essi fossero tutto ciò che da lei poteva venir bruciato, distrutto, annientato: le ferite e la stanchezza apparvero come ricordi lontani, appartenenti ad una vita passata, ad un’esistenza ormai distante da quella nuova e meravigliosa che avvertiva esserle stata donata. Ed in tale sensazione, in tale emozione, in tale esperienza, ella comprese che, qualsiasi fosse l’origine di quella creatura, qualsiasi fosse la sua natura, divina o no, tutto ciò che aveva sentito narrare a riguardo corrispondeva al vero e che nessun altro essere al mondo avrebbe mai potuto essere simbolo di creazione e di speranza più di essa.
Quando alla fine la fenice riaprì nuovamente le proprie ali, ritornando quieta davanti a lei, la mercenaria avvertì un’energia rara e preziosa nelle proprie membra, ritrovando il proprio corpo completamente guarito, integralmente ristorato dal dono unico di vita che le era stato concesso dalla creatura a cui lei avrebbe dovuto portare morte. Si sentiva ed effettivamente era sana e riposata, come se alcuno fra tutti gli eventi di quell’ultima settimana, o di quegli ultimi mesi, avesse avuto modo di pesare su di lei.

“Avrei potuto rimediare anche alla tua cicatrice ed al tuo braccio, restituendo piena bellezza al tuo viso e vita al tuo arto, ma so che non lo desideri, perché per quanto io possa ora averti restituito pace ancora lungo è il cammino che ti riservi di compiere prima di concederti il riposo che meriti.”
A quelle parole, la donna chinò il proprio sguardo per osservare la mano destra, metallica, ed il riflesso del proprio viso su di essa, con lo sfregio che ne deturpava il lato sinistro: per un istante si concesse dubbio, si propose domande in merito a quanto stava rinunciando, ma poi annuì a quell’affermazione, consapevole della ragione nelle parole a lei proposte.
« Grazie. » sussurrò sincera « E’ così. »

2 commenti:

coubert ha detto...

Bella scena :)

Sean MacMalcom ha detto...

Grazie! :D