11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

martedì 7 dicembre 2010

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E
quasi con un grido, conseguente al confronto con le oscene visioni nella propria stessa mente, Nass'Hya si ritrasse allora, spaventata, dal proprio sposo, sfuggendo al suo abbraccio solo per porsi, a qualche piede da lui, con respiro affannato e occhi sbarrati al centro di viso sconvolto, tremando vistosamente per la prova a cui la sua stessa memoria, quel pur breve viaggio nel proprio passato prossimo, l'aveva sottoposta, e innanzi alla quale, evidentemente, non avrebbe ancora potuto definirsi qual pronta, sì sufficientemente forte e salda, nel proprio cuore, nel proprio animo, per poter sopportare il ricordo di tutto quello, il doloroso rimembrare del giorno in cui la sua vita di gioia e di letizia, era stata trasformata in un'esistenza dannata, priva dell'amore dell'unico uomo a cui mai aveva deciso di votarsi, e ancor tale unicamente nell'affetto inevitabilmente provato nei riguardi del loro erede, di colui che, già ora, rappresentava sostanzialmente l'unica speranza di immortalità per tutto ciò che un tempo lord Brote era stato. Solo in grazia di ciò, oggettivamente, la giovane sposa divenuta vedova, aveva avuto sino a quel momento ragione di mantenersi aggrappata a una vita ormai vuota, privata di ogni senso, là dove, se non fosse stato per l'obbligo naturale di un genitore verso il proprio figliuolo, di una madre verso il frutto del proprio ventre, ella avrebbe, probabilmente, accarezzato volentieri l'idea di una prematura e definitiva conclusione alle proprie sofferenze, in un gesto estremo, che in molti non avrebbero mancato di condannare, ma che pur solo sembrava effettivamente in grado di allettarla, di stuzzicarla, dal momento in cui neppur l'ipotesi di una pur desiderata vendetta nei confronti di chi colpevole di tanto orrore le avrebbe potuto restituire la felicità di vivere, quel sentimento strappatole con violenza dal cuore nella morte dello sposo prediletto, di chi, ella, aveva eletto al centro del proprio intero universo.

« Come… come puoi, tu, negare la colpa della mano che ti ha assassinato tanto crudelmente, commettendo un duplice tradimento, tanto nei tuoi stessi riguardi, quanto nei miei, di chi, fino a poco prima, aveva voluto apostrofare qual amica?! » domandò con tono accusatorio, riprendendo voce, ancor sconvolta, verso il marito e puntando nella sua direzione il proprio indice destro, quasi esso fosse una spada con cui poterlo minacciare, con cui potergli arrecare danno di sorta anche in quella condizione che alcuna possibilità in tal senso avrebbe potuto mai prevedere.
« Io non desidero negare la colpa della mano che mi ha assassinato tanto crudelmente… » rispose egli, ripetendo per l'ennesima volta le proprie ragioni, in un ritmico motivo divenuto, suo malgrado, simile a un disarmonico sottofondo musicale di qualsiasi suo incontro con l'amata, come il continuo ripetersi proprio anche di quella sera non stava, purtroppo, negando « … io nego semplicemente l'appartenenza di quella mano a chi noi abbiamo sempre conosciuto con il nome di Midda Bontor. » insistette, per quanto fosse drammaticamente certo di quanto alcuna fra quelle parole sarebbero mai giunte all'attenzione della propria interlocutrice, risultando da lei apprezzabili, da lei condivisibili.
« E' questo ciò che ti illudi di dimostrarmi nel narrare le sue gesta?! » scosse il capo ella, storcendo le labbra verso il basso, per una nota di amaro disprezzo verso chi pur tanto amato e, ora, volontariamente impegnatosi in quell'assurdo giuoco con lei, in aperta offesa per tutto ciò da lei provato, per il dolore da lei vissuto in quei momenti, nel confronto con il nome di quella mercenaria.
« Nel mio impegno a narrare delle sue gesta, è la volontà di farti comprendere come, da ben tre lustri, il comportamento di chi è adesso nota con il leggendario nome di Figlia di Marr'Mahew non abbia da considerarsi mutato nel rapporto con quelli da lei sempre considerati quali propri principi, quali fondamenti esistenziali su cui fondare la propria vita e attorno a cui gestire ogni propria questione, ogni propria azione e ogni proprio pensiero. » definì l'uomo, cercando di difendere le proprie ragioni, così aspramente poste in dubbio da colei solo per la quale, a propria volta, ancora esistenza, lottando contro l'oblio apparentemente ineluttabile in assenza di lei « Principi e fondamenti nel rapporto con i quali mai sarebbe stato ammissibile un tal gesto… non per una follia personale, né, tantomeno, per una qualsivoglia, ipotetica, ricompensa offertale da un altro signore in cambio della nostra morte. » asserì con tono incredibilmente fermo, deciso, forse anche eccessivamente tale, quasi, anch'egli, avesse necessità di credere a quelle sue parole non di meno di quanto, la sua compagna, avesse necessità di credere, al contrario, alla colpevolezza della mercenaria.

