11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

domenica 14 febbraio 2010

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D
éjà vu: in quali altri termini, Midda avrebbe mai potuto definire l’orrore in cui era stata catapultata?
Qual coronamento di una splendida notte trascorsa insieme a un uomo meraviglioso, capace di amarla con sincerità, con trasporto, nonostante tutti i molteplici difetti da cui mai ella avrebbe forse saputo liberarsi, e nonostante l’imperante e innegabile incertezza del loro avvenire insieme, riaprendo gli occhi nel seguire il quieto invito donatole dal chiarore di una nuova alba, ella non aveva infatti avuto possibilità di tornare a osservare la dolce pelle bronzea del proprio compagno, del proprio amato locandiere, così come l’aveva salutata solo poche ore prima, madida di caldo sudore, sensualmente segnata dai graffi del suo impetuoso sentimento per lui, quanto, invece, un corpo martoriato, un cadavere oscenamente disfatto, privato della testa e dei quattro arti, nonché violentemente sventrato al punto tale da trovarla a stringere non il dolce tepore della sua muscolatura, quanto, macabramente, il viscido calore delle sue interiora sparse per tutto il letto, il talamo del loro tanto sognato momento d’amore.
E dove anche, in quella stessa situazione, chiunque altro, si sarebbe concesso vittima collaterale di quella violenza, cedendo il passo alla follia e gridando in maniera isterica tutto il proprio più incontrollato e incontrollabile terrore, la Figlia di Marr’Mahew, in questa seconda occasione, ove tale avrebbe probabilmente e paradossalmente essere giudicata nel paragone con gli eventi propri di un incubo di pochi mesi prima, non si riservò neppure il breve e fuggevole momento di sgomento che pur l’aveva dominata la prima volta, lasciandosi coinvolgere immediatamente, senza remore di sorta, dall’ira più funesta, dalla rabbia più furente verso il principale responsabile di tutto quello.

« Desmair! » ringhiò, nel levarsi con foga dai resti appartenuti all’uomo da lei amato, da lunghi anni e per una effimera notte, invocando con quelle sillabe, il nome del suo blasfemo sposo, il figlio semidivino di un oscuro dio minore e di un’antica e malvagia regina, che già si era divertito a farle vivere l’orrore di un simile quadro, di una tale immagine, nel volerla porre in guardia dalle conseguenze di un qualche tradimento.

Complicato, in effetti, sarebbe stato definire l’effettiva responsabilità propria della mercenaria in tutto quello, nell’oscenità di quegli eventi, dal momento in cui, se pur mai ella sarebbe potuta essere considerata assolutamente colpevole, alcuno avrebbe mai potuto neppure definirla concretamente innocente, esterna a ogni partecipazione in quell’abominio: se solo, infatti, quell’assurda immagine si fosse dimostrata reale, concreta, qual pur, nel proprio cuore, stava pregando Thyres perché tale non si rivelasse essere, unicamente al proprio egoismo avrebbe dovuto addurre la primaria reità per quanto occorso, dove, per quanto conscia del pericolo, per quanto mai dimentica dell’assurdo vincolo al quale si era votata con la figura apparentemente immortale di Desmair, ella aveva alfine ceduto al proprio desiderio, alla propria bramosia lussuriosa verso il solo, vero, amico concessole in quegli ultimi anni, in questo condannandolo, pur innocente, a morte.

