11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Si conclude, con l'episodio odierno, la sessantunesima avventura di Midda, dal titolo "Il cerchio si chiude"!
E, come credo sia chiaro già da un po', si conclude con questo episodio anche il secondo arco narrativo della lunga saga della nostra eroina preferita!

In questo, ringraziando tutti gli amici della Kasta Hamina, Midda Bontor lascia le proprie avventure siderali per ritornare al proprio mondo natale, cresciuta, sicuramente, cambiata, certamente, e pur desiderosa di tornare alla dimensione originale della propria quotidianità, e di quella quotidianità che, del resto, l'ha sempre contraddistinta.

A domani, quindi, con l'inizio di qualcosa di un'altra storia!

Sean, 16 marzo 2020

mercoledì 29 luglio 2020

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Fra tutte le capitali kofreyote, Lysiath avrebbe avuto a doversi intendere necessariamente qual la più peculiare, in conseguenza alla propria personale storia.
Un tempo provincia propria del regno di Tranith, era stata ceduta a quel del regno di Kofreya qual condizione necessaria per mantenere un clima di pace fra i due vicini. In ciò, quindi, aveva conservato tanto parte della propria natura tranitha, e di quella peculiare architettura proteiforme e incredibilmente colorata, vedendosi però aggiunte caratteristiche squisitamente kofreyote, come, prima fra tutte, quella stessa cinta muraria che, lì, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual, probabilmente, la più importante risorsa difensiva alla quale, in quel particolare frangente, tutti loro avrebbero potuto appellarsi, con buona pace dell’indole generalmente pacifica e pacifista dei tranithi. Allo stesso modo, anche la sua popolazione, pur ormai da secoli vissuta all’ombra dei vessilli kofreyoti, avrebbe avuto a doversi giudicare egualmente non dimentica del proprio passato tranitha, pur, in questo, neppur inconsapevoli del proprio presente kofreyota: un controverso ibrido, quello così lì venutosi a creare, a confronto con il quale, generalmente, i luoghi comuni non solevano riconoscere particolare benevolenza, riconoscendoli, da un lato, troppo kofreyoti per potersi considerare ancor tranithi, e dall’altro troppo tranithi per potersi riconoscere kofreyoti. Così, Lysiath e i suoi abitanti, erano abitualmente considerati alla stregua di una progenie bastarda, mal visti e poco considerati sotto ogni punto di vista. Situazione che, del resto, Midda Bontor, molti anni addietro, non aveva contribuito a migliorare nel dar fuoco a quello che avrebbe avuto a dover essere comunque inteso qual l’unico, vero, valore aggiunto di quel territorio: la grande Biblioteca.
Senza la Biblioteca, che pur già, nella pochezza intellettuale propria della mentalità kofreyota era, comunque, stata chiusa, considerata per lo più un peso anziché una risorsa; a Lysiath non era rimasto nulla. Certo: Lysiath avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual la seconda provincia portuale di Kofreya, insieme a Kirsnya. Ma mentre la città di Kirsnya, in maniera sicuramente impropria nella mentalità propria kofreyota, avrebbe potuto vantare un affaccio diretto sul mare, con un’amplia zona portuale utile a dare un senso e un valore all’intera capitale; la città di Lysiath, in conseguenza ad antichi problemi con i pirati, aveva visto il proprio sviluppo principale entro i confini della terraferma, non negandosi un porto, e un porto elemento a dir poco indispensabile a confronto con l’indole propria di tutti i tranithi, figli dei mari, e pur un porto, allor, separato dalla capitale vera e propria, che pur portando egualmente il nome di Lysiath, avrebbe avuto quasi a doversi intendere qual un insediamento distaccato.
Una città fondata da Tranith e, ciò non di meno, non più una città tranitha. Una capitale di Kofreya e, ciò non di meno, mai realmente accettata qual kofreyota. Una città portuale pur senza avere né un porto, né un affaccio diretto sul mare. Queste avrebbero avuto a poter essere elencate fra le principali contraddizioni proprie di Lysiath, ultima fra tutte le province di Kofreya. E, ciò non di meno, una città, e una città affollata, una città piena di vita e di voglia di vivere. E una città che, pur avendo sempre vissuto in pace, lontana da qualunque fronte di guerra, in quel frangente si stava ponendo costretta a fare i conti con la battaglia, e con una battaglia che nessuno al mondo, in quel mondo, probabilmente, sarebbe stato in grado di vincere.

