11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

sabato 27 febbraio 2010

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« P
er favore… » insistette, allungando la propria mancina per accarezzare il viso del compagno con la delicatezza della punta delle proprie sole dita di carne e ossa, in un gesto di rassicurazione tanto per lui quanto, più in generale, per tutto il loro pubblico, nel desiderio di non concedere occasione di dubbio nel merito del proprio sentimento per l’uomo o delle ragioni per il proprio allontanamento da quella festa « Non farmi apparire quale la maleducata che pur dovrei essere giudicata. »

Voltandosi appena, al fine di spingere, in tal modo, le proprie labbra a incontrare le dita di lei e depositare, su di esse, un leggero bacio, Be’Sihl annuì in risposta a quella richiesta, non avendo, in fondo, alcuna volontà di imporre imbarazzo sulla propria compagna. Con pochi versi che, in questa occasione, nulla tradirono del significante originale, oltre che del suo significato, egli allora riportò le sue parole di scuse all’attenzione di tutti i presenti e, subito dopo, fece a propria volta atto di levarsi da tavola.

« No. Resta pure. » lo bloccò ella, appoggiando la propria mancina ora sulle sue spalle, a ostacolare, più formalmente che sostanzialmente, il suo movimento, e invitarlo, in ciò, a ritornare ad accomodarsi al posto occupato fino a quel momento « Non c’è necessità che anche tu venga: mi ricordo la strada. »

Osservandola, nuovamente, con incertezza, dubbio e preoccupazione, non comprendendo cosa potesse affliggere la propria amata, egli si trovò purtroppo costretto ad accettarne la volontà, dove qualsiasi ulteriore insistenza, qualsiasi tentativo utile ad arrestarne il passo, ne avrebbe solo forzato maggiormente l’allontanamento da sé: tale, in fondo, era il carattere proprio della donna e, con esso, da lunghi anni ormai aveva imparato a convivere, rassegnandosi a non poter pensare di frenarne la fierezza, di contrastarne la testardaggine, se non a proprio rischio e pericolo, dove ella, nella propria forza, nella propria indipendenza, avrebbe reagito a qualsiasi stretta, a qualsiasi obbligo, lottando con tutte le proprie energie e, immancabilmente, evadendo, fuggendo a grande distanza, al fine di poter ritrovare il senso di libertà così, erroneamente, posto in dubbio.

« E sia. » confermò pertanto, tornando ad accomodarsi al tavolo, e in ciò ai piedi dell’amata, approfittando di ciò per accarezzarne, con amore, le lunghe gambe coperte da pantaloni sdruciti.
« Ti ringrazio. » sussurrò la mercenaria, piegandosi allora in avanti per depositare un bacio sul capo dell’uomo, sincera in quelle poche sillabe, apparentemente tanto semplici, banali, consuete, e pur realmente espressive del sentimento proprio del suo animo in quel momento.
« Vorrà dire che mi impegnerò a esaltare il tuo nome innanzi a tutto il villaggio nel mentre in cui tu riposerai, così che, dove già mi ritrovo a essere ferocemente invidiato, domani tutti vorranno immancabilmente tagliarmi la gola, per potersi riservare l’occasione di posto accanto a te… » commentò Be’Sihl, subito dopo, sorridendo con dolce scherzo verso di lei, nel voler stemperare la pesante tensione chiaramente avvertita nell’animo della donna.
« Fetente… » ridacchiò Midda, in risposta a simile affermazione « Te ne approfitti perché siamo lontani da quei luoghi dove, realmente, ti potrebbero tagliare la gola, anche per molto meno! » lo rimproverò, compensando il precedente bacio riconosciutogli con un’innocente scappellotto dietro la nuca, gesto che, immancabilmente, provocò l’ilarità dei presenti, rasserenati nei propri possibili dubbi su cosa stesse accadendo sia dalle parole offerte loro dall’uomo, sia, ancor più, da quello scambio di effusioni fra i due, trasparenti e comprensibili al di là di ogni possibile vocabolario.

