11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

venerdì 3 gennaio 2014

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« Prova a essere più precisa, mia cara… » mi invitò lei, socchiudendo appena gli occhi quasi a cercare occasione di meglio valutare le mie parole, di meglio soppesare le mie intenzioni, per così come, forse, le aveva intuite eccessivamente ambigue, tradendo purtroppo la mia volontà, il mio reale scopo, in tal modo necessariamente mistificato « … sai, noi ricche e viziate ragazzine cresciute nei quartieri altolocati, abbiamo sovente problemi di comprendonio in conseguenza al limitato, quotidiano impiego del nostro intelletto. Nulla da imputare a tuo discapito, sia chiaro. »

Che quella frase avesse lo spiacevolissimo olezzo proprio di una trappola, di un trabocchetto, di un inganno volto a misurare le mie reazioni e, con esse, la solidità delle mie posizioni, non vi sarebbero potute essere possibilità di discussione, non vi sarebbero potute essere ambiguità di sorta.
Che, tuttavia, in esse avesse a doversi considerare già bruciata ogni mia possibilità di successo, nel ritrovarmi posta metaforicamente con le spalle al muro, oltre che nel ritrovarla posta, molto poco metaforicamente, con il coltello, o sarebbe più opportuno scrivere il bisturi, dalla parte del manico; fortunatamente avrebbero potuto ancora esserci buoni margini di manovra. Margini che sarebbero in tutto e per tutto dipesi, allora, dalla mia capacità di elaborare una replica adeguata a quella sua provocazione. E non soltanto nei suoi contenuti, ma anche nei tempi nei quali ci sarei riuscita, laddove un’eccessiva attesa nel concederle risposta, nel rivolgerle nuovamente voce e verbo, avrebbe potuto tradire il mio impegno a elaborarla e, in ciò, a dissimularla nel proprio effettivo intento, nel proprio unico e reale fine.
Così, ancora una volta riallacciandomi alle sue stesse parole, quasi quella fra noi nulla di più e nulla di meno avesse che da intendersi qual una sfida in ottave fra due cantori, non mi concessi un solo istante in eccesso o in difetto rispetto al necessario per ovviare, al contempo, ad apparire troppo lesta nella mia risposta, e in tal senso non di meno falsa, prima di esprimermi…

« Ancora una volta, tenti davvero, con me, la carta della ragazzina ricca e viziata? » contestai pertanto, scuotendo appena il capo in segno di disapprovazione per quel tentativo, non soltanto vano ma, a quel punto, addirittura fastidioso, nella propria pur palese incapacità a riservarsi un qualunque risultato di sorta degno di tale nome « Credevo volessimo finalmente concederci una possibilità di confronto sereno e obiettivo, e non più, stolidamente, un qualche giuoco delle parti, atto a farci apparire diverse da ciò che siamo, e, soprattutto, inconsapevoli l’una dell’altra. » mi permisi, addirittura, di rimproverarla, volgendole uno sguardo colmo di dissenso a giudizio di simile, ostinato sforzo da parte sua « Poi, se vogliamo continuare a far finta che io non sappia chi tu sia, Milah, e tu non sappia chi io sia… beh… allora possiamo tranquillamente ricominciare tutto da capo. Con le tue sadiche torture e tutto il resto. » la spronai, addirittura, quasi, invitandola ad agire proprio in tal direzione, per quanto a mio esplicito discapito « Avanti… procedi! Ormai, quasi, iniziava persino a mancarmi un po’ di sano dolore. »

