11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

venerdì 17 dicembre 2010

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« I
l fatto che tu ti stia rammentando il mio nome ha da intendersi qual una ragione di rassicurazione o di timore per me?! » replicò ella, sorridendo sorniona nella sua direzione, non distraendosi, in conseguenza di quella voce, dall'impegno nel quale aveva concentrato tutte le proprie attenzioni sino a quel momento, ossia nella pulizia delle proprie ferite con l'aiuto di una pezza di stracci appallottolati, evidentemente quanto altresì rimasto delle sue vesti oltre ai pochi frammenti ancora presenti sul suo corpo « Non desidero apparir paranoica, ma considerando come hai cercato di uccidermi in occasione dell'ultima volta che hai scandito tale appellativo, credo possa essere giudicato mio diritto riservarmi dubbi a tal riguardo… non trovi? »

Hai presente quella sensazione che, talvolta, è solita coglierci al termine di un sogno particolarmente realistico, tale da farcelo considerare, per un istante, quale effettiva realtà, indifferentemente dal fatto che in esso potesse esser stato per noi un presente migliore o peggiore rispetto a quello quotidianamente offertoci? Quell'emozione di disorientamento, tale non solo da non farci ancora effettivamente apprezzare il mondo a noi circostante, ma, anche e addirittura, da farcelo rifiutare, quasi non ci appartenesse e noi non appartenessimo a esso, in un'insana nostalgia per quanto fino a un attimo prima considerata quale la sola vita degna di esser vissuta?
Oh, sì… certo che lo hai presente, amor mio, là dove nella nostra confusa esistenza, a tutti noi accade sovente di vivere tali sensazioni, simili emozioni, non per cattiveria, non per egoismo, quando riconducibili a un'interpretazione migliorativa della nostra realtà, e neppure per masochismo, per stolidità, quando altresì tendenti a una versione peggiorativa della medesima, quanto, piuttosto e semplicemente, in conseguenza della nostra naturale umanità e della passione intrinseca in essa, in conseguenza della quale, nostro malgrado, ci troviamo a essere incredibilmente legati a ogni nostra esperienza, a ogni evento appartenente alla nostra memoria, sia esso reale, sia esso fittizio, al punto tale da non volercene più separare… non senza, per lo meno, una certa riluttanza, un certo timore per quanto considerato ignoto al di fuori di tutto ciò.
Sentimenti pari a questi, nel frangente proprio di quel suo guadagnato risveglio dopo un sin troppo lungo periodo di insano sonno, privi di sogni o di possibilità di riposo, furono quelli che affollarono, per un lungo e pur fuggevole, effimero istante, la mente di Ma'Vret, costringendolo a rifiutare l'evidenza del mondo attorno a sé e, nel contempo, spingendolo a cercare, per quanto assurdo, di aggrapparsi al mondo illusorio creato nella sua mente dalla chimera, quella realtà in cui sì Midda era morta e, probabilmente, anch'egli stava per seguirne il fato, la sorte, e pur, nella quale accanto a un sì tremendo dolore, tanta gioia, tanta felicità gli erano stati concessi nell'esistenza condivisa insieme a lei, al suo fianco. Una reazione istintiva, stolidamente emotiva, la sua, che, nello scorrere del tempo, così come scandito dagli stessi battiti del suo cuore, cedette lentamente ma inesorabilmente il passo al necessario raziocinio, alla riconquista della propria coscienza e, con essa, non solo a un ritrovato contatto con la sola, unica realtà, ma, anche, a una consapevolezza che, in grazia del senno proprio di un semplice testimone di questo racconto, avrebbe dovuto essere forse giudicata quale estremamente banale, e pur che, nel momento in cui tutto ciò accadde, non fu così immediata nella propria stessa maturazione: una consapevolezza utile a non spingerlo a rimpiangere un presente di sangue e di morte, al pari di quello abbandonato, in nome di alcuni ricordi felici in esso esistenti, quanto, piuttosto, a spronarlo ad impegnarsi per costruire un futuro simile e migliore rispetto a quello, eliminando quanto di erroneo lì già sperimentato e, pur, mantenendo quando di buono e di bello lì già per lui propri, al fine di trasformare la profezia maledetta della chimera in un provvidenziale insegnamento, una straordinaria esperienza a lui allora concessa per comprendere quanto realmente desiderato nella propria esistenza.
Qualcosa, in effetti, di ben diverso da quanto sino a quel momento vissuto e, ciò nonostante, di non impossibile attuazione, se solo fosse riuscito a non vanificare le occasioni allora concessegli da un fato allora dimostratosi straordinariamente benevolo.

