11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

martedì 7 gennaio 2014

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« Chissà perché credo che preferiresti chiamarmi in altri modi… e, magari, approfittare di qualcuno di questi coltelli per aprirmi il ventre, strapparmi le viscere e impiccarmi con il mio stesso intestino, lasciandomi poi penzolare agonizzante da quella balaustra, qual monito per chiunque altro, dopo di me, dovesse ancora una volta commettere l’imprudenza di trarti prigioniera. » argomentò, quasi trattenendosi dal ridere nel descrivere un simile quadro a proprio stesso, ipotetico discapito, come se, in quelle medesime parole, avrebbe dovuto essere individuato un qualche aneddoto straordinariamente divertente, allorché raccapricciante « Comunque sì… puoi chiamarmi così, se ti fa piacere. »
« Forse… forse hai ragione. » replicai, mantenendomi volutamente ambigua nei suoi confronti, non desiderando concederle opportunità di soddisfazione in tal senso e, ciò non di meno, neppure andarle esplicitamente contro, così come, allora, avrebbe soltanto rischiato di rendere meno difendibile la mia posizione, meno solido il controllo che mi stavo cercando di imporre « O forse no… in fondo non ti dimenticare con chi hai a che fare. »
« Non potrei mai dimenticarlo… » negò ella, scuotendo appena il capo a escludere simile eventualità « Si può tranquillamente affermare come il tuo non sia un profilo che possa essere facilmente ignorato o, peggio, dimenticato… al contrario. » definì, offrendomi fondamentalmente ragione e, ciò non di meno, in tal senso, lasciando crescere in me tanto la curiosità, quanto un senso di necessaria inquietudine, alla prospettiva di quanto avrei potuto scoprire celarsi dietro simili parole.

Ove anche, del resto, nel mio mondo natale, nel pianeta in cui sono nata e cresciuta, e, sino ad allora, ero sempre vissuta, avrei potuto in fede considerarmi una personalità di rilievo, in grazia a vent’anni di straordinarie imprese, di gesta compiute sempre oltre ogni confine di umano limite, oltre ogni demarcazione fra quanto possibile e quanto, altresì, riconosciuto qual impossibile;  in quella nuova e più ampia realtà, entro la quale avrei dovuto essere considerata fondamentalmente novizia, straniera e, addirittura, aliena, non avrei potuto vantare alcun genere di privilegio derivante dal mio stesso nome, né, tantomeno, avrei accettato, a quel livello d’inesperienza, l’idea che potesse effettivamente sussistere una qualche motivazione di fama associabile, o peggio associata, al mio stesso nome.
Per tale ragione, giuochi a parte, il fatto che la mia ospite potesse continuamente e fermamente sostenere delle presunte motivazioni di pubblica e, persino, ovvia conoscenza associata alla mia persona, alla mia fama, alla mia nomea, non avrebbe potuto mancare di incuriosirmi e inquietarmi, in un più che legittimo dubbio nel merito di quali avrebbero avuto a doversi riconoscere i motivi simile prestigio… o qualunque altro termine più adeguato avrebbe potuto essere in tutto ciò impiegato per meglio descrivere la mia posizione. E se, fino a quella prima, non inedita, asserzione, avrei già potuto riservarmi occasione di curiosità e inquietudine, quanto ella, subito dopo, ebbe modo di incalzare, ebbe a trovarmi tanto disorientata che, se solo restai immobile e, apparentemente, impassibile, fu perché mi scoprii, invero, impossibilitata a qualunque genere di reazione fisica in conseguenza all’intimo disordine da tutto ciò, per me, derivante.

« Midda Namile Bontor… nata quaranta cicli fa in un minuscolo pianeta di un lontano sistema periferico. » proseguì, quasi a citare a memoria una qualche scheda biografica precedentemente letta a mio riguardo, in merito a una mia ipotetica identificazione « Ancora bambina, scappasti di casa intrufolandoti di nascosto, qual clandestina a bordo di una nave commerciale, sulla quale successivamente ti facesti arruolare, iniziando prima qual mozzo e, nel corso del tempo, maturando esperienza qual marinaio e combattente. Dopo un viaggio di quattro cicli, insieme al tuo compagno, abbandonaste la nave sulla quale entrambi eravate cresciuti e cercaste fortuna nell’acquistare il rottame di una vecchia nave, per rimetterla in sesto. » dichiarò, cogliendo nel mio silenzio soltanto ragione utile a proseguire in quella propria spiegazione, in quella propria illustrazione nella quale il nostro dialogo era mutato, sostanzialmente, in monologo « Dopo qualche ciclo, ti separasti dai tuoi compagni e, accusata di reati di pirateria, fosti condannata per la prima volta a una pena a vita, in una giurisdizione estranea a quella di Loicare. Evasa a prezzo del tuo braccio destro, scomparisti dalla scena per diverso tempo, fino a quando, ormai vent’enne, ti ripresentasti in circolazione reinventata qual mercenaria. E proprio in quanto tale, iniziasti a imporre il tuo nome in questo intero angolo di universo, prendendo parte sostanzialmente a ogni conflitto ebbe a combattersi in quel periodo e compiendo molte altre imprese al servizio dei più svariati committenti. »

