11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

mercoledì 22 dicembre 2010

Speciale Natale (1 di 5)

NOTA INTRODUTTIVA: Il seguente episodio, primo di cinque, ha da considerarsi quale parte di un evento speciale estraneo alla consueta continuità narrativa della serie e concepito nella sola volontà di festeggiare in maniera originale l'incombente festività natalizia, tanto prossima al terzo anniversario della serie.

Q
uesta di Midda è storia speciale
da cantare vicino a Natale,
in un giorno tanto particolare
da spingervi persin ad accettare
un evento tanto eccezionale
come una fiaba non abituale,
fuori dal tempo, fuori dallo spazio,
al fin di non dover pagare dazio
alla nostra consueta continuità
senza in ciò creare ambiguità.

Era, in quel tempo, sovrano del regno di Giudea re Erode detto il Grande, figlio di Erode Antipatro, già nominato amministratore di quelle stesse terre per la volontà di Giulio Cesare signore di Roma, e padre di Erode Antipa, Erode Filippo ed Erode Archelao, i quali, alla sua morte, gli sarebbero succeduti spartendosi il suo dominio in parti eguali secondo le sue disposizioni testamentarie.
Combattente ancor prima che regnante, conquistatore prima che principe, Erode detto il Grande si era guadagnato la propria nomea in grazia delle azioni condotte negli anni della propria giovinezza e dell’ascesa al potere, delle proprie capacità belliche e politiche in conseguenza alle quali, pur privo di sangue reale e, probabilmente, sebbene quanto di più lontano sarebbe mai potuto esser giudicato per poter divenire guida per il suo popolo, egli era riuscito a riservarsi il ruolo di re, con l’approvazione e il supporto, in tal senso, del grande impero di Roma. Un regno conquistato a prezzo di sangue, il suo, che, per quanto pur reso magnificente, come mai in quegli anni, da incredibili opere architettoniche da lui volute e realizzate, non gli riservò quella serenità, quella pace della quale, probabilmente, egli avrebbe sperato di poter godere, non diversamente da qualsiasi uomo o donna mortale, e, anzi, domandò nuovamente e continuamente un eguale prezzo di sangue per mantenersi tale. A nulla, infatti, valsero gli ippodromi e gli anfiteatri, i porti e le arene, i templi e le fortezze che egli volle eretti a elevare il prestigio del proprio dominio, innanzi allo sguardo, al giudizio dei suoi sudditi, molti dei quali, nel corso del tempo, invocarono ribellione in contrasto a colui che continuarono a giudicare qual usurpatore: e chiunque a lui tentasse opposizione, fosse egli il primo fra i propri nobilitati parenti o l’ultimo fra tutti i figli del popolo, fu inevitabilmente condannato a pagare con il dolore e la vita la propria colpa, il proprio peccato, quasi esso fosse blasfemia ancor prima che tradimento, insulto all’ineffabile divino ancor prima che ipotesi di attentato a re mortale.
In un simile frangente, se pur Erode detto il Grande, quindi, da molti sarebbe stato probabilmente rinominato con l’appellativo del Sanguinario, Erode detto il Grande, egualmente, da se stesso e dai pochi fedeli a lui vicini avrebbe potuto guadagnare un altro appellativo, meno gradevole e, pur, assolutamente sincero e trasparente della propria stessa condizione: il Paranoico. Tale, infatti, egli era presto dovuto divenire per assicurarsi una seppur minima speranza di sopravvivenza in un mondo troppo violento, troppo feroce per poter perdonare qualsivoglia genere di ingenuità, qualsiasi leggerezza, soprattutto da parte di chi, suo pari, si era tanto impegnato a dispensare morte in contrasto a qualsiasi avversario, antagonista o, semplicemente, oppositore. Da sempre si suole dire che dal sangue non può esser generato nulla di diverso di altro sangue e, ben consapevole dell’esattezza di simile, antico adagio, tale atavica saggezza, re Erode si poneva costretto a dubitare persino della propria stessa ombra, temendo continuamente l’eventualità di un attacco al proprio potere o, peggio, un attentato alla propria persona: tutt’altro che sciocco, stolido o, banalmente, avventato nelle proprie scelte, nei propri giudizi, egli non era né sarebbe mai potuto essere tanto ipocrita da rifiutare l’evidenza propria della realtà, proponendosi, per tal ragione, perfettamente conscio dell’effimera precarietà del proprio potere, il quale, tanto ferocemente da lui accumulato, sarebbe potuto essere altrettanto violentemente a lui sottratto. Da tutto questo, inevitabilmente, al conteggio dei morti già presenti nel suo passato e utili ad alimentare la sua paranoia, il suo timore per una prematura caduta del suo regno, nuove vittime, meritevoli o no di tanta severità, non mancavano di essere continuamente aggiunte a tanto macabro censimento, dal quale non pace, purtroppo, ma soltanto ulteriore angoscia sarebbe potuta essere a lui destinata, in un circolo vizioso che mai avrebbe avuto termine se non con la sua stessa, tanto paventata, fine, o, in alternativa, con il totale sterminio di ogni proprio avversario.
Soluzione particolarmente drastica, quella definibile sotto un termine sì terribile quale “strage”, che, in verità, sarebbe molto presto stata da lui attuata quale extrema ratio in conclusione a una lunga sequenza di eventi occorsi in prossimità alla fine del suo stesso regno, fatti al contempo meravigliosi e terribili che ebbero inizio un giorno come altri, quando, innanzi alla soglia del suo palazzo, si presentò una delegazione di tre saggi studiosi giunti da levante, offrendo alla sua attenzione la più temuta fra tutte le domande, scandita con tono assolutamente innocente, privo di ogni sentimento di malizia o di congiura…

