11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

mercoledì 22 gennaio 2014

2168


Lungi da me voler apparire qual polemica nei confronti del capitano, per quanto ora sto per scrivere. Perché, obiettivamente, egli si dimostrò di parola, impegnandosi a riservare a Lys’sh e a me una prova in nulla meno impegnativa di quelle alle quali aveva richiesto al resto dell’equipaggio di dedicare i propri sforzi, il proprio tempo e le proprie capacità. Ciò non di meno… diamine… non avessi avuto a essere certa del contrario, avrei allora potuto sinceramente sospettare di quanto, dietro a quella propria apparente onestà intellettuale nei nostri riguardi, avesse a doversi riconoscere celato qualcosa di ben diverso, qualcosa di più e, nel dettaglio, qualcosa allora volto a volermi evidentemente punire per la mia mancanza di fiducia nelle sue intenzioni, se non, addirittura, qualcosa allora volto a voler punire entrambe per la nostra presenza a bordo, pur in contrasto alla sua iniziale approvazione.
Qui l’ho scritto, e qui, subito… anzi, ancor preventivamente, l’ho già rinnegato. Perché, esattamente come stavo accennando, non avrei potuto che essere certa del contrario, cioè di quanto per alcuna ragione, una persona dello stampo, della caratura morale di capitan Rolamo, avrebbe mai potuto offrire spazio alcuno a simili comportamenti, a scelte animate, qual solo sarebbero potute allor risultare, da tanta, palese malignità, ponendosi a un livello, per lui, assurdamente gretto e disdicevole. Un comportamento che, al contrario, la sottoscritta avrebbe anche potuto prendere in esame, a ruoli inversi. Ragione per la quale, che possa piacermi o meno, non potrò mai permettermi di ambire a una qualche simile carica, a un ruolo paragonabile, ove del tutto incapace, mio malgrado, sarei a gestirlo. E non, in effetti, che mai abbia io mai cercato o sperato, un giorno, di ritrovarmi a essere un capitano, o comunque un condottiero o, a prescindere, un riferimento per chicchessia: dopotutto, ho già sufficientemente spiegato e adeguatamente ribadito, no?..., quanto io apprezzi da sempre l’operare in solitaria.
E questo preambolo per arrivare a qual punto…?
… semplicemente a quello utile a presentare quanto Lange ebbe, pertanto, a richiedere a Lys’sh e a me.

« Ero certa che sarei ritornata a questo punto molto presto… ma, sinceramente, non credevo così presto. » commentai, in un filo di voce, nel rivolgermi verso la mia compagna di ventura, e nel confrontarmi, visivamente, con l’imponente sagoma del grattacielo dimora della famiglia Calahab, di fronte al quale, meno di un’ora dopo la conclusione della riunione con il capitano, ci stavamo allora ripresentando.

