11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

domenica 19 gennaio 2014

2165


Lo devo ammettere: per mia natura non ho mai dimostrato una vera e propria predilezione al giuoco di squadra. Non che gli eventi che hanno poi contraddistinto la mia vita mi abbiano aiutato, in tal senso.
Se si considera, a principale titolo esemplificativo, come, fin da bambina, sia stata mia premura quella di tradire la fiducia della mia sorella gemella, con la quale, da sempre, avevamo formato una straordinaria coppia, abbandonandola per rifuggire, nel cuore della notte dalla casa in cui eravamo nate e cresciute, per imbarcarmi clandestinamente a bordo della nave sulla quale, per la prima volta nella mia vita, mi accompagnò alla scoperta del mondo, del mio mondo, e di tutti i suoi misteri, i suoi pericoli, le sue sfide; è facile comprendere quanto, effettivamente critico, e criticabile, sia il mio personale approccio al gioco di squadra. Se poi, a questo, si aggiunge il fatto che, in quelle poche occasioni nelle quali mi sono mai permessa di illudermi di aver raggiunto una certa stabilità, un certo equilibrio, una certa familiarità con le persone a me circostanti, sia stata proprio la mia gemella a intervenire per infrangere ogni sogno, ogni aspettativa in tal senso, a non dico giustificabile, tuttavia comprensibile, vendetta per quanto da me a suo discapito inizialmente compiuto, per quel tradimento mai perdonatomi… beh… non resta poi molto da poter dire, credo e temo.
Sia chiaro: non è mio desiderio, in questo, colpevolizzare esclusivamente Nissa per la mia incapacità a impegnarmi stabilmente in un qualunque genere di rapporto umano. Le mie relazioni sentimentali, anche senza i negativi interventi della mia gemella, difficilmente si sono concesse la possibilità di perdurare per più di un paio di anni, talvolta anche per più di un paio di mesi, nel ritrovarmi, mio malgrado, posta a confronto con un’intima insofferenza al concetto stesso di quotidianità, nonché a una mia, non posso negarlo, terrificante dipendenza psicologica dall’adrenalina e, in conseguenza, dal pericolo, in misura tale per cui impegnarmi a immaginare, per me stessa, una tranquilla casetta con un cane addormentato sulla porta d’ingresso e un gatto acciambellato sul davanzale, non ricade, propriamente, all’interno della categoria che sono solita definire con il termine “sogni”.
Poi… per carità. Anche Nissa non ha mancato di metterci del suo, nel costringermi ad abbandonare il primo uomo che abbia mai amato, e nel farlo poi comunque uccidere a distanza di anni soltanto perché a lui mi ero provata a riavvicinare sotto un piano meramente fisico, così come nello squarciarmi il ventre e, in tal senso, nel privarmi della speranza di poter un giorno mai avere una progenie, escludendo dalla mia mente, di conseguenza, molte, diverse, possibilità di futuro entro le quali, chissà, avrei anche potuto ipotizzare di impegnarmi, ritrovando, in ciò, maggiore stabilità.
… insomma. Un po’, si voglia, per predisposizione psicologica; un po’, altrettanto, quale conseguenza di eventi utili a precludermi alcune possibilità; la sottoscritta non ha trascorso la maggior parte dei propri primi quarant’anni di vita a fare gioco di squadra. Né, tantomeno, ad affidarsi ad altri per la propria salvezza, per la propria sopravvivenza, abbracciando, in maniera più o meno condivisibile, l’idea che la sola che mai avrebbe potuto aiutarmi sarei stata proprio e soltanto io stessa.
Ritrovatami, tuttavia, catapultata in quell’ambiente completamente nuovo, nuovi mondi in cui, malgrado tutto, stavo scoprendo essere sempre e comunque valide regole già note, per vecchi giochi; mi ero già ritrovata a dover scendere a patti con l’idea che, malgrado la mia non più giovane età, almeno nel confronto con i canoni propri del mio mondo, questa vecchia cagna avrebbe dovuto sforzarsi per apprendere nuovi trucchi, esplorando soluzioni prima addirittura inimmaginate per continuare a garantirsi, sempre e comunque, un’opportunità di sopravvivenza. E così, al di là di ogni predisposizione psicologica, e al di là di ogni sfavorevole evento passato, non avrei potuto evitare di dover scendere a patti con l’idea, una volta tanto, di dover superare anche quel mio limite, quel mio spiacevole vincolo, accettando che la mia sopravvivenza, allora, potesse dipendere anche da altri e, soprattutto, che avrei dovuto impegnarmi, realmente, a fare giuoco di squadra per garantirmi un domani.
Prospettiva banale…?
Per nulla. Non dopo aver trascorso così tanti anni a fidarmi soltanto di me stessa e a cercare di essere l’unica responsabile della mia sorte, del mio fato, del mio destino. Ma, obiettivamente, anche la prospettiva di ritrovarmi trapassata in meno di tre giorni, vittima di una psicopatica in contrasto all’offensiva della quale non mi sarebbe stato possibile ergere alcuna difesa, non avrebbe avuto a doversi riconoscere particolarmente allettante. Ragione per la quale, probabilmente… sicuramente, la soluzione migliore sarebbe dovuta essere riconosciuta quella riservatami dalle parole del capitano.
In conseguenza a tutto ciò, quando all’interno dello spazio arredato più amplio della nave, la mensa, di lì a breve venne radunato l’intero equipaggio della Kasta Hamina, non poté che essere mia premura quella di presentarmi animata dalla maggior apertura mentale possibile alla questione, al di là della direzione nella quale, la mia vita, si era mossa sino a quel momento.

