11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

mercoledì 15 gennaio 2014

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Brutta cosa la vecchiaia. Per quanto, infatti, nel contesto proprio di questa nuova concezione estesa di Creato, i miei quarant’anni non hanno a doversi considerare in alcun modo qual sinonimo di vecchiaia e, anzi, a voler dar retta a Duva, avrebbero persino a doversi considerare come una seconda occasione per provare ad avere vent’anni; ciò non di meno, nel confronto con i canoni del mondo in cui sono nata e cresciuta, ove già il traguardo proprio dei trent’anni ha a doversi riconoscere, per i più fortunati, qual un vero e proprio giro di boa all’interno del percorso della propria esistenza, mi viene difficile evitare di associare ai miei quarant’anni l’idea di un’anzianità incombente. Soprattutto nel momento in cui, come ora, mi ritrovo spiacevolmente in dubbio sull’aver mai speso o meno una parola nel merito dell’effettiva costituzione dell’equipaggio della Kasta Hamina, tale da potermi permettere soltanto un brevissimo riepilogo in merito al medesimo, per così come mi sono appena riservata occasione di compiere a riguardo di Duva e di Lys’sh. E, a volerla dire tutta, non rammento neppure se abbia a doversi considerare, da parte mia, già descritta la struttura stessa della nave, in modo tale da concedere anche a chi non avesse confidenza alcuna con l’idea di una nave stellare di classe libellula, una pur superficiale familiarità con i termini che andrò necessariamente a utilizzare in questo mio resoconto, così come nei prossimi, nonché con lo scenario nel quale, pur, sarà ambientata gran parte delle mie testimonianze.
Va bene… mi sono convinta. E’ meglio che io spenda ora due parole a tal riguardo, giusto per togliermi il pensiero prima di proseguire la narrazione con l’immancabile lavata di capo da parte del capitano, a compendio di quella già anticipatami dal suo primo ufficiale. E per chi dovesse già conoscere tutto, l’invito è a balzare oltre, e a cercare il prossimo dialogo per ritrovare il segno!