Per quanto, quindi, così osteggiata, così manchevole di riconoscimento da parte delle altre province del medesimo regno, esattamente in considerazione della propria peculiare natura Lysiath avrebbe potuto vantare, più di qualunque altra città, quello spirito di adattamento, quella resilienza che, forse, sola avrebbe potuto allor fare la differenza in quel momento, in quella situazione. Perché privati di qualunque altra identità nazionale al di fuori di quella propria della loro appartenenza a quella città, tutti i figli e le figlie di Lysiath avrebbero fatto l’impossibile per difendere la loro terra, la loro casa. E, in effetti, lo avevano già fatto.
Lo avevano già fatto nel momento in cui, senza esitazione alcuna, avevano risposto all’invito della loro nuova Campionessa, la stessa donna che, secondo alcune teorie mai avallate da prove concrete, avesse a doversi considerare responsabile per la distruzione della Biblioteca. Lo avevano già fatto nel momento in cui, senza esitazione alcuna, avevano costituito una forza di difesa, una vera e propria milizia cittadina, là dove, prima, nulla di tutto ciò, praticamente, era mai esistito o aveva avuto necessità di esistere. Lo avevano già fatto nel momento in cui, senza esitazione alcuna, avevano realizzato quelle catapulte, già impiegate forse senza particolare successo, e pur in maniera efficace ed efficiente, in contrasto ai loro antagonisti. Lo avevano già fatto nel momento in cui, senza esitazione alcuna, si erano saputi organizzare in ubbidienza ai comandi della loro nuova Campionessa, continuando a offrirle ascolto e fiducia benché, sino a quel momento, ancor nessun risultato fosse stato da loro raggiunto.
In quello e in molte altre cose, tutti quei figli e figlie di Lysiath avevano già dimostrato la propria forza d’animo. E, per quanto avversati dal destino, e da Nissa e dai suoi mostri, essi avrebbero continuato a farlo. Per così come, in quegli stessi istanti, non mancò di iniziare a maturare consapevolezza anche la stessa condottiera di quell’armata di non morti.

Fu questione di un istante. Un attimo prima Nissa e i suoi stavano correndo con foga alla volta delle mura della città, seguiti sempre a minor distanza da tutte le creature mitologiche che ritornate insieme a loro. Il ciclope, nella fattispecie, animato da una foga incontenibile, era riuscito allora non soltanto a distaccare gli altri mostri, ma, addirittura, a raggiungere il gruppo dell’avanguardia, affiancandosi a loro, prima, e superandoli, un attimo dopo. O, quantomeno, tale sarebbe stato il suo desiderio, la sua volontà, se soltanto, improvvisamente, il terreno non gli fosse franato sotto ai piedi, lasciandolo precipitare in una profonda fossa. Una fossa nel merito dell’esistenza della quale egli non avrebbe potuto riservarsi occasione di consapevolezza alcuna, e all’interno della quale, ineluttabilmente, ebbero a precipitare, uno dopo l’altro, tutti gli altri, a iniziare dalla stessa Nissa Bontor, la quale, proprio malgrado, non avrebbe mai avuto tempo per frenarsi.
E così, un mostro gigantesco, e almeno un centinaio di uomini al suo seguito, ebbero lì a scomparire, d’improvviso, nel suolo, quasi la terra stessa si fosse animata, per spalancare le proprie fauci e inghiottirli. E inghiottirli nell’oscurità propria di quel baratro di almeno dodici piedi di profondità e dodici piedi di ampiezza. E un baratro sul fondo del quale, ad attenderli, non mancarono di trovare una fitta selva di picche di legno, sulle quali, senza possibilità di freno alcuno, ebbero a ricadere e a impalarsi, l’uno sopra l’altro.

« ... cagna maledetta... » brontolò Nissa, nel comprendere cosa fosse accaduto, e nel ritrovarsi, in ciò, con una prima asta di legno a trapassarle il cranio da parte a parte, attraverso l’orbita destra, oltre ad altre tre, sparse disordinatamente fra le spalle e il basso addome, scendendo fino alla coscia sinistra, in una condizione che, se soltanto ella fosse stata ancora umana avrebbe certamente rappresentato morte per lei, e morte per tutti i suoi compagni, e che, pur, in quel frangente, non ebbe a imporle la benché minima ragione di dolore, quanto e soltanto di fastidio e di fastidio psicologico.

Se qualcuno fosse giunto a Lysiath due giorni prima, nulla di tutto quello avrebbe avuto a doversi intendere lì presente. Se qualcuno fosse giunto a Lysiath un giorno prima, quanto avrebbe potuto vedere sarebbe allor stato qualche migliaio di uomini e donne, giovani e vecchi, intenti a scavare, come membra di un unico corpo, quell’enorme fossato, e quel fossato a circondare, incredibilmente, l’intero perimetro della città. Un’opera colossale, quella così tradotta in realtà, che era stata lì realizzata, qual ennesima riprova della volontà di resistere, di non arrendersi all’avversa sorte, dai figli e dalle figlie di Lysiath, e da quegli uomini e quelle donne che, nel giro di meno di una decina di ore, in sola grazia alla propria stessa collettività, avevano reso possibile tutto quello. Un anello circolare a protezione della loro capitale. Un anello circolare che, se pur non sarebbe stato certamente utile a respingere in maniera indefinita i loro avversari, certamente avrebbe avuto a rallentarli, a ostacolarli e, ancor più, a veder riconosciuto a Lysiath il proprio primo, vero punto in quella battaglia, ragione per la quale non avere motivo alcuno di non gioire.

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