« Dov’è il neonato re dei Giudei? Poiché abbiamo visto la sua stella in oriente e siamo venuti a adorarlo. »

Accolti immediatamente, con falsa ospitalità ma sincero interesse, nella reggia del re Erode il Grande, i tre saggi studiosi, sacerdoti e astrologi di culti zoroastriani, latori di simile questione oltre che di preziosi doni per l’infante da loro ricercato, furono allora trattenuti per diversi giorni entro i confini propri della capitale per esplicito invito dello stesso sovrano, nel mentre in cui, in maniera trasparente, tutti i dotti al servizio del medesimo vennero impiegati per ordine regale in un’attenta ricerca all’interno delle scritture a loro più sacre, nella volontà di comprendere entro quale provincia e città, o villaggio, sarebbe allora dovuto nascere questo nuovo re, colui che, atteso da molti seguaci della stessa fede non particolarmente né temuta, né rispettata dal monarca, avrebbe dovuto condurre al riscatto l’intero popolo di Giudea, liberandolo non solo dal giogo di una tanto sanguinaria autorità, quanto, anche e soprattutto, dalla piaga dell’oppressione straniera imposta su tutti loro dalla presenza della potente Roma, concreta e sola dominatrice del mondo conosciuto.
Al di là del formale impegno in aiuto dei saggi giunti da levante, tuttavia, altra preoccupazione fu quella che animò il cuore di Erode, nella consapevolezza di come la venuta di quella delegazione avrebbe potuto esser interpretata soltanto qual negativa per sé e per il proprio regno. Invero, addirittura, tanta fu l'ansia da lui dimostrata nell'esser posto innanzi alla questione da loro condotta seco, da quella domanda nel merito del neonato re dei Giudei, che solo l'insistenza offerta dai suoi consiglieri, timorosi nel merito delle possibili ripercussioni politiche che sarebbero inevitabilmente scaturite su un piano internazionale dall'ipotesi di una qualsivoglia condanna priva di solide ragioni in contrasto a simili autorità straniere e al loro numeroso seguito, lì giunti animati solo da propositi di pace, riuscì incredibilmente a trattenere la mano del Sanguinario e Paranoico da emettere un ordine di morte in contrasto a tali, incredibilmente fortunati, ospiti, là dove, altrimenti, egli avrebbe ben volentieri definito in tal modo la questione, risolvendola anzitempo.

Per tale ragione, individuata nella città di Betlemme il luogo profetizzato per l'avvento del nuovo re, egli decise di impiegare a proprio vantaggio la presenza dei tre ingenui sapienti, indicando loro la meta entro la quale poter trovare chi desiderato e, nel far ciò, raccomandandoli: « Andate e fate accurate ricerche del bambino; qualora lo troviate, fatemelo sapere, in modo che anch'io possa andare a adorarlo. »

Ovviamente ingannatore avrebbe dovuto esser inteso e interpretato tale proposito in lui, dal momento in cui, non potendo ottener soddisfazione nell'eliminazione di quei semplici messi, egli scelse in tal modo di investire ogni proprio interesse nell'individuazione, e successivamente nella distruzione, di quella nuova, ancor infantile, minaccia proiettata su di sé.
In ciò, prima ancora di rivolgersi ai tre in simili parole, con intenti ben diversi, e più onesti, egli aveva offerto istruzioni alla più fidata fra le proprie guardie, comandandola di recarsi immediatamente in città e di recare un messaggio alla migliore, e più spietata, fra tutte le mercenarie operanti entro i confini del suo regno, per prometterle più oro di quanto mai avrebbe potuto domandare in cambio della vita dei cospiratori al suo trono, coloro che gli stranieri giunti da levante si sarebbero presto impegnati a individuare entro i confini di Betlemme. E il nome di quella donna guerriero, straniera a sua volta in una terra per lei straniera, così assunta da re Erode per la risoluzione di tal questione era Midda Bontor.

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