11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

venerdì 27 dicembre 2013

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« Oh… mia… dea… » scandii, dimentica, nella concitazione del momento, degli effetti propri di un’arma sonica e, in ciò, concedendomi pieno e vivo stupore nel confronto con quanto occorso.

Perché, quella da me in tal modo scelta, per fatalità ancor prima che per una qualche, reale, consapevolezza nel merito delle sue possibilità, avrebbe avuto a doversi considerare un’arma sonica, un cannoncino sonico, nel silenzioso attacco del quale un’impetuosa onda era stata generata in contrasto non tanto a un singolo obiettivo, quanto all’intera schiera dei miei inseguitori. Ed essi, pur non riportando danni permanenti in conseguenza a tale impatto, alla violenza di quel corpo non mortale, ebbero allora a ritrovarsi letteralmente gambe all’aria, proiettati all’indietro senza alcuna pur minima possibilità di autocontrollo, di opposizione o di reazione a quella carica, travolgente qual la violenza propria di un fiume in piena.
Formalmente avrei potuto vantare una possibilità su tre di trovarmi, fra le mani, un’arma di quel genere, di quella tipologia, in alternativa a quelle laser e a quelle al plasma. A livello pratico avrei potuto scommettere su una percentuale estremamente inferiore, essendo le armi soniche, fra tutte, quelle meno rivolte alla facile distruzione, al semplice annientamento, all’immediata morte dell’avversario e, in quanto tale, quelle, abitualmente, più trascurate. Ciò non di meno, in uno scenario qual quello in cui, in tal modo, mi ero spiacevolmente ritrovata a essere, non avrei potuto sperare in una risorsa migliore, più adeguata allo scopo e più efficace nelle proprie prerogative, tale da consentirmi, con un solo, semplice attacco, di riservarmi tempo utile, allora, ad ampliare la distanza fra me e i miei inseguitori, così come soltanto avrei potuto lì definire, per me, non semplicemente necessario, ma addirittura indispensabile.
Alla luce di tale, insperato, successo, a quanto mi ero appena ripromessa non avrei più trascurato di condurre meco nelle mie escursioni al di fuori della Kasta Hamina, non avrebbe potuto evitare di essere soggiunta una seconda regola, un secondo principio fondamentale nel confronto con il quale, da quel giorno in avanti, difficilmente mi sarei riservata opportunità di elusione, possibilità di indifferenza, tale da spingermi a escluderlo o, peggio, a ignorarlo, certa, malgrado ciò, di non avere successiva occasione di rimpianto, di non poter avere nulla di cui rimproverarmi a posteriori.

« E sia! » commentai, voltandomi e riprendendo a impegnarmi nella mia fuga, trasferendo il cannoncino sonico dalla mancina alla destra, per lì riporlo, per in tal modo disimpegnare il mio arto sinistro, pur mantenendo l’arma attiva e in fase di energizzazione nella prudenza necessaria al confronto con l’eventualità di un nuovo bisogno, di una nuova necessità d’intervento « Questa è l’ultima volta che lasci la nave senza una sacca con tutto quello che ti può occorrere e, soprattutto, senza un arma sonica al tuo fianco… giusto perché non si sa mai. »

