11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

giovedì 3 luglio 2008

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[Passo 38]

Ogni piede di distanza conquistato verso il basso, in quell'estenuante e difficile discesa, in quella lotta continua contro un calore estremo, insopportabile oltre ogni umana possibilità di accettazione, vide la donna guerriero sempre più sofferente, sempre più stremata: l'idea che inizialmente nella sua mente si era formata, la concezione che aveva veduto quella strada laterale come in qualche modo protetta rispetto al ponte centrale, stava venendo meno, nella convinzione sempre più forte, sempre più aspra, di essersi cacciata in una pessima situazione di improbabile uscita. Ma proprio quando le speranze sembravano essere completamente infrante contro l'amarezza di una realtà avversa, quando il di lei corpo stava ormai abbandonando il controllo sulle proprie membra e la di lei mente stava osservando il proprio senno scivolare lentamente verso quella fornace divina, un'improvvisa ed imprevedibile corrente fresca la colpì in pieno viso, facendone rabbrividire la pelle al punto tale che non in un solo punto della propria superficie coperta e scoperta essa si presentò non increspata.

" Thyres! " gioì in un'esplosione di sincero stupore, non riuscendo quasi a credere a ciò che la stava così refrigerando in quella distanza tanto minimale dalla lava, accogliendo comunque con estrema felicità quel dono inatteso, ormai insperato " Avevo ragione... avevo ragione! "

Nell'improvvisa distensione psicologica, oltre che fisica, derivante da quella brezza, le di lei gambe si piegarono incontrollate, lasciandola ricadere in ginocchio sul gradone che aveva raggiunto, uno degli ultimi in discesa, a godere di quella frescura, di quella brezza tanto piacevole, tanto gradevole, tanto amabile, per lei in quel momento più di qualsiasi possibile compagno maschile, più di qualsiasi arma, più di qualsiasi altra cosa al mondo. Nulla avrebbe potuto avere ancora un significato al di fuori di quel vento, laddove la felicità pura per quell'aria in movimento, quella fresca aria in movimento, rendeva vana ogni alternativa, ogni altra proposta: avrebbe forse potuto perdere anche la concezione del tempo in quel punto, smarrire ogni interesse nel crogiolarsi sotto le carezze offerte da quella corrente, se non fosse stato per la sopravvenuta, tanto rapidamente quanto improvvisamente esso aveva avuto inizio, fine di tale sogno. L'aria fresca che un istante prima accarezzava la sua pelle, donandole godimento nel contrasto con il calore accumulato, si trasformò così in un tremendo soffio incandescente, che ne segnò la pelle appena rinfrancata, appena riposata nel contatto ora perduto: ciò che le aveva offerto speranza di vita ora si propose rivoltandosi contro di lei come una certezza di morte, tanto ne bruciava l'epidermide, essiccandone la superficie, ustionandone le carni.

" Maledizione! " gemette cercando di proteggersi il viso e lo sguardo da quell'aria rovente, tanto caldo da poter temere addirittura di perdere la vista in esso.

Trascorso appena il tempo scandito da pochi battiti del di lei cuore, quella tortura trovò una nuova e repentina conclusione, trasformandosi ancora una volta in un delicato e refrigerante sollievo quasi consolatorio, come se a lei volesse altresì domandare scusa per quanto occorso, per l'isteria di quella temperatura tanto contrastante. Ma prima ancora che la di lei mente si potesse coscientemente porre dei dubbi, delle domande, delle questioni in merito a come o perché stesse accadendo tutto ciò, il di lei corpo si ritrovò slanciato in avanti, seguendo un chiaro istinto di sopravvivenza: qualcosa, infatti, le suggeriva una ritmicità in quell'alternanza, in quel passaggio da refrigerio ad incandescenza, tale per cui troppo poco sarebbe stato il tempo offertole prima di una nuova ondata calda, intervallo che non avrebbe potuto permettersi di gettare via con leggerezza come aveva fatto fino a quel momento.

" ... sette... otto... nove... dieci! " contò a denti stretti, prima di accucciarsi su un nuovo gradone raggiunto in quella corsa sfrenata.

E come a rispondere a quel conteggio, come a seguire le indicazioni offerte dalla di lei voce, la corrente d'aria a lei frontale mutò nuovamente temperatura, tornando ad essere peggio dei più caldi venti dei regni centrali, dei deserti più inospitali, trovandola però, in questa occasione, già pronta ad accoglierla, a difendersi da essa nella posizione assunta. Dieci apparivano pertanto i secondi di tempo entro i quali quelle brezze così simili e così contrapposte sembravano concedersi il cambio e dove, per la vicinanza alla lava e per l'incandescenza di quella stessa aria ella difficilmente avrebbe potuto resistere ancora a lungo nel contrasto al nemico rappresentato dal calore, le pause, gli intervalli offerti dall'aria fresca, se sfruttati al massimo, avrebbero potuto salvarle la vita.

" ... nove... dieci! "

Al termine di quella seconda e ritmata somma di istanti temporali, l'intero sistema rispose alle di lei previsioni, concedendole una nuova tregua, un lasso di tempo sicuramente breve ma che avrebbe potuto rappresentare per la mercenaria l'unica separazione fra la vita e la morte, l'ultima frontiera su cui ancora avrebbe avuto senso combattere nella speranza di una vittoria. In una corsa disperata, una serie di balzi fra un gradone ed il successivo ormai del tutto indifferente al pericolo rappresentato dalla lava, dal magma sotto di sé, Midda si slanciò rapidamente la via offertale in quella decina di secondi, prima di dover tornare ad accucciarsi, a tentare di proteggersi dalla nuova ondata di calore.
Il periodo di calore che seguì a quella corsa, assolutamente equilibrato e rispettoso della cadenza da lei individuata, apparve alla mente della mercenaria enormemente, assurdamente lungo, spossante, nel trovare i propri polmoni privati d'ossigeno laddove il medesimo sembrava essere consumato nell'incandescenza di quell'elevata temperatura. Ma, consapevole che poco ancora le occorreva per raggiungere la salvezza potenzialmente rappresentata nel varco sulla parete di fondo, in quella via da lei tanto cercata, ella non offrì indugio alcuno, non si concesse il minimo sconforto, ed all'ennesima fredda tregua vide il proprio corpo sbalzato in avanti, nell'ultima staffetta necessaria al raggiungimento del traguardo tanto agognato, oltre il quale si gettò con furia nello scandire l'ultimo secondo a sua disposizione.