Il perché la classe libellula sia stata definita tale, strano a dirsi, è stato immediatamente compreso anche dalla sottoscritta sin dal primo momento in cui ho avuto occasione di poterla contemplare nella propria colossale integrità.
Benché, infatti, il mio sguardo non avrebbe dovuto in alcun modo definirsi familiare con la tecnologia, con le sue forme, proporzioni ed, eventuali, annessi e connessi alla medesima; dopo aver trascorso tre quarti della mia vita a combattere contro ogni genere di creature mitologiche sparse lungo la superficie del mio pianeta natale, sovente confrontandomi, in ciò, con notevoli forzature e incredibili licenze poetiche, quali quelle atte a descrivere, giusto per esemplificazione, una sirena qual una meravigliosa creatura dal corpo in parte di donna e in parte di pesce, o un ippocampo qual un elegante equino in grado di galoppare fra le onde così come il suo cugino terricolo si dimostrava da sempre abituato a compiere fra verdi distese pianeggianti; posso ormai vantare una certa elasticità mentale atta a riuscire a cogliere, anche dietro un’apparenza decisamente meno intuitiva rispetto a quanto non ci si potrebbe attendere, un’associazione psicologica ad altri concetti, ad altre forme e idee, così come, in questo caso, era chiaramente avvenuto nel momento in cui la classe libellula era stata denominata per la prima volta in tal modo.
Caratterizzata da un corpo diviso, fondamentalmente, in tre sezioni, non diversamente dall’insetto proprio omonimo, addome, torace e capo; la classe libellula rientra di diritto in una categoria di navi concepite esclusivamente per scopi commerciali, così come la più significativa porzione della sua intera struttura potrebbe chiaramente comprovare. L’addome della nave, nell’offrire paragone, appunto, a un insetto e, più precisamente, a una libellula, si sviluppa infatti, in tutta la propria estensione, qual una sequenza modulare di un numero variabile di compartimenti cargo removibili, sostanzialmente non appartenenti, realmente, alla nave, quanto e piuttosto condotti dalla medesima al traino, e atti a contenere, al proprio intero, la quasi totalità del carico della medesima: carico che, giunti a destinazione, può essere in tal modo comodamente separato dal resto per essere affidato in tempi brevi a chi di competenza, o, eventualmente, integrato con nuove sezioni aggiunte, e minimizzare, conseguentemente, i tempi di sosta della nave stessa, permettendone una rapida ripartenza laddove necessario.
Il torace della libellula, in un confronto di ordine puramente dimensionale, avrebbe quindi a dover essere riconosciuto decisamente più contenuto, addirittura essenziale, rispetto all’addome; così come, ancor più modesta, avrebbe a doversi ineluttabilmente considerare l’estensione del suo capo. Al di là delle parvenze, soprattutto all’interno di un quadro d’insieme, tuttavia, nulla nella straordinaria entità delle proporzioni proprie della Kasta Hamina potrebbe da parte mia trovare ragione di banalizzazione, nel proporsi, comunque e indiscutibilmente, ben più ampia e imponente rispetto anche al più grande fra tutti i vascelli che abbia mai avuto occasione di veleggiare per i mari del mio mondo. A dimostrazione di ciò, il torace deve, in verità, essere analizzato qual sviluppato su ben quattro diversi livelli, o ponti; nel mentre in cui il capo soltanto su tre. Ove, necessariamente, al termine “soltanto” deve essere associata, da parte mia, un’intonazione assolutamente ironica e del tutto priva di volontà di critica in tal senso. E giusto per concedervi un metro di paragone, in breve, ecco quindi la ripartizione degli spazi nei sette ponti della nave, così introdotti…
A partire dal quarto ponte del torace, l’inferiore: una stiva di carico minore, proprietaria della stessa nave ed estranea ai cargo in coda; e l’aviorimessa, con al suo interno due navette utili per lo sbarco a terra anche senza costringere l’intera nave all’ingresso in atmosfera.
Nel terzo ponte: la cambusa, territorio che, nel contesto proprio della Kasta Hamina, ha a doversi riconoscere di esclusiva competenza della cuoca di bordo, Thaare Kir Flann; e la sala macchine, con il nucleo energetico all’idrargirio cuore pulsante di tutto il funzionamento della nave, dominio incontrastato del capo tecnico, nonché unico tecnico, Mars Rani.
Nel secondo ponte: uno stanzino adibito da Lange Rolamo a proprio ufficio; un più ampio spazio destinato all’infermeria della nave, affidata alla cura dell’originale dottor Roro Ce’Shenn; nonché un’area ancor maggiore concepita qual mensa di bordo, con annesse cucine, queste ultime nuovamente sotto il controllo della succitata Thaare.
Nel primo ponte del torace, il superiore: gli otto alloggi destinati all’equipaggio, e a eventuali ospiti; più un nono, di dimensioni maggiori, riservato al capitano e concepito per potersi riadattare, all’occorrenza, a plancia di servizio nello sventurato caso in cui, avendo necessità di abbandonare la nave per un’irrimediabile danno all’integrità strutturale della medesima, fosse attuato un particolare protocollo di emergenza atto a trasformare quell’intero, primo ponte, in una più piccola nave indipendente, con un proprio nucleo energetico autonomo e propri, minori, sistemi ambientali e di propulsioni, volti, se non a permettere un lungo viaggio, quantomeno ad assicurare una qualche speranza di sopravvivenza per l’equipaggio stesso.
E ancora, nel terzo ponte del capo, l’inferiore: l’armeria, riservata al capo della sicurezza, ossia, teoricamente, alla sottoscritta, con un deposito blindato per gli equipaggiamenti bellici mantenuti per ovvie ragioni sotto custodia a bordo della nave; nonché nel caso specifico della Kasta Hamina, per esplicito desiderio di Lange e Duva ove non necessariamente previsti a bordo di una classe libellula, i sistemi offensivi della nave, comprendenti due lanciasiluri, un cannone al plasma semovente e due banchi di laser.
Nel secondo ponte: tutti i sistemi primari della nave, ancora una volta affidati alle cure di Mars, la comprensione puntuale dei quali, non lo nego, mi è tutt’oggi ignota, ma che so comprendere non soltanto i controlli di navigazione, necessari per viaggiare; ma anche, e soprattutto, il generatore gravitazionale e i sistemi di riciclo di aria, acqua e rifiuti, utili a permetterci la sopravvivenza nello spazio.
E, infine, nel primo ponte del capo, il superiore: la plancia, o ponte di comando, contenente tutti i terminali dai quali è ipoteticamente possibile controllare la nave nella propria integrità, salvo complicazioni.
… e spero di non essermi scordata nulla per strada. Altrimenti che pessima figura rimedierei.
Tratteggiato, in tal modo, il corpo della libellula, con capo, torace e addome, altri due dettagli non minoritari concorrono a completare l’associazione mentale fra le navi come la Kasta Hamina e l’insetto a cui debbono il nome della propria classe: le zampe, qui identificabili quali le due gondole motori, site al di sotto del quarto ponte del torace; e, caratteristica ancor più evidente e inequivocabile, le ali, ossia due lunghe coppie di vele solari, poste ai fianchi dell’intera struttura, da dispiegarsi negli sventurati casi in cui ci si ritrovi nella necessità di energizzare d’urgenza il nucleo all’idrargirio per non vagare alla deriva, perduti nello spazio.

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