11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

domenica 29 dicembre 2013

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Come passare da torturatrice a torturata: istruzioni pratiche per l’uso. Prendete una giovane psicopatica. Offritele inconsapevolmente una ragione utile a torturarvi. Godetevi, si fa per dire, il risultato.
Non so se quella avesse a doversi considerare una risposta divina all’eccessivo incedere del messo della tortura da me impiegato a discapito di ben due prigionieri nel corso di quelle ultime ore, oppure, semplicemente, una vendetta poetica da parte dell’universo intero per la medesima ragione, oppure, e ancor più banalmente, mera casualità. Quanto ebbe allora a dimostrarsi, ciò non di meno, reale, fu l’evidenza di come, improvvisamente, da torturatrice, o presunta tale, mi stessi ritrovando a essere catapultata nel ruolo di torturata… senza, purtroppo, molte possibilità di presunzione nel confronto con l’evidente e incontestabile certezza di tale, nuovo, ruolo. E se, come pur potrei ora risultare poco credibile, nel confronto con l’idea di imporre a qualcuno torture di tipo fisico non mi fossi mai sentita personalmente a mio agio; ancor meno avrebbe trovato in me ragion d’approvazione, di condiscendenza, l’idea di subire torture di tipo fisico, ben memore di ogni occasione nel corso della quale, mio malgrado per più di una volta, mi ero già ritrovata a essere similmente vittima.

« Non per apparire ingrata nel confronto con questa tua gentilissima offerta… ma sinceramente non credo che resterò quieta e tranquilla in attesa che tu possa divertirti a mio discapito. » commentai, decisa, allora, a non concederle un istante di più della mia attenzione, del mio interesse, così come sino a quel momento ero stata sin troppo cortese a fare, e, in ciò, a porre in azione il mio nuovo braccio destro, nella cui forza, nella cui energia potenzialmente in grado di sollevare senza sforzo alcuno più di mille libbre di peso, difficile sarebbe stato per qualunque vincolo oppormi adeguata resistenza, effettivo ostacolo così come, pur e ipoteticamente, le catene impostemi avrebbero dovuto assicurarsi possibilità.

Ma quanto ebbi allora a scoprire, con spiacevole stupore, con negativa sorpresa, fu come, mio malgrado, non stessi apparendo più in grado di muovere il mio arto destro, quella protesi robotica impiantatami soltanto poche settimane prima e con la quale avevo già sviluppato un gradevolissimo rapporto, basato su sentimenti di stima e di fiducia nel confronto con la sua, ai miei occhi, straordinaria eleganza, nel riprendere puntualmente le forme e le proporzioni del mio mancino, pur capovolgendole in maniera speculare, e con la sua indubbia potenza, per così come qui sopra espressa. E se, nel merito dell’effettivo funzionamento di quel piccolo e pur straordinario miracolo, obiettivamente, mi ero interessata in maniera estremamente superficiale, confidente con quanto difficilmente la mia mentre avrebbe potuto scendere a patti con argomenti di un simile livello di complessità senza, prima, un’adeguata istruzione utile a colmare l’assurdo divario esistente fra tutto ciò che per me, fino a prima di quel viaggio al di fuori dei confini del mio mondo, era stato l’intero Creato e ciò che, invece, avevo allora compreso esserlo; non fu comunque difficile per me comprendere cosa fosse accaduto, anticipando in ciò ogni possibile replica da parte del mio ben poco cortese anfitrione e, soprattutto, riservandomi, allora, occasione più che giustificata di imprecare, e di imprecare a denti stretti, tutto il mio disappunto.

« Thyres… » ripresi, rendendomi conto di essere, mio malgrado, in trappola e di non poter sperare in una facile occasione di fuga così come, forse ingenuamente, mi ero illusa sino a quel momento.
« Non ho idea di che genere di insulto abbia a dover essere considerato quello da te appena scandito. Ma se è un modo estremamente conciso per dire “non ho via di scampo, dal momento in cui, mentre ero svenuta, hanno pensato bene di scaricare il nucleo all’idrargirio della mia grezza protesi”… beh… sì, sono d’accordo con te… » mi volle canzonare Milah, in tutto ciò ben riassumendo quanto, purtroppo, avevo già inteso fosse accaduto « … Thyres! » soggiunse e concluse, cercando di ripetere esattamente il nome della mia dea, senza neppure sapere cosa stesse allora dicendo e, ciò non di meno, non negandosi la possibilità di scandirlo, nel non riservarsi, sostanzialmente, alcun interesse ad approfondire la propria conoscenza a tal riguardo, a simile proposito.