Prosegui con il [Passo 39].

[Passo 39]

Ruzzolando letteralmente nella fuga appena compiuta, la Figlia di Marr'Mahew impiegò un istante prima di ritrovare posizione eretta e prima di poter volgere il proprio sguardo al cuore del tempio sotterraneo così concessole in uno splendore accecante, una meraviglia unica ed inimitabile che probabilmente da epoche remote non era offerta ad alcuna vista mortale e che, in ciò, trovava ulteriore valore, pregio inestimabile.
Conformata in un'ampia caverna della quale risultava difficile comprendere le reali proporzioni, quella sala presentava lungo le proprie pareti sequenze incredibili di mosaici apparentemente privi di un reale inizio o di una concreta conclusione, quasi in essi fosse rappresentato e contenuto l'intero universo o, forse, quasi l'intero universo si ponesse in quello stesso luogo con tutta la propria infinita ed eterna presenza: impossibile risultava ipotizzare quanto lavoro potesse essere stato posto nell'ornare quella singola area ancor più che tutti i corridoi precedentemente percorsi, in una passione, in una fede priva d'eguali, laddove un evidente amore, una chiara passione era stata rivolta in tale operato o esso non avrebbe mai potuto essere tale. Al centro di tale spazio, ergendosi per numerose decine di piedi sopra il di lei capo e sprofondando ancora a lungo sotto il di lei corpo, era quanto di più assurdamente simile ad un vulcano sarebbe mai potuto apparire per opera umana, ammesso che tali fossero stati gli autori di tutto ciò: in un misto di pietra lavica naturale e di marmi dalle venature rossastre tipici di quell'intero complesso, infatti, davanti alla mercenaria si presentava la tipica forma conica dalla cima della quale, costante e tremendo, un moto di magma incandescente si donava allo sguardo e ad alimentare un vasto bacino posto sotto di lei, congiunto evidentemente con la sala da cui era appena evasa. Lungo i tragitti discendenti dei fiumi di lava così conformati, in percorsi che evidentemente non erano stati affidati al caso nell'essere indirizzati con tanta cura, molteplici ed ammirevoli erano i lavori architettonici lì riportati, in lunghi colonnati, in ampli portali, in statue di indescrivibile bellezza, tutti realizzati nell'ormai onnipresente marmo e tutti evidentemente rivolti al culto della fenice, in rappresentazioni costanti e mai fra loro simili della medesima, dello stesso incredibile animale lì considerato sacro e che, forse, una reale sacralità avrebbe dovuto dimostrare nell'essers
i guadagnato il diritto a tanta idolatria. Impressionante era considerare come il frutto di un coraggio incredibile, o di una follia smisurata, aveva intrecciato con sapienza ormai dimenticata l'opera mortale e quella immortale, dando vita a qualcosa che, dopo tanto tempo, dopo lunghi secoli, epoche intere forse, si offriva allo sguardo ancora meraviglioso ed ineffabile, forse eterno come gli stessi monti Rou'Farth.
Il clima, che in quell'ambiente per quanto vasto avrebbe dovuto comunque essere similare a quello della fornace di un fabbro, tale da rendere plasmabili anche le leghe più solide, si donava altresì mite, quasi temperato alla di lei pelle, in assoluto contrasto con quanto vissuto nella sala che si stava lasciando, non senza un chiaro sollievo, alle spalle: osservando meglio il panorama a lei offerto, Midda poté intuire la presenza, non immediatamente evidente allo sguardo, di almeno due larghe bocche, due vasti pozzi aperti nel soffitto di quella sala, rivolti al cielo e, forse, con il cielo stesso comunicanti nell'attraversare tutta la profondità da lei percorsa nella discesa prima affrontata. Da tali sfiatatoi, da simili condotti di areazione, doveva evidentemente filtrare l'aria fresca del mondo esterno nel prendere il posto di quella altrimenti rovente di quel sotterraneo di fuoco, creando un proprio microclima assolutamente equilibrato già non più presente all'interno della sala adiacente, da cui ella era giunta. E proprio nel mentre in cui la donna guerriero condusse il proprio sguardo a cercare le fonti d'aria utili a mantenere controllato la temperatura in quel sotterraneo, ella vide offrirsi a sé una delle immagine più incredibili della propria intera esistenza, tale per cui probabilmente mai si sarebbe scordata di quel giorno, di quella missione: la visione dell'y'shalfica fenice.

Prosegui con il [Passo 40]

2 commenti:

coubert ha detto...

Wow, la fenice!
Alla fine Midda l'ha raggiunta!!

Al che viene spontaneo chiedersi: e ora?

Midda è stanca, ferita, provata. In un ambiente ostile e inadatto a lei. Contro una bestiolina leggendario-divina... ahio!

Sean MacMalcom ha detto...

Spero che la resa dei conti (con la fenice) di domani vi possa lasciare piacevolmente sorpresi e soddisfatti! :D
Chiedo scusa per il ritardo di oggi, ma ho avuto una giornataccia pienissima!!! O.o