11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

domenica 8 dicembre 2013

2123


« Tempo scaduto! » interruppe Lys’sh, non concedendo a quel dialogo di proseguire un ulteriore istante nella direzione verso la quale si stava vanamente disperdendo, enfatizzando maggiormente, ove possibile, le proprie parole per mezzo di un leggero contatto delle proprie sinuose dita con la mia spalla sinistra con la destra di Duva, poco più avanti « Stanno arrivando… »
« Chi…?! » domandò Iori, riuscendo ad apparire, in tal questione, tanto ingenuo da risultare persino sincero, laddove alcuno avrebbe, altresì, potuto pur vagamente illudersi di riuscire a ingannare malevolmente qualcuno con una pantomima così grottesca.
« Dannazione… » esclamò, nel contempo di ciò, il nostro primo ufficiale, levandosi violentemente in piedi e impugnando immediatamente, quasi un gesto naturale, spontaneo, come a me sarebbe stato tale soltanto accompagnata da una spada, e magari dalla mia spada, una delle armi che avevamo sottratto ai cadaveri prodotti nel corso del nostro precedente conflitto, per essere pronta, in questa occasione, a rispondere al fuoco ove si fosse dimostrato necessario « Non so in che misura lei sia innocente o colpevole, signor Sachs… ma so che non ci ha ancora fornito un nome. E questo, sinceramente, non mi spinge a propendere per un atto di grazia. » sancì, energizzando un compatto cannoncino al plasma e puntandolo, direttamente, contro la tempia del nostro ospite, in un gesto adeguatamente esplicito che alcuno, in alcun modo, avrebbe potuto concedersi occasione di equivocare « Mi dia un nome, signor Sachs… ora! »

Non presupponendo, neppure per un fugace istante, di porre in dubbio l’avviso di Lys’sh, avendo ormai imparato, al pari di Duva, a non mettere mai in dubbio le sue percezioni sensoriali straordinariamente sviluppate, al punto da poter, persino, essere fraintese quali percezioni extra-sensoriali, espressione di qualche potere sovrannaturale del quale, pur, ella non era dotata; compresi immediatamente come il mio periodo di riposo, la mia convalescenza a seguito del foro apertomi fra schiena e addome, avesse a doversi ormai riconoscere qual spiacevolmente terminato, motivo per il quale, che ciò avesse a piacermi o meno, avrei dovuto rimettermi allora in giuoco e, probabilmente, farlo accompagnata dalle sole armi che, lì, mi stavano venendo garantite, per quanto a me ancor sgradevolmente estranee, nonché fondamentalmente aliene non soltanto nella propria tecnologia, quanto e ancor più nel proprio stesso approccio alla guerra.
Nell’essermi ritrovata, infatti, eventualmente posta a confronto, in passato, con la possibilità di scegliere fra archi o balestre, tali da poter raggiungere il mio antagonista a una certa distanza, o, piuttosto, più consuete lame, spade innanzitutto, ma anche asce, lance e quant’altro, per un confronto ravvicinato con il medesimo; ma avrebbe avuto a doversi considerare mia apprezzata prerogativa quella volta a esprimere un voto in favore della prima soluzione, nel riconoscermi, per mio carattere, per mio istinto, qual quel genere di guerriero bramoso di una disfida diretta con i miei antagonisti, mai inibita, mai spaventata, dal pensiero della carne, delle ossa e del sangue, così come di ogni pur disgustoso e nauseante odore proprio della morte, e della morte violenta, così distante da ogni aulica descrizione abitualmente propria delle canzoni di eroiche gesta, delle ballate in ricordo di straordinarie e sempre meravigliose battaglie, cronache utili, indubbiamente, a permettere in eterno a tale memoria, a simile ricordo di propagarsi e, ciò non di meno, del tutto inadatto a trasmettere l’effettivo orrore proprio di tali momenti.
In tutto ciò, quindi, difficile sarebbe stato per me riuscire a immaginarmi in compagnia di una di quelle armi tecnologiche, con le quali dispensare morte avrebbe avuto certamente a considerarsi un’impresa persino banale, se non, addirittura, incredibilmente vigliacca, nel considerare la straordinaria distanza dalla quale si avrebbe potuto avere possibilità di operare. Malgrado tutto ciò, comunque, la mia non più adolescenziale età, e tutte le esperienze di vita che avevo avuto occasione di accumulare nel corso della mia esagitata esistenza; mi avevano anche educata a superare i molteplici confini abitualmente propri dell’orgoglio di ognuno, del mio orgoglio, nella fattispecie, permettendomi non soltanto, in tutto ciò, di sopravvivere a chiunque si fosse schierato in favore di un’idea contraria, ma anche, e soprattutto, a farlo accettando di scendere a patti, di volta in volta, con me stessa e con i miei stessi limiti, nella quieta osservanza dei quali, già da lungo tempo, sarei stata inderogabilmente invitata a presentare conto di ciò innanzi alla mia dea prediletta, o a chi per lei.