Non ricordo di essermi mai riservata particolari esitazioni, concreti timori alla prospettiva di pormi a confronto con un qualche scenario, per quanto esso avesse a doversi considerare sfavorevole, conosciuto o sconosciuto che fosse.
Neppure posta a confronto con l’idea di fare, volontariamente, ritorno entro i confini propri della fortezza nella quale Desmair, il mio semidivino sposo all’epoca ancora dotato di un corpo autonomo e, proprio in conseguenza a ciò, suo malgrado confinato per effetto di un maleficio riconducibile alla sua stessa madre, Anmel Mal Toise, all’interno di un prigione estranea alla nostra stessa realtà, alla nostra comune dimensione; luogo nel quale già una volta avevo corso il rischio di restare intrappolata per l’eternità e per evadere dal quale, addirittura, mi ero dovuta spingere all’unirmi in matrimonio al medesimo, per quanto, in effetti, contro le sue stesse aspettative, che a me avrebbe preferito una moglie dotata di negromantiche capacità in grazia alle quale concedergli speranza di evasione da quella propria condanna, non chiedetemi di spiegarvi come perché, francamente, non l’ho mai saputo; avevo dimostrato ritrosia alcuna, affrontando quella prova persino con eccessiva enfasi, nella certezza che, qualunque cosa fosse accaduta, sarei comunque riuscita a superarla. Malgrado ciò… malgrado Desmair avesse a doversi riconoscere qual un mostro alto più di sette piedi, e caratterizzato da una massa di oltre trecentotrenta libbre, una muscolatura a dir poco ipertrofica, con pelle come cuoio rosso, enormi corna bianche ai lati del già smisurato capo e zoccoli equini in luogo ai propri piedi; malgrado avrei dovuto ammettere, non senza una certa contrarietà, la sua apparente invincibilità, nell’essere stato più volte capace di ricomporsi anche dalle peggiori mutilazioni impostegli; e malgrado, ancora, egli fosse posto a capo di una legione pressoché sterminata di spettri… non avevo avuto timori. Non, quantomeno, quali quelli che, al contrario, mi avevano contraddistinta nel momento stesso in cui, accanto a Lys’sh, mi posi in contemplazione del luogo entro il quale, che mi piacesse o meno, avrei presto, e molto prima di quanto creduto, dovuto fare ritorno.
Possibile che Milah Rica Calahab avesse a doversi riconoscere, nel confronto con la mia psiche, persino peggiore di Desmair?!...
Certo. Possibilissimo. Soprattutto nel considerare quanto ella avesse infierito a mio discapito, portandomi a esplorare nuove, straordinarie e terrificanti vette di dolore, di sofferenza, non accontentandosi, in tutto ciò, di uccidermi soltanto una volta, ma, puntualmente, in pericolosa e quasi ambita prossimità alla mia dipartita, riuscendo a ricondurmi indietro in grazia ai miracoli della scienza medica del proprio mondo, e delle proprie smisurate risorse, salvandomi la vita, e curandomi in tempi sempre, mirabilmente rapidi, al solo fine di potersi permettere, solo poche ore più tardi, il giorno seguente, di ricominciare tutto da capo, sperimentando soluzioni diverse e, puntualmente, ancor più devastanti.
In ciò… per quanto io fossi, e sia, Midda Bontor, la Figlia di Marr’Mahew così come sono stata rinominata nel mio pianeta natale, in riferimento a una divinità della guerra alla quale sono stata associata qual ipotetica progenie mortale; per quanto abbia affrontato ogni genere di avversari, umani, mostri o divini che essi avrebbero potuto rivelarsi essere, al punto di conquistare anche l’appellativo di Ucciditrice di Dei, nell’essere riuscita, non a caso, ad abbattere persino il genitore del mio sposo, il dio minore Kah; per quanto abbia accettato l’idea di abbandonare il mio pianeta natale, facendomi trasportare sulle ali della fenice fino a questa per me nuova realtà, tutta da scoprire, tutta da esplorare, e, pur, sì diversa, sì estranea, sì aliena a qualunque altra avrei mai potuto immaginare di conoscere… non avrei potuto evitare un moto sincero moto di nausea alla semplice idea di dover nuovamente varcare il perimetro di quell’edificio, nel quale mi era stato imposto molto più dolore, molta più sofferenza, molta più pena rispetto a quanto, mi sento sufficientemente sicura a scriverlo, non fosse mai stato imposto ad alcun altro. In termini assoluti.
Purtroppo, nei termini espressi da Lange, compito di Lys’sh e mio, avrebbe avuto a doversi riconoscere proprio quello di riuscire, in maniera discreta, clandestina, a introdurci insieme in quella struttura e, in particolare, nella stessa infermeria entro la quale ero stata condotta per subire la particolare iniezione che mi aveva sostanzialmente condannata a morte; per lì ricercare qualunque genere di informazione, di dato, utile a ben comprendere qual genere di sostanza avesse a doversi riconoscere quella così a mio discapito impiegata, dettaglio la conoscenza del quale, ove ogni altro piano fosse poi fallito, ogni altro tentativo di accontentare Milah si fosse dimostrato vano, avrebbe forse potuto consentirmi una qualche speranza di futuro. Tutt’altro, quindi, che una banale ritorsione a nostro discapito, da parte del capitano, e, anzi, obiettivamente, forse una delle attività più importanti verso la quale concentrare i nostri sforzi, ennesima dimostrazione di quanto, indubbiamente, il suo approccio non avrebbe a doversi riconoscere né improvvisato, né privo di solide ragioni alla propria base; ma, ciò non di meno, una sfida che non avrebbe potuto evitare di impormi un fardello emotivo assolutamente non ovvio, non banale, e che, anzi, se non fossi stata in grado di gestirlo, e di gestirlo con freddezza e razionalità, avrebbe potuto tranquillamente schiacciarmi.

« Non credo di essere neppure in grado di immaginare quello che tu puoi star provando in questo momento, amica mia… » commentò, per sola replica, la giovane ofidiana, sfiorandomi appena l’avambraccio sinistro con la propria destra, in un gesto di solidarietà e sostegno, tanto psicologico quanto fisico « Ciò non di meno, ti do la mia parola che nessuno si accorgerà della nostra presenza… e, in questo, non correremo rischio alcuno. Famiglia Calahab o no che lì risieda. »

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