Al di là di quanto si potrebbe credere, nel confronto con il mio particolare stile di vita, non sono mai stata, propriamente, una grande appassionata di giuochi d’azzardo. Al contrario. Abituata a rischiare, già a sufficienza, la mia stessa esistenza, la mia medesima sopravvivenza, in quasi quotidiane sfide mortali, in lotta contro uomini, mostri e dei, sono sempre stata solita preferire occupare il mio tempo in altro genere di attività ludiche nei miei momenti liberi: i già citati chaturaji, innanzitutto, che pur la propria dose di incertezza e, in essa, di realismo, possono vantarla attraverso l’impiego dei dadi a compenso di un’attività, altrimenti, di ordine squisitamente strategico; ma anche sana attività fisica, qual puro e semplice allenamento, così come mai sgradite risse da osteria e, perché no, della sempre appagante distrazione sessuale, nei momenti in cui, accanto a me, ho potuto vantare la presenza di un qualche mio compagno e amante.
In tutto ciò, pertanto, la forse eccessiva fandonia concernente quella mia più che ovvia confidenza con l’identità della mia torturatrice, altresì del tutto ignota al di fuori del nome da lei stessa scandito, avrebbe potuto pormi in una spiacevole situazione di rischio in rapporto con la quale avrei potuto dimostrare tutto il mio ammesso limite nel confronto con la nobile arte dell’inganno del giuoco, tale da consentire a bari professionisti di poter, per l’appunto, considerarsi professionisti nella propria attività. Malgrado questo, tuttavia, il mio calcolo avrebbe potuto anche essere considerato, entro opportuni limiti, qual sufficientemente difendibile nelle proprie implicazioni, soprattutto dal momento in cui, così come ella aveva ostentato in maniera persino irritante fin dal nostro primo momento di incontro, il suo nome avrebbe avuto a doversi considerare tutto quanto sarebbe stato necessario sapere di lei per essere adeguatamente intimoriti al suo pur ben poco, anzi… proprio per nulla, terrificante aspetto.
E proprio e solo in grazia a tale vanità, qual ineluttabilmente avrebbe avuto a doversi considerare la sua, in tutto ciò, ebbi allora apprezzabile opportunità di successo, così qual, altrimenti, non avrei potuto sperare possibile…

« Hai ragione… » annuì alfine ella, dopo non essersi negata tempo utile a soppesare, ancora una volta, probabilmente ogni singola parola da me scandita, al fine di analizzarla in ogni propria, possibile, interpretazione e, in conseguenza di ciò, tentare di comprendere quanto ogni mio impegno avesse avuto a considerarsi rivolto a ingannarla e in quale misura, altresì, effettivamente a compiacerla, riservandomi, ciò non di meno, in tutto quello la possibilità di raggiungere un accordo con lei e, in ciò, di ottenere salva la vita, obiettivo pur non trascurabile né privo di una propria valenza « Non abituarti a sentirmelo dire, ma hai ragione. E io ho sbagliato a cercare di porti alla prova in maniera tanto banale, così superficiale. Soprattutto dopo averti trattenuta così a lungo qual mia ospite… »
« Soprattutto… » concordai, ancora miscelando, credo sapientemente, giudizi sinceri ad asserzioni del tutto conseguenti al mio mai trascurato, o trascurabile, scopo finale, proseguendo in tal senso con un’altra affermazione sicuramente rischiosa, indubbiamente forte nelle proprie implicazioni e, ciò non di meno, deliziosamente onesta nei suoi confronti, atta a non tentare in alcun modo di negare un’evidenza probabilmente troppo esplicita, troppo palese per poter essere banalizzata « A lungo, per lo meno, quanto sufficiente da concedermi di elaborare un elenco di centoventisette diversi modi per potermi vendicare su di te e sul tuo bel visino che tanto mi hai spinto a odiare. »

E sebbene, in una tale uscita, avrei potuto essere ritenuta eccessivamente brutale nel mio esprimermi, in misura sufficiente da farmi guadagnare, a pieno diritto, una nuova sessione di tortura come quella poc’anzi addirittura da me invocata; Milah Rica Calahab dimostrò apparente apprezzamento per la mia schiettezza, nella quale, fra l’altro, avrebbero allora potuto trovare giustificazione possibili ambiguità espressive sino a quel momento sfuggitemi, nel non rinnegare troppo facilmente, troppo banalmente, il necessario astio per me allor conseguente a quanto, da lei, crudelmente impostomi.
In ciò, quindi, allorché reagire malamente, e malamente quanto allor potenzialmente utile a condannarmi, qual pur avrebbe potuto troppo facilmente scegliere di compiere; il mio anfitrione scelse in favore della via dell’ilarità, concedendosi la possibilità di gettare il capo all’indietro e, in ciò, di scoppiare a ridere, e a ridere fragorosamente, qual prima, immediata e, forse, sincera reazione a quelle mie parole.

« Mi piaci… » volle riconoscermi alla fine, sforzandosi di lasciar placare il riso e, nel contempo di ciò, ricercando un’occasione di maggior equilibrio, vista e considerata la scomodità della sua posizione nel confronto con l’oscena altezza dei tacchi da lei indossati,  nell’appoggiarsi, con la mancina, alla mia spalla destra, in lucente metallo cromato, per quanto, mio malgrado, allora del tutto inerme, del tutto privo di qualunque possibilità di animazione « Dico sul serio. » soggiunse, a ribadire il concetto appena espresso, con un ampio sorriso a contorno di ciò « Centoventisette modi…?! »

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