11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

mercoledì 25 dicembre 2013

2140


A beneficio comune, mi si conceda di tentare di tirare brevemente qualche somma su quanto qui testimoniato sino a ora.
Punto primo: Be’Sihl e io eravamo stati separati. Punto secondo: Desmair si stava comportando in maniera particolarmente poco simpatica nei miei confronti, non concedendomi di ovviare alle problematiche relative al punto primo. Punto terzo: Duva, Lys’sh e io eravamo considerate delle evase e delle ricercate. Punto quarto: in probabile conseguenza al punto terzo, qualcuno aveva deciso di porre una considerevole somma sulla mia testa. Punto quinto: al momento dell’acquisita consapevolezza nei riguardi del punto quarto, ero ancora senza la mia spada e senza il mio bracciale dorato. Punto sesto: qualcuno ha mai davvero creduto, fosse anche e soltanto per un istante, che sarebbe stata mia opportunità reimpossessarmi della mia arma e del mio monile consacrato?!...

« Altolà! » mi intimò una voce, sorprendendomi a minor distanza di quanto non mi sarebbe piaciuto ritenere accettabile, nel mentre in cui un colpo laser, esploso a evidente scopo intimidatorio, attraversò guizzante l’aria al di sopra del mio capo, per andarsi a impattare, silenzioso e letale, contro il muro al quale avevo bloccato il mio prigioniero, nel volermi riservare l’opportunità di operare quietamente con lui… su di lui.
« Dove è la mia spada?!... » roteai ulteriormente, e ora con impetuosa foga, la mia lama nella sua gamba, per costringerlo a offrirmi risposta e a offrirmela in fretta, nel ben comprendere quanto il mio tempo avesse a doversi ormai considerare pressoché scaduto « Parla! »
« Si fermi! » mi ordinò, un’altra volta, la voce di pocanzi, con evidente dispetto in conseguenza alla mia assenza di interesse innanzi al suo primo tentativo a mio riguardo, nella mia direzione, da me pressoché ignorato quasi neppure avesse aperto bocca « Mani sopra la testa e niente scherzi… o il prossimo colpo non mancherà il bersaglio! » soggiunse, offrendo chiaro riferimento al primo attacco volutamente rivolto a vuoto e che pur, mi concessi occasione di rapida riflessione, nel costringermi a ricordare con qual genere di armi avessi allora a che fare, non avrebbe potuto essere altrimenti, nella certezza che il laser avrebbe trapassato il mio corpo e nel rischio, comunque troppo elevato, che esso avrebbe potuto, in ciò, andare a freddare, oltre la sottoscritta, anche la mia vittima, cui interesse collettivo avrebbe avuto a doversi considerare quello di liberarla.
« La mia spada! » insistetti, cavando, in conseguenza alla crudeltà imposta a quel malcapitato, addirittura un alto spruzzo di caldo e viscoso sangue, segno di quanto, ormai, l’arteria dovesse essere stata lesa, che ebbe a colpirmi il volto e parte del busto e innanzi al quale, ciò non di meno, non ebbi a provare il benché minimo ribrezzo, abituata, mio malgrado, a ben di peggio, in troppi anni trascorsi a combattere, e a combattere senza l’ausilio di armi tanto sofisticate e “pulite” quali avrebbero potuto essere considerate quelle pistole e quei fucili laser, così come il mio addome avrebbe potuto dolorosamente testimoniare « … dove si trova?! »
« Non è qui…! » pianse, letteralmente, accompagnando simile replica a inevitabili grida di straziante dolore e, non di meno, a una nuova sequela di insulti che, per sua sfortuna, vennero nella maggior parte del loro annovero censurati per effetto del traduttore automatico « Non è qui… l’hanno riscattata… praticamente subito… »