« Io… non credo di aver ben compreso cosa sia accaduto… » ammise, ritrovando voce e, ancora una volta, ponendo i propri sforzi, il proprio impegno, nella volontà di rialzarsi, di riassumere una postura più dignitosa innanzi a lei, a colei che, in quel mentre, non stava più osservando con lo stesso sguardo rivoltole fino al giorno prima, ma con gli occhi di un uomo profondamente innamorato e desideroso di poter, allora, gettare le basi per un futuro insieme a quella stessa interlocutrice, per quanto ella, probabilmente, dal suo punto di vista, in quel momento neppure si sarebbe concessa la benché minima fantasia a tal riguardo « Siamo… stati attaccati dalla chimera? » ipotizzò, offrendo spazio all'ovvio, al retorico, per quanto necessariamente inevitabile in quel momento « Quel mostro è la chimera?! »
« Sì. » annuì ella, riducendo, almeno per un instante iniziale, ogni replica a quell'unico monosillabo affermativo, qual risposta cumulativa a ogni dubbio propostole « Sì… quel mostro è la chimera: mi dispiace che non appaia tanto raffinato come ci aspettavamo, ma ho già avuto occasione, in passato, di scoprire quanto spesso le leggende tendano a migliorare in maniera eccessiva l'aspetto proprio di molte creature simili a questa. » sorrise, nel sollevare, finalmente, il proprio sguardo verso di lui, dimostrandosi ancora e perennemente animata dalla propria immancabile ironia, elemento caratteristico in lei al pari del suoi occhi di ghiaccio o della sua pelle d'avorio riccamente adornata da spruzzate di efelidi « E sì… siamo stati attaccati da essa, sebbene, in verità, sia stato proprio tu, nella fattispecie, a proporti qual vittima diretta della suo potere, rendendo, in conseguenza di ciò e delle tue offese a mio discapito, la sottoscritta qual vittima indiretta della medesima: non so cosa diamine puoi aver sognato nel tuo delirio, ma eri veramente furioso con il mio signore Brote… »
« Io… ho combattuto contro di te?! » domandò il colosso nero, non celando il proprio stupore e un'inevitabile, intima agitazione, nel confronto con tale idea, con simile notizia, e con l'immagine, da essa generata, della possibilità per lui di divenire, proprio malgrado, possibile assassino per la donna ormai amata e desiderata al proprio fianco, per il proprio futuro « Non sapevo… non volevo… » tentò di giustificarsi, impegnando, nel mentre di ciò, tutte le proprie energie allo scopo di mantenersi sollevato dal suolo, in una posizione prossima a sedersi « Io… »
« Ehy… calma, grand'uomo! » lo rassicurò la mercenaria, riabbassando lo sguardo verso le proprie ferite e, in tal gesto, ritornando a dedicare alle stesse la propria attenzione, nel riconoscere in tal senso non urgenza, e pur comprensibile priorità « Ho detto che mi hai attaccata, non che mi hai ammazzata. » specificò scuotendo appena il capo, a sottolineare l'intrinseca distanza esistente fra simili, diverse, scelte verbali « E, dopotutto, non credo abbia da intendersi neppur come qualcosa di nuovo: da quando ci siamo incontrati non stai facendo altro… o erro? »

Se la carnagione scura dell'uomo avesse potuto dimostrare imbarazzo, indubbiamente in quel momento il suo volto sarebbe divenuto paonazzo per quanto da lei dichiarato, sì corrispondete al vero e, proprio per questo, di ancor più difficile accettazione, qual solo sa essere il confronto, per chiunque, con quanto inaspettatamente e improvvisamente riconosciuta quale propria colpa, proprio precedente limite successivamente rinnegato.
In ciò, un nuovo laconico intervallo non poté che contraddistinguere quel loro dialogo, nella necessità per Ebano di elaborare le proprie reali responsabilità nella questione, accettarle e, soprattutto, superarle, come, incredibilmente, sembrava essere riuscita a compiere la stessa donna guerriero, nell'offrir riferimento a tutto ciò non tanto nella volontà di rimproverarlo, quanto, piuttosto, di pungolarlo, di divertirsi a sue spese, alleviando in tale momento ludico l'inevitabile sofferenza che solo avrebbe potuto esserle propria per tante ferite e tante contusioni quali quelle da lei allora subite, ormai non più mascherate dagli effetti dell'adrenalina in circolo nel suo corpo.

« Ma come è possibile che tu non abbia subito gli effetti del potere della chimera? » tornò a interrogarla l'uomo, ponendo la domanda più prevedibile, e, al contempo, la più importante che mai avrebbe potuto esserle rivolta in quel momento, là dove ella sembrava aver neutralizzato senza sforzo alcuno, senza reale impegno, l'incredibile malia della creatura mitologica da lei cacciata e uccisa « Come hai potuto non esserle assoggettata mio pari? E come sei riuscita a ucciderla?! »

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