11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

giovedì 30 gennaio 2014

2176


Tralasciando che, entro i confini della parola “circo”, ella aveva appena racchiuso elementi propri di una qualunque manifestazione popolare del mio mondo, dalla fiera di paese alla festa religiosa, in quello che, pertanto, avrei potuto considerare un altro errore di adattamento lessicale benché, come ebbi occasione di scoprire qualche tempo dopo, tale sia effettivamente l’idea qui fuori imperante in associazione a simile significante; le ragioni alla base del ricorso a quell’aneddoto avrebbero avuto a doversi riconoscere proprio in quell’ultima parola, in quell’ultimo riferimento addotto, e persino mal tradotto, entro i confini propri del quale ella desiderava, chiaramente, suggerire l’eventualità di un proprio impegno contorsionistico al fine di poter penetrare nell’intercapedine esistente dietro quella parete, in un’impresa che, obiettivamente, avrei dovuto riconoscere qual superiore a ogni mia più semplice possibilità d’intendimento. E proprio io che, per prima, avevo dimostrato, con il mio operato, con tutte le imprese affrontate e vinte nel corso della mia esistenza, quanto la parola impossibile fosse, abitualmente, abusata, nel definire in tal modo tutte quelle gesta nell’ipotesi di un confronto con le quali i più non avrebbero neppure voluto compiere lo sforzo di suppore necessario o possibile impegnarsi; proprio che, ancora, anche in quel nuovo mondo, in quella realtà estesa rispetto al Creato da me da sempre considerato qual tale, ero già stata in grado di sorprendere persino me stessa, nel dimostrarmi in grado di giungere illesa al solo dopo il già citato volo nel confronto con il quale, in altri momenti, in altre occasioni, mi sarei considerata sostanzialmente già spacciata; proprio io che non avrei dovuto dimostrare alcun particolare premura nel giudicare impossibile, o anche soltanto improbabile, il raggiungimento di un qualche traguardo, per quanto apparentemente tale, soprattutto ove, nel confronto con il medesimo, fosse stato dimostrato ardimento e dedizione fuori da ogni comune canone, fuori dai limiti propri dell’indolenza condivisa fra i più, e soltanto innanzi alla quale, alla fine, il mito si sarebbe tradotto in realtà, la leggenda sarebbe potuta divenire semplicemente Storia.
Esattamente in ciò, e forse a volermi in tal senso ricordare quanto, mio malgrado, stessi allor commettendo il medesimo errore di tutti coloro i quali ero solita criticare, quasi intimamente beffeggiare, nella sin troppo osteggiata incapacità a comprendere come il loro primo, e sovente, unico limite avrebbe avuto a riconoscersi in loro stessi e nella propria mancanza di fede nei confronti delle proprie possibilità; Lys’sh non sprecò un singolo, ulteriore istante di tempo a discutere con me, preferendo in proprio supporto, a sostegno della propria iniziativa, intervenire non tanto con ulteriori argomentazioni verbali, con nuovi dibattiti dedicati allo scopo di convincermi di quanto ragionevole avrebbe avuto a doversi considerare la sua posizione, di quanto corretta avrebbe avuto a doversi considerare la sua idea, ma, piuttosto e semplicemente, agire. E agire al fine di tradurre in un risultato concreto e incontrovertibile il proprio successo, per così come, in tutto ciò, da lei mai posto in dubbio, mai considerato in forse.
In tal modo, sotto il mio sguardo stupito, innanzi ai miei occhi più che sorpresi nel contemplare quanto, in quel modo, mi stava venendo presentato, ella si accostò a quel già ristretto varco nel muro, e all’ancor più ristretto pertugio in tutto ciò offerto, prendendo sapientemente confidenza con il medesimo prima di iniziare a penetrare al suo intero, apparendo, in tutto ciò, addirittura apparentemente capace, persino, di rimodellare le proprie ossa, la propria struttura fisica, per riuscire a transitare là dove alcun altro avrebbe potuto altrimenti realmente illudersi di poter essere capace di compiere, fosse anche il più straordinario contorsionista dell’universo intero. In verità, come in un secondo momento ella ebbe a spiegarmi, alla base di un tale risultato non avrebbe avuto a doversi considerare un qualche potere sovrumano, e, neppure, una qualche, pur accettabile, straordinaria capacità per lei in ciò potenzialmente derivante dalla propria natura ofidiana: quanto ella compì, allora, fu tale soltanto e unicamente in conseguenza a un pur non comune autocontrollo, tale da permetterle, in ciò, di gestire con mirabile efficacia non soltanto ogni proprio gesto, ma anche, e ancor più, ogni singolo muscolo del proprio corpo, nonché il proprio stesso respiro e, forse e paradossalmente, anche il proprio battito cardiaco, in misura utile a contrarsi e distendersi, allungarsi e comprimersi, di volta in volta, nei termini che più sarebbero potuti esserle utili al fine di aggirare la sfida per così come, in tutto ciò, riservatale, offrendo in tal senso tutto l’impegno, allora, richiestole. E prima ancora che io potessi realmente maturare coscienza di quanto stesse accadendo, ella era già scivolata all’interno del muro, con l’evidenza di una naturalezza tale per cui, piuttosto che confrontarsi con la solidità di una parete, avrebbe potuto offrire l’impressione di essersi letteralmente tuffata in un placido specchio d’acqua.