« Non vi è alcuna necessità di urlare, mia iraconda signora. » rispose, a quell’invito, a quel richiamo, una voce per lei pur, maledettamente, nota, nel mentre in cui la colossale figura del demone, dalla pelle rossa, dagli occhi gialli, dalle enormi corna bianche ai lati del capo e dai neri zoccoli equini quali estremità inferiori, emerse da un angolo di quella stanza, quasi fosse stato sempre lì presente per quanto, assurdamente, non notato prima di quel preciso istante « Il mio udito è perfetto, al pari di ogni altra parte propria del mio superbo corpo, se mi concedi un’occasione di autocelebrazione… »
« Desmair… » ripeté ella, a denti stretti, arricciando le labbra con fare ferino, recuperando la propria spada, come sempre riposta accanto al bordo del letto e balzando in piedi di fronte all’avversario, indifferente alla propria nudità e decisa ad affrontarlo, per quanto consapevole di non poterlo vincere, di non essere ancora in grado di imporre su di lui una morte duratura, non nei modi a lei noti, per lo meno, dove già più volte si era impegnata, senza successo alcuno, in tal senso.
« Devo ammettere, comunque, come non possa che provare piacere nel verificare quanto il mio nome sia presente ancora nei tuoi ricordi, dal momento in cui, sciaguratamente, le tue azioni sembrano proclamare il contrario, suggerendomi di essere stato da te già dimenticato. » suggerì egli, impassibile di fronte alla reazione violenta da parte di lei, e, anzi, sollevando con assoluta tranquillità la destra, artigliata, ad accarezzarsi il lungo e prominente mento, quasi quell’occasione di riunione fra loro fosse un evento assolutamente consueto e completamente sereno, un’occasione di cordiale dialogo e placida riflessione fra due coniugi « Sempre uno spettacolo affascinante quello che ti ostini a propormi a ogni nostro confronto: vuoi davvero farmi illudere dell’esistenza di un qualche tuo desiderio nei miei riguardi per tanta generosità? »
« L’unica generosità che desidero offrirti è quella della mia lama, lurido figlio di una cag… »
« Tsk… che linguaggio indecoroso per una brava moglie. » la interruppe la creatura, scuotendo il grosso e pesante capo in chiara volontà di rimprovero per tanta libertà da lei resa propria in quelle parole « Anche se, in effetti, non credo possa essere corretto definirti quale “una brava moglie”, vista l’evidenza del tuo tradimento, in violazione a ogni sacro giuramento elevato innanzi agli dei. O, forse, non ricordi l’ammonimento del celebrante nel corso delle nostre nozze? »

Per quanto spiacevole tale memoria sarebbe dovuta essere considerata, Midda ricordava alla perfezione tale avvertimento, il cui significato non avrebbe potuto evitare di risultare del tutto simile a una sentenza emessa nei suoi confronti, di colei che, in contrasto a ogni desiderio del mostro, gli aveva sottratto la propria sposa prescelta e si era sostituta alla medesima, ingannandolo, sì, ma, in questo, risultando a propria volta drammaticamente ingannata da parte del fato, che a un simile essere l’aveva costretta a legarsi qual sola possibilità di sopravvivenza e fuga per lei e per le due donne sotto la sua protezione all’epoca di quei fatti.
“Tutti in nostri dei oggi sono testimoni della vostra unione. Tema la loro punizione la moglie infedele che non rispetterà le proprie promesse. Tema la loro disapprovazione il marito indifferente che non farà onorare questo legame. Ciò che gli dei hanno unito, alcun mortale osi sciogliere senza, in questo, morire.”

« Fai cessare questa illusione… interrompi questo incubo, Desmair! » ordinò la mercenaria, non desiderando più concedere attenzione allo sposo, riservargli altro spazio nella propria vita, fosse anche in un’effimera realtà quale quella propria di un sogno « Non sei divertente. »
« Illusione? Non saprei. Incubo? Per te certamente… » commentò egli, sorridendo e mostrando, in questo, una lunga fila di bianchi denti « Cosa ti offre tanta certezza verso di me, con queste tue parole? Cosa ti spinge a credere che, effettivamente, tutto questo non sia terribilmente reale? Eppure la tua candida pelle gronda ancora del sangue e delle viscere del tuo amante; il tuo naso deve essere impregnato dell’olezzo derivante dalla violenza di uno sventramento; le tue labbra possono sicuramente sentire il sapore ferruginoso del suo sangue; e il tuo sguardo non può cancellare quanto è pur tanto evidente innanzi a te. Perché, quindi, ti senti così sicura che tutto questo non corrisponda, drammaticamente, a realtà? »

