11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

giovedì 31 luglio 2008

203


A
quelle parole fu la donna guerriero, per la prima volta, a contestare la correttezza di una delle affermazioni della sua anfitrione, scuotendo il capo e sorridendo divertita: « E qui ti sbagli. Non è il desiderio di vendetta a spingere le mie azioni, a guidare la mia mano. ».
« Quale ragione, quindi, è quella da cui riesci a trarre tanta forza, tanta determinazione nelle tue azioni, tanta convinzione nel tuo animo al punto da arrivare a varcare di tua spontanea iniziativa l'ingresso al nostro mondo, a ciò che tutti gli altri temono? » domandò Sa-Chi, aggrottando la fronte seriamente interessata di fronte a quell'affermazione « Quale motivazione ha spinto il tuo corpo oltre ogni limite non solo nel sopportare le torture a te inflitte ma anche nel trovare la volontà di combattere ancora di fronte all'imminenza di un mortale pericolo sulla tua vita? »
« E quali sono state le ragioni per voi, tali da spingere quella sorta di bestia umana contro di me? » inarcò un sopracciglio la donna guerriero, con evidente sarcasmo nella voce.
« Jodh'Wa non ti avrebbe mai fatto del male. » scosse il capo la giovane albina « Egli ha agito unicamente allo scopo di mett… »
Ma quella frase non riuscì ad essere conclusa, nel momento in cui un grido richiamò l'attenzione di entrambe verso l'esterno di quella stanza, di quell'abitazione, con un semplice e chiaro messaggio: « Alle armi! »

Nel corso dello scambio di spiegazioni fra le due, la nera cittadella vulcanica si era ritrovata ad essere sotto assedio, sotto attacco, da parte di un gruppo di una fazione avversa. Lo scenario così proposto fu quello di una vera e propria battaglia, per nulla inferiore alle guerre del mondo esterno: attorno alle mura dell'insediamento, circa cinquanta fra uomini e donne erano apparsi con scale ed armi sempre ricavate dalla pietra lavica, per forzare l'ingresso allo stesso, per violarne le difese, mentre dall'interno i membri della comunità di Sa-Chi si erano disposti in forze a creare una linea compatta al di sopra di quel confine, impegnandosi nel tentativo di respingere ogni invasore, scagliando all'indietro le scale ed ingaggiando duelli corpo a corpo contro gli aggressori che, nonostante tutto, fossero riusciti a giungere a loro. Non fragore metallico riempiva l'aria, sostituito qual era dal sordo scontro di pietra contro pietra, di roccia contro roccia, in un effetto assolutamente insolito nell'esperienza della mercenaria, non abituata a quel genere di armi, a quelle lame quasi prive di filo eppur ugualmente letali nell'essere in grado di sfondare un cranio senza sforzo in conseguenza di un fendente non parato oppure di trapassare un cuore da parte a parte in conseguenza di un affondo condotto a termine: rumori diversi, quindi, per narrare uguali storie di lotta e di morte, simili in ogni parte del mondo. Il sangue non poté evitare di iniziare a scorrere copiosamente in tale contesto, sprizzando soprattutto dai corpi della comunità, dei difensori in quella battaglia, evidentemente in una condizione minoritaria in termini di forza, di combattività rispetto ai propri avversari: gli aggressori, infatti, stavano mostrando chiara esperienza nell'arte della guerra e dell'omicidio, dando ragione a quanto spiegato giorni prima dalla stessa Sa-Chi, nel presentare il punto di forza della propria gente nel numero, in contrasto alla violenza di altri gruppi, di altre realtà. Purtroppo, dati simili presupposti, l'unico destino che agli abitanti della cittadella poteva essere offerto era quello della morte: fra essi, infatti, pochi si presentavano in grado di tenere testa agli invasori, primo fra tutti questi era ovviamente l'albino dalla pelle tigrata, Jodh'Wa.
Egli si muoveva rapido come il felino verso il quale sembrava aver dedicato la propria esistenza, saltando da un lato all'altro della cinta muraria per colpire, trafiggere, squartare i corpi avversari maneggiando contemporaneamente due pesanti spade in pietra, ad opporsi alle armi nemiche, alla loro violenza con forza uguale se non maggiore. Le sue azioni erano fluide, continue, dimostrandosi quali quelle di un instancabile guerriero: difficile sarebbe stato credere che egli potesse essere nato all'interno del Cratere, senza ricevere un addestramento alla scherma, alla lotta, all'assassinio nel mondo esterno, se non fosse stato per il suo stile, assolutamente unico agli occhi esperti della donna guerriero. Ella poté, in quel momento, vederlo finalmente all'opera senza più le inibizioni che lei stessa aveva intuito al momento del loro primo ed unico scontro, finalmente apprezzandone la grande destrezza, l'agilità, che lo trovavano a volteggiare fra gli avversari: impugnando la spada a sinistra nel giusto verso ed a destra all'incontrario, mantenendo la lama, o presunta tale, contro il proprio avambraccio al duplice fine di poter sia difendere il proprio corpo, usandola non diversamente da uno scudo, sia concedersi la possibilità di offesa contro ogni nemico, egli falciava senza pietà in gesti irrefrenabili ogni corpo che davanti a lui si presentava. Da un punto di vista meramente personale, Midda non poté non giudicare positivamente quello stile, quella tecnica, che trovava spesso il fisico possente dell'uomo posto a pochi pollici dal suolo, permettendogli nonostante la sua mole di schivare la maggior parte dei colpi avversari per poter altresì portare a segno i propri, con freddezza, con controllo assoluto, agendo senza rabbia per quanto evidentemente quella situazione avrebbe potuto scatenare tutta la propria ira, la propria emotività, nel vedere ferire ed uccidere compagni e compagne attorno a sé: egli risultava essere un combattente sinceramente temibile, degna umana rappresentazione del predatore felino da lui scelto nella composizione formata dai propri tatuaggi.