« … quanti?! » domandai in direzione della mia compagna ofidiana, estraendo a mia volta un’arma al plasma, nel merito del funzionamento della quale mi era stata offerta conferma di una minore necessità di precisione rispetto a quella che avrebbe potuto essere richiesta da un laser, per quanto, ciò, avrebbe avuto a doversi considerare a discapito dell’efficienza, in un maggior tempo di ricarica rispetto all’altra.
« Almeno una dozzina… metà dal tetto, l’altra metà dalla base. » riferì, condividendo quanto necessario sapere in maniera rapida e puntuale, senza concedersi vuoti giri di parole che, in quel frangente, sarebbero stati utili soltanto a concedere, agli avversari lì in avvicinamento, un’ulteriore occasione di vantaggio.
« Signor Sachs… il nome! » pretese Duva, nel contempo di ciò, affidandosi a me e a Lys’sh sotto il profilo di ogni azione necessaria per la nostra tutela, per la nostra comune sopravvivenza da quella nuova situazione d’assedio nella quale non soltanto, sino a quel momento, non avevamo ancora ben compreso come fossimo capitate ma, ancor peggio, perché fossimo lì capitate, non potendo di certo credere che tutto ciò stesse accadendo in conseguenza a un mero fraintendimento, a un semplice errore, tale da averci viste poste nel proverbiale luogo sbagliato al momento sbagliato.
« Ci sono quasi… ci sono quasi… » protestò l’uomo, cercando di controllare l’isteria che pur avrebbe per lui potuto nuovamente derivare da tutta quella tensione, e dalla presenza di un cannoncino al plasma puntato dritto contro la propria testa, e tale da lasciare, in sua vece, soltanto un ammasso informe di carne bruciata, in una conclusione, forse, ancor meno gradevole rispetto a quella che avrei potuto assicurargli io per mezzo del mio arto cromato.
« Tu copri il fronte inferiore, io mi preoccuperò di quello superiore. » mi accordai con Lys’sh, in quello che, facilmente, avrebbe potuto essere frainteso qual un ordine da parte mia e che pur, obiettivamente, tale non avrebbe mai voluto apparire né si sarebbe mai voluto imporre, non riconoscendomi, io, in nulla e per nulla superiore alla mia amica, alla mia complice e camerata, e a lei, semplicemente, volendo rivolgere riferimento, spartendoci in egual misura quell’incomodo, quella necessità.
« Sei consapevole del fatto che se daremo vita a una sparatoria in pieno giorno, nel mezzo della città, ci ritroveremo ben presto asserragliate da tutte le forze dell’ordine al servizio dell’omni-governo?! » tentò di ricordarmi ella, non con incedere polemico né desiderosa di porre in dubbio quella mia richiesta, nell’aver, anzi e piuttosto, già imbracciato una pistola a laser, con la quale provvedere per quanto da me appena suggeritole, a dimostrarmi in tal senso totale fiducia e sincera abnegazione, non di meno rispetto a quanto, contemporaneamente, Duva ne stesse dimostrando a entrambe, mantenendo tutta la propria concentrazione rivolta, unicamente, a Iori Sachs.
« Sono consapevole del fatto che se non daremo vita a una sparatoria in pieno giorno, nel mezzo della città, ci ritroveremo ben presto a pregare nell’intervento delle forze dell’ordine al servizio dell’omni-governo. » commentai per tutta replica, non manifestando, in maniera esplicita, i miei personali, e giustificati, dubbi nel merito della mia stessa efficienza, che lì avrebbe avuto a doversi considerare ancora, necessariamente, compromessa dalla ferita che avevo riportato e che avrebbe avuto a essere riconosciuta ben lontana dall’essere guarita, per quanto in qualche modo rappezzata « Spara solo per uccidere, Lys’sh. » soggiunsi, nello scoprirmi, allora, obiettivamente più preoccupata per lei rispetto a quanto non avrei saputo considerarmi per me stessa, ancora una volta dimentica del fatto che, al di là della propria giovane età, ella non avrebbe avuto a doversi confondere qual una mia consueta protetta, quanto, e obiettivamente, una mia compagna d’arme, degna d’ogni rispetto per i meriti del proprio operato.
« Ora! »  gridò il nostro primo ufficiale, premendo con foga la punta dell’arma contro il capo del suo interlocutore, al punto tale da costringerlo a piegarsi lateralmente, sotto l’effetto di una tale spinta.

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