11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

lunedì 9 dicembre 2013

2124


Nel merito della replica offerta da parte di Iori a Duva, in verità, non potei essere in alcun modo informata, giacché, nello stesso istante in qui quell’ultimo incitamento a prendere voce fu da lei scandito, Lys’sh e io aprimmo l’unica porta di accesso a quella camera e ci proiettammo all’esterno, pronte a compiere tutto il necessario al fine di difendere la nostra posizione, nonché la sicurezza della nostra squadra. In effetti, neppure nel merito di quanto ebbe allora a compiere la mia stessa amica ofidiana, ebbi occasione di maturare consapevolezza alcuna, in conseguenza alla distinzione dei nostri compiti, delle nostre responsabilità, che ci vide immediatamente separate, l’una intenta a ridiscendere verso il basso, a difenderci su tale fronte, l’altra, la sottoscritta, a risalire verso l’alto, entrambe correndo incontro agli antagonisti lì promessici dal fato stesso.
Chi essi fossero e, obiettivamente, da chi fossero stati inviati, ben poca importanza avrebbe potuto avere, almeno dal mio personalissimo punto di vista: erano nemici, e in quanto tali dovevano essere combattuti e annientati.

« Stavate cercando me…?! » esclamai, in quello che avrebbe avuto a doversi intendere qual una sorta di saluto, volto ad attrarre la loro attenzione ancor prima di aprire il fuoco e, in ciò, di fulminarli sotto l’azione distruttiva del plasma, in una scelta, da parte mia, probabilmente stolida, nel garantire loro simile opportunità di maturare consapevolezza nel merito della propria condanna, del proprio fato, e, ciò non di meno, un atto, dal mio punto di vista, necessariamente dovuto, nel non poter pensare di ucciderli, e di ucciderli per mezzo dell’arma da me impugnata, in maniera tanto impersonale e senza, neppure, concedere loro la possibilità di volgere un ultimo pensiero a una persona amata, oppure alla propria divinità adorata.

Purtroppo, al di là di tanta ferma consapevolezza nel merito di cosa avrebbe dovuto essere compiuto e di come ciò avrebbe avuto a doversi compiere, il mio contributo all’intera questione ebbe, allora, a dimostrarsi decisamente insoddisfacente, non soltanto rispetto alle mie personalissime aspettative a tal riguardo, ma anche, e ancor più, nel confronto con quanto, obiettivamente, chiunque avrebbe potuto ritenere adeguato in un tal contesto.
E questo non lo dico in conseguenza a un giudizio particolarmente severo da me espresso a mia autonoma condanna, quanto e piuttosto nel confronto con l’evidenza di quanto accadde, e di come ebbe ad accadere.
Perché?!

« … è una di loro! » gridò di rimando il primo di quel compatto commando, identificandomi, come da me desiderato, e aprendo subito il fuoco, così come da me, assolutamente, non previsto, spiacevolmente non preventivato, in tal senso riservandomi un’ingenuità addirittura indegna del mio stesso nome e della mia forse immeritata fama.
« … Thy… »

Così, a differenza di quanto da me in precedenza compiuto, dell’apprezzabile successo da me riportato nel confronto con il gruppo a cui anche Iori Sachs apparteneva, tutti annientati in pochi, concitati istanti, quanto allora accadde mi vide, in un parimenti concitato, singolo istante, esclusa dalla battaglia, colpita dall’onda d’urto generata da un cannone sonico e, per mezzo di tale offensiva, addirittura proiettata al di fuori del medesimo edificio in cui avevamo trovato estemporaneo rifugio, in tal direzione sospinte dalla speranza di individuare, al più presto, una soddisfacente chiave di lettura in merito alla follia della quale ci eravamo ritrovate passive protagoniste. E se, imprecando il nome della mia dea, avrei potuto, in quel contesto, scoprirmi sgradevolmente qual già trapassata, vittima della violenza di quell’arma allora non calibrata al mero fine di stordire il proprio obiettivo, ossia la sottoscritta; con l’inconsapevole lucidità di chi si ritrova proiettato innanzi alla propria fine certa, nel confronto con il sempre atteso, e pur sempre sorprendente ultimo appuntamento comune a tutti i mortali, posta innanzi alla bocca di quel cannoncino, ignorando persino cosa potermi attendere dal medesimo, non mi concessi il lusso di assistere alla proiezione mentale della mia intera esistenza, ritrovandomi, piuttosto, ad agire d’istinto e, in ciò, a muovere il mio destro al fine di strappare, letteralmente, da un muro a me prossimo, la stessa pesante porta di metallo tagliafuoco appena oltrepassata per giungere al cospetto dei miei antagonisti,  al solo scopo di levarla, lì innanzi, simile a scudo, nel disperato tentativo di tutelarmi da qualunque cosa sarebbe allora occorsa.