« Continueremo dopo il discorso… » disse la Figlia di Marr'Mahew verso la ragazza « Sembra che il fato mi voglia offrire la possibilità di dimostrarvi il perché del mio nome. »

Senza attendere risposta, senza prendere in considerazione l'ovvia e banale realtà che probabilmente in quella terra nessuno poteva conoscere la dea Marr'Mahew, signora della guerra negli arcipelaghi ad occidente di Kofreya, Midda scattò in avanti, decisa ad approfittare di quella battaglia per mettere alla prova il proprio corpo, per poter comprendere quanto si fosse realmente risanata dalle proprie ferite, dai mali che affliggevano il proprio corpo: aveva ben compreso la lezione impartitale ed ora desiderava poter essere certa del proprio stato di salute prima di lanciarsi nuovamente a testa bassa nel proseguo della propria missione, dovunque essa l'avrebbe condotta, ed alcun modo le sarebbe mai potuto essere concesso migliore rispetto a quello, in confronto ad una battaglia viva e reale come quella che ora la circondava.
La prima mossa che da lei risultava evidentemente necessaria per poter fronteggiare i propri eventuali avversari era l'impossessarsi di una lama, di una spada: quella donatale da parte di Lafra, fabbro di Konyso'M, era infatti stata preventivamente affidata ad un uomo di fiducia nel momento in cui aveva preso la decisione dell'attuazione di quel piano, non desiderando che, nel corso del medesimo, essa potesse esserle requisita e, successivamente, dispersa nelle mani di chissà quale signore locale. In una situazione pari a quella che la circondava, in effetti, il problema del reperimento di un'arma era decisamente fine a se stesso dove, raccogliendo semplicemente una qualsiasi spada gettata al suolo da un precedente proprietario ormai morto avrebbe risolto tale questione: così, senza porsi esitazioni di sorta, ella si gettò a strappare una spada da un uomo ormai caduto in battaglia, non avendo neanche la possibilità di comprendere se esso potesse essere stato parte della comunità o degli aggressori, non avendo, invero, ragione di porsi simile dubbio, laddove egli ormai era morto e non avrebbe avuto la possibilità di reclamarla per sé. Facendo roteare la strana arma attorno al proprio corpo, ella cercò di comprenderne gli equilibri, così diversi da tutte le spade che conosceva, che le erano normalmente proprie, che appartenevano al mondo da cui ella proveniva, quasi alieno alla realtà in cui si era volontariamente gettata.

« Thyres… » commentò quasi perdendo il controllo sulla lama in tale atto, tanto essa le risultava estranea « Come è possibile che riescano a combattere con queste? Sembra di reggere una stalattite in mano… »

Ogni domanda, però, restò priva di risposta nel momento in cui la di lei attenzione venne richiamata da un primo avversario, un uomo che, gettandosi dall'alto degli spalti, si avventò senza un istante di incertezza, senza un solo momento di esitazione contro di lei, brandendo fra le mani una spada del tutto simile alla sua: il tempo della battaglia era giunto ed ora nessun altro dubbio poteva esserle concesso, nessun ulteriore indugio poteva da lei essere proposto, dovendo lottare nuovamente per la propria vita, per la propria sopravvivenza, ad ogni costo.

2 commenti:

coubert ha detto...

E ora si entra nel vivo!

Sean MacMalcom ha detto...

@Coubert: :D