« Thyres… » non potei mancare di gemere, nel confronto con quanto lì compiuto, nuovamente avvicinandomi, in maniera spontanea e quasi incontrollata, al buco dischiuso a seguito della rimozione del pannello, allungando le dita della mancina a percorrerne il bordo superiore, oltre il quale la mia amica era scomparsa, per assicurarmi che esso, effettivamente, fosse quanto appariva essere e non, piuttosto, frutto di un qualche particolare e per me ancora sconosciuto trucco utile a far credere che lì fosse una parete quando pur, altresì, lì inesistente « … ma come diamine…?! »
« Donna di poca fede. » mi schernì, giustamente, da dietro la parete che, allora, ci stava dividendo, un confine straordinariamente sottile e, al tempo stesso, simile a un baluardo impraticabile, innanzi alla psicologica solidità del quale il gesto così compiuto dalla medesima Lys’sh avrebbe assunto, ove possibile, un valore persino maggiore, una valenza quasi epica, soprattutto nel confronto con il giudizio ancor del tutto attonito profferto dal mio sguardo incredulo e, quasi, sconcertato « Più in alto mi sembra di cogliere un passaggio per l’altra parte… dammi un quarto d’ora per controllare e, se tutto va come spero, ti verrò ad aprire io stessa. » mi richiese e, in parte, mi informò, necessariamente fiduciosa nei confronti del proprio successo, per così come era allora certa avrebbe contraddistinto quel proposito.

Posta innanzi all’evidenza di quanto avevo appena veduto, di quanto si era appena consumato sotto al mio sguardo attonito e sorpreso, non mi azzardai a ipotizzare alcun genere di replica a quella sua ultima affermazione, nel timore che qualunque cosa avrei potuto dire, allora, sarebbe potuta risultare inappropriata e, soprattutto, priva di fondamento alcuno, nella straordinaria capacità, per quella giovane donna, di imporsi sul mondo a sé circostante: una caratteristica, la sua, che, del resto, non avrei potuto ovviare ad apprezzare, ad ammirare e, persino, ad applaudire, all’idea di tutto ciò attorno a cui mi ero impegnata a fondare la mia vita, di tutto ciò nel merito del quale avevo speso energie e dedizione nel corso della mia intera esistenza, quel continuo tramutare l’impossibile in realtà, l’assurdo in quotidianità, e che, allora, in lei stava psicologicamente trovando una mia possibile, e assolutamente degna, erede. Osare, pertanto, aggiungere una sola sillaba a quanto già ella aveva scandito, avrebbe significato voler porre sfida e dubbio nel merito proprio di quanto pur stava compiendo, e delle sue possibilità di compierlo, in una misura tale per cui non avrei, sinceramente, trovato coraggio utile a guardarla ancora negli occhi, a sostenere ancora il suo suo sguardo, non tanto per motivazioni futili… non di certo per questioni più serie.
A preservare intatta ogni mia possibilità di confronto con Lys’sh, quindi, si impose qual necessario, da parte mia, un composto silenzio e, accanto a esso, un rinnovato esercizio di paziente attesa innanzi, mio malgrado, una porta chiusa, esattamente così come già era avvenuto diversi piani più in basso nel confronto con l’ingresso di servizio all’intero edificio. Ed esattamente così come già era avvenuto diversi piani più in basso nel confronto con l’ingresso di servizio all’intero edificio, nell’attesa che ella mi impose nel mentre in cui, personalmente, si impegnava al fine di dischiudere, innanzi a me, ogni passaggio, facendomi superare lo scoglio rappresentato da tutti i controlli che pur, obiettivamente, non avrei mai potuto autonomamente soddisfare; quell’attesa non poté che dimostrarsi emotivamente impegnativa, soprattutto nel confronto con l’impossibilità, per me, di poter anche e soltanto intuire quanto potesse star accadendo oltre quella soglia chiusa e, in ciò, di poter anche e soltanto immaginare quanto la mia amica, la mia alleata, la mia complice, potesse, o meno, star allora abbisognando di supporto, di sostegno, di aiuto, piuttosto che, invece, tutto stesse allor procedendo per così come da lei desiderato, da lei voluto, in maniera tale per cui, di lì a pochi istanti, il suo volto si sarebbe effettivamente proposto attraverso quel varco, lì, ancora chiuso.

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