« … res… »

Fu solo in grazia a tale gesto, che compii senza neppure, realmente, rendermi conto di quanto stesse accadendo, e della solidità di quella mia improvvisata linea difensiva, pensata al fine di arginare in caso di necessità, la violenza di un incendio, che, allora, potei posticipare, nuovamente, quello stesso, già più volte, forse troppe volte, rimandato incontro con la mia dea prediletta. E, così, allorché essere investita in pieno dall’energia di quel colpo, in conseguenza al quale avrei potuto anche essere letteralmente spappolata, oscenamente smembrata, in una fine indubbiamente indegna nel confronto con il pensiero di quanto da me, pur, audacemente compiuto nel corso di quattro decenni d’esistenza in vita; mi ritrovai a essere, soltanto, e scrivendo “soltanto” intendo impegnare in tal lessico ampio intento sarcastico, proiettata all’indietro con vigore sufficiente a spingermi a investire una solida vetrata e, frantumatala, a proseguire ancora oltre, al di fuori del medesimo edificio teatro di quel sin troppo rapido scontro, e, da lì, ricadendo nel vuoto sotto di me.

« … oh… diamine!… »

Pur non potendo ora essere considerato un segreto, o un mistero, il fatto che io sia sopravvissuta agli eventi di cui, in queste mie stesse parole, sto offrendo testimonianza, non soltanto per la mera evidenza dell’impossibilità, altrimenti, a redigere queste pagine, ma anche, e ancor più, in funzione della successiva collocazione temporale dell’incontro della sottoscritta con la mia ultima torturatrice, per così come introdotto in apertura a questa medesima narrazione; all’epoca di questi eventi non avrei potuto considerarmi, razionalmente e comprensibilmente, così serena nel merito di possedere, ancora e malgrado tutto, un’occasione di futuro. Così come, a volerla dire tutta, non riesco ancora oggi, comunque, a ritenere né ovvia, né banale, la dinamica degli eventi per come, allora, mi permise sostanzialmente di sopravvivere a quanto ho appena descritto: non nel parlare di un, ben poco volontario, salto nel vuoto; ancor meno al pensiero di come questo ebbe a occorrere da un’altezza di non meno di una sessantina di piedi da terra.
Perché se pur, nel confronto con altri edifici della città, quello individuato dal nostro ospite, di foggia meno moderna e, probabilmente, risalente a un’epoca precedente a quella di altri colossi di qualche centinaio di piani, avrebbe avuto a doversi considerare persino basso, nella propria semplice estensione pari a una dozzina di livelli; esso avrebbe avuto a doversi pur considerare indubbiamente più elevato rispetto al genere di architetture con le quali mi sarei potuta dire confidente e dalla cima delle quali, già in passato, altri mai piacevoli, e mai volontari, salti mi avevano contraddistinta. E, a prescindere da ogni mia passata masochistica esperienza di volo, sessanta piedi avrebbero avuto a doversi pur sempre considerare sessanta piedi, quota dalla quale tutt’altro che banale sarebbe stato presumere una speranza di sopravvivenza.
Per tale ragione, per un lungo, lunghissimo istante, ogni possibile soddisfazione conseguente all’idea di essere sopravvissuta all’aggressione di quel colpo sonico, dell’energia sprigionata da quel cannoncino e diretta a mio discapito, ebbe a svanire, e a svanire impietosamente, nel confronto con l’evidenza di quanto, ciò non di meno, sarei lì, entro breve, comunque defunta.

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