Probabilmente, se non fosse stata allenata da una vita ricca di scontri al confine dell’impossibile, qual invece era da sempre stata, nel confronto con simili asserzioni, con il dubbio pur necessariamente derivante dalle parole proposte con assoluta e trasparente sicurezza da parte del proprio interlocutore, ella non avrebbe potuto riservarsi occasione di scampo dall’oscenità di quel quadro, dall’orrore di quell’immagine, cedendo al timore, al terrore che tutto quello potesse corrispondere a realtà. Dal momento in cui, però, già in un’altra occasione, Desmair era intervenuto in maniera del tutto similare nei suoi sogni, dando ragion d’essere a quel déjà vu, del resto interdetto, qual egli si trovava ad essere nell’assenza di una sposa dotata di negromantici poteri, dal poter lasciare la fortezza fra i ghiacci nella quale era stato rinchiuso in conseguenza a eventi ancora non precisamente chiariti all’attenzione della Figlia di Marr’Mahew, la mercenaria poté altresì riservarsi occasione di resistere alle proprie paure, alla violenza psicologica propria di quella situazione, per mantenersi concentrata nella direzione del proprio obiettivo.

« E’ inutile che ergi a protezione tua e del tuo amante l’erronea sicurezza derivante dal considerarmi imprigionato, intrappolato in un’altra dimensione e, per questo, incapace di richiedere il giusto prezzo di sangue per il tuo tradimento, mia fedifraga consorte. » negò il colosso, sorridendo divertito e rispondendole esattamente come se ogni suo pensiero fosse stato espresso verbalmente, ancor prima che mantenuto intimamente celato nella sua mente e nel suo cuore « Perché se è pur vero che io sono effettivamente imprigionato lontano da te, è altrettanto vero che i miei servi possono, invece, agire con assoluta libertà anche nel tuo mondo, nella tua realtà. E proprio nel mentre in cui io mi sto intrattenendo qui con te, ora, nei tuoi sogni, a loro potrebbe essere concessa ogni possibilità di tramutare questo semplice incubo in una drammatica realtà, senza che a te sia offerta la pur minima possibilità di opposizione in loro contrasto… »
« No… non osare! Non puoi… non devi… » esclamò ella a quel pensiero, a quell’ipotesi, nell’ascoltare la quale le sue pupille si dilatarono completamente all’interno delle chiare iridi, a offrir involontaria e pur irrefrenabile trasparenza allo sconforto del suo cuore « Non ci provare, Desmair! »
« Tema la loro punizione la moglie infedele… » ricordò il demone, osservandola con ilarità sempre crescente, una sadica e incontenibile gioia per l’ansia così instillata in lei, nel suo cuore, nel suo animo.
« Ti ucciderò, Desmair! Ti ucciderò! » gridò la donna guerriero, con foga, levando la spada al cielo e gettandosi in suo contrasto, decisa ormai ad attaccarlo, a cercare sfogo per il dolore crescente nel proprio petto all’idea di poter aver condannato, con il proprio stesso amore, il dolce Be’Sihl.

Ma quel gesto, quell’offensiva, non ebbe allora occasione di giungere al traguardo desiderato, al naturale obiettivo, dal momento in cui ella, risvegliandosi di colpo, ansimante e addirittura tremante, si ritrovò non più posta innanzi alla rossa presenza del suo sposo, quanto, piuttosto, a quella dello shar’tiagho, ancora disteso vicino a lei nel letto del loro amore, serenamente addormentato, nel porsi dopotutto legittimamente sfinito, esausto, per la lunga notte che li aveva finalmente visti uniti come mai prima, mente, cuore, anima e corpo.
E, nel confronto con tale visione, con la sua meravigliosa e insperata presenza accanto a sé, ella non poté fare altro che allontanarsi di scatto da lui, quasi come se restargli vicino potesse, ora, risultargli nocivo, levandosi silenziosamente dal letto e andando a raggomitolarsi, nuda, a terra, nell’angolo opposto di quella stanza, per poter, in quel punto, dar libero sfogo alle calde lacrime di un triste pianto.

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