Per chi, fra coloro che leggeranno queste mie parole, questo mio resoconto, dovesse avere una qualche trascorsa confidenza con la sottoscritta, e con il mio reale passato, immagino non vi sarà ragione alcuna di esplicitare le motivazioni alla base del mio stupore, del mio sconvolgimento innanzi a tutto quello che, in simile riassunto, venne riportato della mia esistenza. Per chi, invece, non dovesse avere le idee sufficientemente chiare, basti sapere come, fatta eccezione per un paio di dettagli attorno ai quali diversa avrebbe dovuto essere intesa l’accezione dei termini utilizzati, nonché per un altro paio di dettagli giustificabilmente imprecisi, nulla di quanto allor sostenuto da parte della mia interlocutrice avrebbe avuto a doversi considerare inesatto né, tantomeno, privo di fondamento.
Qual avrebbe dovuto essere considerato il problema in tutto ciò…?!
Semplice ed estremamente inquietante: a meno di non provenire dal mio pianeta natale, entro i confini del quale, invero, avrebbero avuto a doversi considerare ambientati tutti gli eventi in tal modo descritti, nel considerare con il termine navi non tanto delle navi stellari, quanto e piuttosto delle imbarcazioni concepite per veleggiare sulle acque dei mari a me tanto cari, da me tanto amati; nessuno, in Loicare o altrove, avrebbe mai dovuto essere a conoscenza, con un tale livello di dettaglio, di eventi propri della mia giovinezza, laddove neppure a Duva o a Lys’sh, mie prime e allor ancora uniche amiche in quel nuovo contesto, o agli altri membri dell’equipaggio della Kasta Hamina, avevo avuto ancora occasione o motivo di narrare simili eventi, tali fatti in maniera sì ordinata e puntuale.
Come avrebbe mai potuto, pertanto, Milah Rica Calahab, o chi per lei, essere in tal misura informata nel merito del mio passato...?!

« Il numero esatto di persone, umani o chimere, che tu hai ucciso nel corso degli ultimi venti cicli ha da considerarsi di improbabile stima, benché c’è chi sostenga che si potrebbe aggirare persino intorno alle ventimila unità… arrivando, quasi, a vanificare la differenza fra assassinio e genocidio, se non fosse che un tale traguardo è stato da te pazientemente raggiunto solo attraverso lunghi e lunghi cicli di costante applicazione all’arte della guerra e dell’omicidio a discapito di altri combattenti, di altri guerrieri, e non con una qualche volgare incursione volta a sterminare sistematicamente gente inerme e incapace a difendersi. » continuò ancora, non ritrovando da parte mia alcuna apparente ragione utile ad arrestarsi in tale argomentazione e, anzi, forse cogliendo non soltanto per tramite del mio silenzio, ma anche dei miei stessi occhi e del mio volto, un via libera a proseguire, nella sorpresa che, probabilmente, non stavo più riuscendo a mistificare.
« Ventimila persone sono tante… non trovi?! » mi domandò allora, in un tono che fu difficile distinguere qual retorico oppure no « Secondo me sono tante… molte più di quante non potrei mai essere in grado di ricordare, neppure volendo. » commentò, meditabonda « Non puoi, quindi, sorprenderti se qualcuno possa arrivare a porre una taglia di centomila crediti sulla tua testa, per esigere vendetta… io stessa lo avrei fatto, e sarei stata anche disposta a offrire molto di più, se non avessi preferito potermi divertire a vederti soffrire in una lenta danza con la morte, allorché accontentarmi dell’idea che tu fossi stata uccisa. » si confidò, piegando appena il capo di lato, con fare sornione « Ma, dopotutto, credo sia stato meglio così. Perché se ti avessi fatta uccidere non avremmo potuto mai giungere a questo sereno momento di confronto. E perché, in fondo, il fatto che tu abbia ucciso mio padre non mi ha poi imposto un reale torto. Al contrario… »

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