« Sarò breve… » esordì Lange, seduto a un’estremità del lungo tavolo attorno al quale, nel corso del mio primo, e sino ad allora, unico viaggio a bordo della Kasta Hamina, dalla terza luna di Kritone per ritornare su Loicare, avevo già avuto occasione di scoprire essere solito radunarsi l’intero equipaggio, per consumare insieme i tre principali pasti della giornata, in un rito che avrebbe avuto a potersi considerare, per me, del tutto inedito, non avendo mai avuto modo di assistere ad alcuna similare usanza in passato, nel corso dei molteplici anni della mia vita pur spesi a bordo di una nave « So bene che tutti, negli scorsi giorni, ci stavamo domandando potesse essere successo al nostro capo della sicurezza. E so che, probabilmente, ora potrebbe essere vostro interesse ascoltare direttamente per mezzo della sua voce una narrazione a tal riguardo, fosse anche soltanto per trovare conferma alle già molteplici informazioni che, sono certo, non hanno evitato di iniziare a girare a bordo. » premesse, con tono serio, atto a pretendere da parte di tutti altrettanta serietà, nel non volersi permettere, allora, la benché minima possibilità di disperdere l’attenzione in futili chiacchiere « Ciò non di meno, questo non sarà possibile. E non sarà possibile nella necessità, per le prossime ore, di dedicarci, instancabilmente, al fine di permettere alla nostra nuova amica di poter restare a offrirci la propria compagnia, e il proprio impegno nel ruolo che le è proprio. Un compito che, da parte nostra, non può prevedere alcuna possibilità di fallimento… ove, in caso contrario, ella morirà. »

Con la sola eccezione rappresentata dallo stesso Lange e, con lui, da Duva e Lys’sh che, loro malgrado, già erano perfettamente informate nel merito di ogni sfumatura attorno a tale questione, in un solo istante tutti i volti del resto dell’equipaggio si mossero, all’unisono, verso di me, in una reazione collettiva che avrebbe potuto impormi una viva ragione di imbarazzo se non fosse stato per quanto, allora, mi fu concesso di cogliere su quegli stessi visi. Perché, nelle espressioni in tal modo dedicatemi, negli occhi in quel momento voltatisi verso di me, non mi fu data possibilità di intravedere nulla di diverso rispetto a sincera preoccupazione, viva premura nei miei confronti, senza alcuna nota di critica, senza alcun malevolo sottinteso, tale da pormi ipoteticamente colpevole di qualcosa, di qualunque cosa, così come pur, obiettivamente, non ero né avrei potuto essere in quello specifico frangente.
E se, fino a un attimo prima, quasi con fastidio, nel profondo del mio spirito, avevo accolto l’idea di veder dipendere il mio futuro da altri, l’idea di sentirmi, in ciò, incapace a gestire autonomamente la mia vita e il mio destino, dovendomi affidare ad altri; nel trovarmi di fronte a quegli sguardi, e a quello spirito collettivo di reale cameratismo nei miei riguardi, tale da far apparire il mio quale un problema di tutti, la mia quale una condanna su tutti imposta, non potei evitare di avvertir emergere dal profondo del mio cuore un sentimento di imbarazzo, per quanto, fino a quel momento, allora soltanto chiaro avrebbe avuto a doversi riconoscere essere stato incredibilmente stupido, stolido e, addirittura, cieco, il mio comportamento.
Per mia fortuna, però, Lange Rolamo non aveva permesso a tanta stupidità, a tanta stolidità, di avere la meglio… e, innanzi a quegli sguardi, agli sguardi da lui in tal modo evocati, difficile sarebbe stato dubitare della correttezza assoluta della sua scelta.

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