11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

lunedì 2 dicembre 2013

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Ennesima parentesi, o precisazione che dir si voglia.
Sinceramente non sono mai stata una sostenitrice della tortura fisica, come mezzo utile a ottenere una qualche risposta da parte di informatori reticenti. E questo, sia chiaro, da ben prima di finire ospite della signorina Calahab, nonché vittima di tutta la sua più sadica e perversa fantasia. Anche perché, ben prima di finire ospite della signorina Calahab, non mi sono mancate, mio malgrado, altre occasioni di sgradevole permanenza in affido alle cure di altri più o meno malevoli anfitrioni che, nel corso del tempo, hanno inventato sempre nuovi e originali modi per divertirsi a mie spese. A iniziare, manco a dirlo, dalla mia stessa, ormai defunta gemella. Dall’alto, quindi, di una tale esperienza, e di una tale esperienza negativa, mi sento in grado di affermare con una certa sicurezza, e una certa cognizione di causa, che, in base all’abilità del torturatore, i risultati possibili, nella maggior parte dei casi, si riconducono a due, egualmente insoddisfacenti, alternative: o l’ammissione di qualunque presunta verità, per quanto falsa e inventata, al solo scopo di sperare di soddisfare, in tal modo, la richiesta a sé rivolta e di ottenere la cessazione della pena inflitta; o, peggio, la ferma negazione di qualunque ipotesi di collaborazione, qual questione di principio, animati dalla confidenza con la semplice evidenza di quanto, comunque, presto o tardi la morte sarebbe egualmente sopraggiunta e, quantomeno, in tutto ciò ci si sarebbe potuti presentare in gloria ai propri dei a testa alta, con la fierezza propria del vincitore e non con l’umiliazione caratteristica dello sconfitto. Risultato che, del resto e non a caso, io stessa mi sarei impegnata, di lì a breve, al fine di riservare a discapito della stessa Milah Rica Calahab, qual unica replica a tutti i suoi sforzi.
Detto ciò, e a prescindere dalla mia disapprovazione innanzi all’idea dell’impiego pratico della tortura fisica, ben diversa ha a doversi considerare, da sempre, la mia personale posizione in merito alla tortura psicologica. Qualche malizioso, magari, potrà sostenere che, in quanto donna, ovviamente tale mezzo ha da considerarsi mia quieta e intrinseca prerogativa naturale, non diversamente dalla facoltà di mutare idea o, parimenti, da quella volta a manifestare in maniera sempre e volutamente ambigua e velata, i miei desideri, le mie preferenze o le mie aspettative nei riguardi della vita, del futuro e di tutto il resto. Ma al di là di facili battute scioviniste, ho sempre ritenuto indubbiamente più utile il timore del dolore rispetto al dolore stesso, la paura del danno ancor più del danno stesso, divertendomi, in ciò, a lasciar intendere quanto sadica avrei potuto dimostrarmi, per ottenere un’informazione, senza poi essere fondamentalmente costretta ad agire, e ad agire realmente, in simile direzione. E, in tal senso, ho potuto riscontrare anche una percentuale di successo decisamente maggiore rispetto a quella che avrebbe potuto essere propria della mera tortura fisica, in quanto, obiettivamente, l’ottenimento di un’informazione, di una conferma piuttosto che di una smentita, sarebbe allora derivata non tanto dalla disperata volontà di ottenere la clemenza di una morte rapida e il più possibile indolore, quanto e piuttosto dalla spaventata brama di evitare ogni genere di sofferenza e, agli dei piacendo, persino la morte stessa. Insomma… diverso incentivo, diverso risultato.
Per tale ragione, e alla luce, anche, di quanto affini avessero a doversi considerare l’animo di Duva e il mio, non potei che attendere con una certa curiosità, un indubbio interesse, di scoprire in che modalità ella avrebbe avuto interesse a condurre l’interrogatorio a discapito dell’unico sopravvissuto alla strage da me appena consumata. Un interrogatorio nel confronto con il quale, obiettivamente, quanto avevo appena compiuto, quello stesso terrificante macello da me appena condotto a termine, avrebbe avuto a doversi considerare di straordinario incentivo in favore di una rapida risoluzione sotto un profilo di ordine meramente psicologico, sfruttando il timore, o forse terrore, che, dall’idea di un ulteriore confronto con me, avrebbe allora dovuto necessariamente derivare.