Al di là dello straordinario successo da me riportato con un singolo attacco, con un solo, semplice, colpo, ben tre hanno da essere considerate le ragioni alla base di una fondamentalmente scarsa predilezione, da parte del vasto pubblico, in favore delle armi soniche.
La prima compete la sua fondamentale inutilità in ambienti al di fuori dell’atmosfera di un pianeta, nel vuoto siderale, là dove, obiettivamente, la pur silenziosa onda sonora emessa dall’arma non potrebbe trovare materia prima sulla base della quale fondare il proprio stesso funzionamento. La seconda, poi, riguarda la difficoltà d’impiego in relazione a bersagli specifici e in maniera letale, laddove, per lo più, tali generi di armi nascono proprio per il medesimo scopo per il quale io stessa, allora, l’avevo pur inconsapevolmente adoperata. La terza, infine, è in relazione, purtroppo e spiacevolmente, a tempi di recupero particolarmente lenti… molto più, per lo meno, di un’arma laser che, nella repentinità degli attacchi innanzi ai quali mi ero ritrovata a essere sgradito bersaglio, avrebbe potuto dimostrare una disponibilità pressoché immediata a un secondo colpo, e a un terzo, e a un quarto, laddove, altresì, pericolosamente lunga avrebbe avuto a doversi considerare l’attesa per la disponibilità di un nuovo attacco sonico.
In tutto ciò, pertanto, ebbe a giustificarsi la mia scelta di trasferire la pur non propriamente leggera arma dalla mancina, in carne e ossa, alla destra, in lucente metallo cromato, la quale avrebbe potuto farsi carico della medesima senza particolare impegno, senza concreto sforzo, nei tempi che sarebbero stati più opportuni a permettere a quella dannata spia luminosa di tornare a brillare. Purtroppo per me, i miei antagonisti non avrebbero avuto a doversi considerare tanto cordiali, nei miei confronti, da concedersi una quieta opportunità di attesa per simile evento, ragione per la quale, ben prima di quanto non avrei potuto gradire, una nuova sventagliata di laser attentò alla mia integrità, solcando l’aria al di sopra della mia testa, così come quella attorno a me, a distanza tanto ravvicinata che, addirittura, in più di un’occasione ne avvertii il calore sulla mia pelle, tanto da farmi temere l’eventualità di nuove, spiacevoli cicatrici sulla mia candida epidermide già sufficientemente provata da molti, forse anche troppi, ricordi di una vita intera dedicata alla guerra.
E a rendere maggiore il mio disappunto per tutto ciò, non avrebbe avuto a doversi dimenticare quanto, purtroppo, la mia gamba ferita mi stesse ostinatamente rallentando, negandomi la prospettiva di poter evadere, in maniera semplice e scontata, a tanta avversione dimostratami.

« Dannazione… ma questa gente non si stanca mai?! » protestai, iniziando a offrirmi, in verità, io stessa decisamente stanca, qual solo non avrei potuto evitare di essere nel considerare quanto, dall’inizio di quella giornata, era già accaduto e quanto, ancora, mi stava venendo richiesto di essere in grado di compiere, malgrado le mie avverse condizioni fisiche, nel confronto con l’evidenza delle quali l’unica meta che avrebbe avuto senso di essermi consigliata sarebbe stata quella propria di un sanatorio, o di qualunque altra corrispettiva struttura in quel momento neppure immaginavo effettivamente avrebbe potuto esistere in quel nuovo concetto di realtà per così come mi stava venendo presentata.

Fu in immediata conseguenza di quell’imprecazione che, quasi a volermi concedere soddisfazione, quel minuscolo indicatore luminoso di carica ebbe a tornare acceso, comunicandomi la disponibilità a sparare. E se pur, allora, l’arma stava venendo mantenuta dalla destra, allorché dalla mancina che sola avrebbe avuto sensibilità utile a impiegarla; sol questione di un fugace istante fu quella che venne richiesta per vederla passare da una all’altra mano, venendo saldamente impugnata e, in un gesto deciso, sospinta nuovamente all’indietro, ancor senza alcuna ipotesi di mira, nell’alfine maturata consapevolezza di quanto, obiettivamente, non avesse a doversi considerare necessaria.
Ma se pur, in un nuovo, leggero fruscio, una seconda onda sonora ebbe a esplodere, travolgendo ancora una volta i miei inseguitori e, in grazia di ciò, concedendomi qualche prezioso istante di vantaggio, qual solo sarebbe per me stato vitale nel considerare la mia andatura necessariamente ridotta, rallentata, incespicante quasi a ogni singolo passo; a dimostrarmi, mio malgrado, quella che forse avrebbe avuto a doversi ritenere contrarietà da parte degli dei stessi nei miei confronti, nei confronti di quella mia impresa per così come, probabilmente, con troppa poca cura era stata da me pianificata, intervenne a manifestarsi la presenza di un secondo gruppo di antagonisti, che, non alle mie spalle, ma dritti innanzi a me, si schierarono, armi in pugno e sguardo serio, tal da non promettermi alcuna possibilità di argomentazione.
E laddove, nella concitazione di quegli effimeri istanti, la mia mente ebbe appena possibilità di elaborare il concetto di quanto, mio malgrado, quel nuovo gruppo non avrebbe avuto a doversi riconoscere in relazione al precedente, non indossando la medesima divisa che pur contraddistingueva le guardie del complesso governativo; al mio corpo non poté essere concessa alcuna possibilità di replica, di reazione a quell’imboscata, qual, a tutti gli effetti, avrebbe avuto a doversi considerare, prima che una lucente scarica avesse a esplodere dalla bocca di quella che, non mi fu concessa neppure il tempo di riconoscerla, avrebbe avuto a doversi considerare un’arma al plasma, nel confronto con il potere distruttivo della quale soltanto inappellabile morte sarebbe stata su di me sentenziata.

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