Vincolato dopotutto all'umanità e, con essa, agli umani dubbi che da sempre e per sempre avrebbero caratterizzato qualsiasi uomo o donna in qualsiasi continente, in qualsiasi terra, Brote, parimenti a Nass'Hya, non possedeva, in verità, prove certe utili ad assolvere colei accusata del proprio tradimento e omicidio. Ciò nonostante, in conseguenza di quel rapporto che, come anche il racconto iniziato stava evidenziando, si era sviluppato in ben quindici anni di collaborazione, sì professionale, ma necessariamente anche umana, egli non riusciva a imporre condanna nei confronto di Midda Bontor con la stessa semplicità, la stessa ovvietà pur richiestale non solo dalla propria sposa, quanto, piuttosto, dallo sviluppo stesso degli eventi, nella presenza, in qualità di protagonista di orridi e sanguinari eventi all'interno della propria stessa torre, di una figura femminile assolutamente identica alla mercenaria dagli occhi di ghiaccio. E così come, un anno prima, in contrasto a ogni apparenza, a quanto dato per certo, la stessa Nass'Hya aveva negato la morte della donna guerriero, dove anche posta innanzi al suo corpo carbonizzato, ora lo stesso Brote si stava impegnando a negare tale colpevolezza, dove anche posto innanzi a un suo preciso duplicato, simile a lei in tutto e per tutto, nella sola eccezione rappresentata dall'assenza di quei valori in nome dei quali, egli era certo, mai ella avrebbe agito in suo contrasto, e non in maniera sì vile, sì codarda, qual quella propria di un attacco a tradimento.

« Ove ella non mi ha tradito il giorno del suo primo incarico, ove ella non mi ha tradito quand'ancora io ero nulla… lei era nulla… e nulla era il nostro rapporto, impossibile è per me ora accettare l'idea che vi possa essere stato tradimento da parte sua in questa occasione. » insistette, in nuove parole più pronunciate a proprio stesso convincimento che nell'eventualità di conquistare, con esse, la propria compagna, la sua fiducia così apertamente negatagli nel merito di quella particolare questione.
« Se non lei… chi, allora, per l'ira di Gau’Rol, dovrebbe essere giudicata colpevole di tutto ciò?! » replicò Nass'Hya, nuovamente prossima all'isterismo di fronte alla fiera ottusità del proprio compagno, tale da negarle la sola, semplice, consapevolezza che sembrava essere ora presente nella sua vita.
« Non so chi fosse quella donna, non so quale assurda stregoneria abbia reso possibile tutto ciò: quello che so, però, è che ella non era Midda Bontor. » rispose egli, ora riservando alla propria voce un'inflessione più naturale, più rilassata, ancor saldo nelle proprie posizioni ma, forse, non più forzatamente tale, nell'aver ritrovato, in quelle stesse considerazioni, ragione per non riservarsi ulteriori possibilità di dubbio così come, sino a quel momento, aveva tanto fermamente ovviato.
« Non solo sono certo che ella non mi avrebbe mai tradito. Non solo sono certo che ella non avrebbe mai tradito neppur te, a cui, sin dall'epoca del vostro primo incontro, sebbene reso tale solo in virtù di una missione assegnatale, ha sempre dimostrato sincero affetto, rendendoti parte di un suo intimo mondo ai più negato… me compreso. » proseguì, prima che l'amata potesse nuovamente interromperlo, e, così dicendo, muovendosi lentamente verso di lei, a ristabilire il contatto da lei tanto repentinamente interrotto, quell'abbraccio nel quale, solo, entrambi desideravano ricercare reciproca occasione di benessere e pace « Ma sono anche certo che mai ella avrebbe potuto attentare alla vita di un infante, mai avrebbe potuto agire in contrasto a una creatura tanto innocente e indifesa, là dove persino contro uomini e donne animati dalle peggiori intenzioni a suo discapito ella ha spesso, e volentieri, frenato i propri colpi. » spiegò nel mentre in cui le sue braccia tornarono a chiudersi attorno al corpo amato « No. Quella non era Midda Bontor. Sembrava essere lei, al punto di aver ingannato, in ciò, chiunque in città… ma non lo era. »
E la giovane donna, a quei gesti, a quelle parole, a lui si concesse nuovamente domata, estemporaneamente placata nelle proprie emozioni, nella propria sì soffocata, e pur mai negata, ira verso quell'assassina, limitandosi ad affondare il viso contro il busto di lui e, in ciò, a sussurrare con voce quasi inudibile: « Come… come vorrei che tu avessi ragione. Lo vorrei veramente tanto… »

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