Ho sempre amato pensare che, in grazia di anni trascorsi a combattere nei più disparati angoli del mio mondo e, in effetti, non soltanto lì, mi fosse stato concesso di sviluppare una sorta di senso aggiuntivo, una percezione del pericolo del tutto indipendente dalla mia consapevolezza nota, dal mio controllo cosciente, e facente riferimento a quell’istintività primordiale volta ad assicurare salvezza anche nelle condizioni più disperate, volta a concedere possibilità di sopravvivenza anche ove, altrimenti, non ve ne sarebbe stata. In grazia a tale istinto, del resto, ero sovente riuscita a eludere aggressioni che, altrimenti, non mi avrebbero concesso opportunità di salvezza, attacchi violenti dai quali non sarei altrimenti potuta scampare in alcun modo. E che ciò avesse a doversi considerare un dono degli dei o meno, un benevolo riconoscimento per quanto ero riuscita a ottenere in conseguenza alle mie imprese, alle mie gesta sempre estranee a ogni senso di ordinarietà; quanto, piuttosto, una mera conseguenza di un estremo sviluppo degli altri sensi, in misura tale da permettermi di poter cogliere anche quanto ai più sarebbe sfuggito, con ovvia eccezione della mia amica Lys’sh; obiettivamente, non mi era né mi sarebbe mai importato granché. Perché, in fondo, sono sempre stata una persona semplice e, in conseguenza a una rara svolta positiva nella mia disordinata vita, non mi sarei mai posta troppi dubbi, troppe domande.
Quanto, purtroppo, non avrei mai potuto supporre sino a quel giorno, sino a quel momento di crisi, sarebbe stato come il mio senso addizionale, così particolare e utile, non avrebbe sortito effetto alcuno nei confronti di una di quelle nuove armi, l’effettiva minaccia delle quali, ancora, non doveva essere stata, malgrado tutto, acquisita in maniera consapevole dal mio corpo e dal mio subconscio e inconscio… non, per lo meno, laddove, per la seconda volta nel giro di poche ore, mi ritrovai a essere sforacchiata, poco gradevolmente, da un colpo laser, accuratamente mirato, a scanso di spiacevoli effetti collaterali per il mio prigioniero, in direzione della mia gamba destra e, in particolare, lì del mio polpaccio.

« Thyres… » fu il mio turno di gridare, quasi di ruggire il nome della mia dea, invocandola in diretta conseguenza alla sofferenza in ciò impostami.
« Signora! Si fermi o… » cercò di giustificare il proprio atto la voce a cui, ancora, non avevo associato un volto, nel concedermi, evidentemente, ancora occasione di resa, prima di destinarmi un terzo, e allor necessariamente definitivo, attacco.

Suo malgrado, tuttavia, per quanto il mio sesto senso non fosse intervenuto per tempo, a evitarmi quella nuova, e spiacevole, ferita, l’adrenalina conseguente al dolore impostomi ebbe ragione di scatenare il fronte più violento e selvaggio del mio carattere, invocando da me brama di sangue e, in ciò, trovandomi più che desiderosa di soddisfarla, di esaudirla, e di provvedere, in tal senso, nei tempi più brevi che avrei mai potuto riservar allora qual miei propri.
Così, prima ancora che la sua ultima asserzione potesse trovare occasione di completamento, la lama del pugnale di cui mi ero impossessata, e che sino a quel momento aveva scavato nelle carni del mio prigioniero, venne da esse sottratta e proiettata, con precisione e forza nel bel mezzo del collo di quel mio nuovo antagonista, di quel mio inatteso aggressore, negandogli non soltanto la possibilità di parlare ma, anche e ancor più, quella di vivere… e di sopravvivere alla stolidità del suo gesto, di quell’attacco a me rivolto non con l’intento di uccidermi, quanto e soltanto di costringermi alla resa.

« … o… cosa? Cosa, dannatissimo figlio d’un cane?! » sbraitai, tentando di resistere al desiderio di contorcermi per il dolore conseguente a quel nuovo buco all’interno delle mie carni, nella consapevolezza di non poter avere a disposizione troppo tempo da perdere futilmente prima che un nuovo processo di necrosi si sarebbe riservato l’opportunità di completare quanto il precedente aveva mancato.
« … fa male, non è vero…? » domandò, ridacchiando, il mio primo interlocutore, il mio prigioniero, non comprendendo quanto sagace avrebbe avuto a intendersi, da parte sua, in quel particolare momento, mantenere assoluto silenzio, fingendo magari di essere già morto nella speranza che io potessi avere occasione di dimenticarmi di lui.

Ciò non di meno, come già dimostrato, la sagacia non avrebbe avuto a doversi considerare propriamente la sua virtù maggiore, ragione per la quale, così esprimendosi, ebbe solo a conquistarsi la mia ira e, con essa, una carezza della mia nuova mano destra, nell’impeto della quale il suo volto venne, letteralmente, spalmato contro il muro alle sue spalle, insieme alla sua materia celebrarle e alle ossa del suo cranio, in un atto tanto repentino che, probabilmente, non gli fu neppure concessa occasione di comprensione a tal riguardo… per sua grazia.

« … non lo so! » replicai in direzione del suo cadavere, ancora ringhiando non dissimile da belva ferita, qual, a tutti gli effetti, allora ero « Dimmelo tu, intelligentone! »

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