« Salve… » salutò con tono quieto, approcciandosi al disgraziato e genuflettendosi accanto a lui, quasi a voler ridurre al minimo la distanza esistente fra loro e, in tal modo, a creare una situazione di intimità con lui o, forse e persino, di complicità, tale da apparire qual la migliore alternativa possibile alla sottoscritta « … sta bene? » si informò, addirittura dimostrando una certa premura in suo favore e nel merito delle sue condizioni fisiche, con una squisita scelta strategica per la quale, se avessi potuto, se ciò non avesse altresì potuto compromettere il suo sforzo, avrei persino applaudito in reazione all’evidenza di cotanta abilità.
Da parte del prigioniero, prevedibilmente, alcuna replica.
« Come credo che possa aver notato, può considerarsi oggettivamente fortunato all’idea di essere ancora in vita, malgrado tutto. » argomentò Duva, proseguendo con egual impostazione vocale e, persino, con quella terza persona adottata al fine di concedergli un certo rispetto, di riconoscergli una certa onorabilità, per quanto, addirittura, grottesco avrebbe avuto a doversi riconoscere in quel momento « Il mio capo della sicurezza non è, esattamente, una persona dalla mano delicata… non so se intende cosa voglio dire. » osservò, in quello che, probabilmente, avrebbe dovuto essere considerato persino un gioco di parole in riferimento alla mia destra in metallo cromato « Per carità… a conti fatti, è proprio per questa ragione che l’ho assunta. Non di certo per essere diplomatica o per cercare di risolvere le questioni in maniera… mmm… civile?! » cercò addirittura conferma, in quel dialogo al quale, pur, l’altro non sembrava intenzionato a prendere parte.
Ancora alcun riscontro da parte dell’uomo.
« E’ una persona silenziosa di suo… oppure tanta reticenza a prendere voce ha da considerarsi espressione di una certa inibizione conseguente alla macabra esibizione della mia compagna? » questionò, piegando appena il capo di lato, con fare incuriosito, nel continuare a osservarlo « Per quanto mi riguarda, vorrei fosse chiaro come, da parte mia, non sussista alcuna particolare bramosia di morte a suo discapito… a differenza di quanto lei e i suoi compagni non avete mancato di palesare a nostro esplicito discapito. » imbeccò, con apprezzabile scelta di termini e di tempi, nello scandire, allora, la giusta parola al momento giusto « Questa opinione, ovviamente e necessariamente, non ha da potersi o doversi considerare condivisa con le mie amiche… e, in particolare, con colei che tanto minimo disagio ha già avuto modo di dimostrare nello sterminare, sistematicamente, ogni suo collega. Comprende, nevvero? »
Ostinatamente, ma coerentemente, nessuna risposta.
« Uhm… temo che il turbamento per lo spettacolo a cui lei ha dovuto assistere, abbia condotto la sua mente a una sorta di chiusura autistica nei confronti della realtà a circostante. » osservò la mia compagna, risollevandosi da terra e, nel compiere ciò, scuotendo il capo, con fare di compassione nei suoi riguardi, sinceramente dispiaciuta per ciò a cui, proprio malgrado, si stava ritrovando costretta ad assistere « E questo mi dispiace… e mi dispiace davvero. » proseguì, storcendo appena le labbra verso il basso, a offrire evidenza a tutta la propria contrarietà attorno a simile tematica, a tale questione « Personalmente aborro la violenza psicologica, dal momento in cui se nel confronto con quella fisica si può trovare una qualche possibilità di scampo o di recupero, difficilmente pari opportunità è garantita innanzi alla violenza psicologica. Sarebbe stato, sinceramente, meglio per lei morire subito, allorché sopravvivere in queste condizioni… » si spinse a constatare, con un lungo sospiro a chiusura di quella scena, atta, da parte sua, a escludere ogni favore nel confronto di quanto, altresì, ella stessa si stava allora divertendo a compiere… una violenza di ordine puramente psicologico nei suoi riguardi.

Ma se, per un istante, da parte dell’uomo non parve poterci essere ancora speranza di reazione, quasi l’analisi compiuta da Duva avesse a considerarsi decisamente più fondata di quanto non avrebbe potuto credere, in conseguenza a quelle sue ultime parole egli ebbe un lieve fremito e spostò, per un quasi impercettibile, e pur traditore, istante, lo sguardo verso di me, in una silenziosa espressione di timoroso dubbio nel merito di come avrebbe avuto a dover intendere quanto la mia amica aveva appena scandito.
Il pesce aveva abboccato. E, in quel momento, in quella particolare situazione, avrebbe quindi avuto a doversi dimostrare tutta l’effettiva bravura della mia mecenate, nel riuscire a imporre la giusta forza nello strattonare la lenza, al fine di catturare la propria preda senza concederle più la benché minima via di scampo, la benché minima speranza di fuga, trasformandola in una vittima offerta in balia a ogni proprio pur minimo capriccio.

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