Se c’è una cosa che ho imparato in tanti anni di vita vissuta, e di battaglie combattute, avversari abbattuti e imprese conquistate, è quanto errato avrebbe avuto a doversi considerare l’eventualità di concedere al proprio antagonista di turno consapevolezza nel merito di un suo successo, di un suo risultato positivo nei propri confronti; in termini tali da garantirgli, oltre a un vantaggio pratico innanzi alla possibilità di una propria vittoria, anche un vantaggio di ordine psicologico a proprio stesso discapito. Vantaggio che, al contrario, anche innanzi al peggiore dei risvolti, delle evoluzioni di qualunque conflitto, sarebbe stato opportuno conservare sempre qual proprio, sempre minimizzando l’importanza di qualunque, pur evidente, predominio fisico, in termini utili a sperare, al momento opportuno, di poter ribaltare la situazione, invertendo delle parti apparentemente inalterabili, una diseguaglianza ipoteticamente incolmabile.
Per questa ragione, benché la mia poco sobriamente vestita padrona di casa avesse, indubbiamente, riservato qual proprio un vantaggio a dir poco preoccupante, almeno dal mio personale punto di vista; mi sforzai di non concederle soddisfazione alcuna in termini di reazioni emotive innanzi a tale scoperta, imponendomi il volto e il tono più freddo e distaccato che avrei mai potuto vantare qual miei propri in un contesto simile, in una situazione qual quella nella quale mi ero venuta a trovare, per poi rivolgermi al suo indirizzo non qual una persona ormai sconfitta, una controparte ormai piegata, qual probabilmente avrebbe gradito scoprirmi, quanto e piuttosto qual chi, allora, avrebbe potuto anche scegliere consapevolmente di strapparsi quel braccio di metallo dal corpo, soltanto allo scopo di avere un’arma contundente da rivolgerle in contrasto.

« Ascoltami bene, ragazzina… » scandii lentamente ogni singola sillaba, pregando in cuor mio, nel contempo di ciò, che il traduttore automatico non mi tradisse, laddove, in tal caso, l’effetto finale di quel mio tentativo, di quel mio azzardo, sarebbe stato quantomeno ridicolo ancor prima che speranzosamente efficace sotto un qualunque profilo volto a concedermi una qualunque ipotesi di salvezza « Io non ho idea di chi tu sia, di dove tu mi abbia fatta trascinare o del perché tu mi abbia qui condotta. Però ho chiaramente in mente quanto finirai per farti male se solo non mi lascerai andare immediatamente, restituendomi i miei vestiti, le mie armi, l’energia al mio braccio e tutto il resto. E lo so perché ci hanno provato tanti altri prima di te… non sai quanti. E nessuno, oggi, è qui per potertelo raccontare, mentre io sì. »

Ancora silenzio. Silenzio nel mentre in cui i suoi occhi di un intensa tonalità di verde si fissarono su di me, nuovamente intenti a valutarmi, a soppesare la mia figura e, quasi, a sezionarla già con lo sguardo, a ponderare in quanti modi potersi divertirmi a farmi a pezzi. Dove, così come, soltanto successivamente, ebbi possibilità di scoprire, l’impiego di tali termini non avrebbe avuto a doversi intendere qual semplice metafora, qual puro proposito privo di concrete possibilità di espressione, quanto e piuttosto impegno reale, una ferma consapevolezza volta a ottenere da me le informazioni, o chissà cos’altro, desiderate, senza riservarsi alcuna preoccupazione nel merito di quanto dolore e quanto sangue avrebbe dovuto da me nel contempo cavare, per riuscire non soltanto a far breccia, quanto e piuttosto a distruggere, attraverso la sofferenza del mio corpo, la mia psiche, che, in tutto ciò, si stava dimostrando, evidentemente, meno debole, e meno collaborativa, rispetto a quanto ella non avrebbe potuto gradire.
In conseguenza a ciò, quando Milah riprese a parlare, non mi volle concedere alcuna soddisfazione atta a comprovare il successo di quel mio breve intervento intimidatorio. E, al contrario, rivolse tutta la propria premura al solo fine di ribadire il proprio scherno a mio discapito.

« Riepilogando… » sorrise, con espressione sardonica qual poche avevo avuto occasione di incontrare, prima di allora, nel corso della mia avventurosa esistenza « Sei disarmata. Nuda. Incatenata a un tavolo operatorio. Sostanzialmente priva di un braccio. E stai cercando di suggerire, in maniera incredibilmente perentoria, quanto sarebbe per me opportuna la resa. » elencò, scandendo ogni elemento di quell’elenco sulla punta delle proprie dita « Sono la sola a trovare tutto ciò paradossale… o stai soltanto cercando di apparire totalmente folle, nella speranza che io rinunci all’idea di farti parlare?! »

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