Numerosi si levarono, subito dopo, i saluti alla volta della donna guerriero, auguri di una serena notte, per la maggior parte a lei inintelligibili nella loro stessa formulazione, altre, invece, persino da lei apprezzabili, nel confronto con la minimale conoscenza della lingua per lei propria. A tutti loro, tanto accoglienti, tanto affettuosi verso di lei, ella volle allora riconoscere il giusto tributo, sforzandosi di esprimere a propria volta un saluto in shar’tiagho, sebbene odiasse il pensiero di poter storpiare la pronuncia di quell’unica parola a lei nota allo stesso modo in cui, per mesi, aveva involontariamente torturato il nome del proprio attuale compagno, non conoscendo, all’epoca la corretta pronuncia, la reale fonetica e i giusti accenti propri di una realtà tanto lontana da quella a cui era abituata. Un tentativo, quello da lei così offerto, che, sebbene naturalmente vittima della sua estraneità a simile lingua, fu comunque ben accolto dalla gente del villaggio, ben lontana dal potersi considerare offesa per simile impegno, riconosciuto, al contrario, qual concreta volontà di integrazione presso di loro.

« A dopo… » rinnovò, a conclusione, il proprio saluto verso Be’Sihl, accarezzandogli le spalle e lasciandolo al proseguimento di quella serata per lei prematuramente terminata.
« Ti amo. » sussurrò l’uomo, mai stanco di ripetere quelle due semplici parole per troppo tempo frenate, per troppo tempo trattenute nel profondo del proprio cuore e ora, finalmente, libere di essere espresse con assoluta naturalezza, con quotidiana costanza, quasi la sua intera esistenza fosse tale solo per poter scandire quelle sillabe verso di lei in ogni istante utile.

Breve, in verità, fu allora la distanza che la Figlia di Marr’Mahew si poté riservare di imporre fra sé e la festa in atto nonostante il proprio allontanamento dalla tavola, dal momento in cui il banchetto era stato naturalmente organizzato al centro del villaggio e, in questo, si poneva non lontano dalla posizione propria della casa dei genitori di Be’Sihl, là dove la coppia avrebbe trovato asilo per tutti i giorni della propria permanenza in quelle terre.
Impossibile sarebbe dovuta essere ritenuta l’ipotesi di soggiornare altrove, magari in un albergo, in una locanda, in una stanza regolarmente affittata, dove anche la mercenaria avrebbe effettivamente e ampiamente preferito tale opportunità, nel ritrovarsi, in tal modo, a potersi considerare più indipendente, più libera nei propri movimenti, in una condizione più psicologica che sostanziale, dal momento in cui alcun vincolo le sarebbe mai stato comunque imposto dai parenti del proprio compagno, né in termini di libertà di movimento, né in termini di libertà d’azione, concedendo ad entrambi di poter vivere entro quella casa esattamente come se fosse loro. Impossibile, però, sarebbe dovuta essere considerata simile eventualità, non tanto per una questione di sensibilità, di ipotetica offesa volta alla famiglia di lui, che comunque avrebbe immancabilmente preteso l’occasione di ospitarli, contendendola, addirittura, a tutti gli altri parenti, quanto più per una ragione meramente logistica, ove, per quanto paradossale ciò potesse apparire, alcuna locanda, alcun albergo si sarebbe potuto ritrovare presente all’interno del villaggio.
Attorno a quella che sarebbe potuta essere considerata la sua via principale, l’unica effettivamente degna di essere considerata quale una strada, tutto il villaggio, con il suo centinaio di anime, si disponeva su due lati contrapposti, schierando in tutto ciò solo le residenze proprie degli abitanti e nulla di più, non una taverna, non un ostello, neppure un esercizio commerciale o un postribolo. Quale una realtà troppo piccola, troppo compatta, in effetti, sarebbe dovuta essere considerata quella propria di quel villaggio, di quell’insediamento rurale, all’interno del quale persino il concetto stesso di mercato sembrava essere vano, inutile, dal momento in cui solo una regola si imponeva a definire ogni umana attività entro quei confini, una regola di reciproca solidarietà: dove la famiglia di un agricoltore avrebbe abbisognato di carne, quella di un allevatore sarebbe ben volentieri accorsa a concedergli il proprio supporto; dove la famiglia di un pescatore avrebbe abbisognato di frutta e verdura, sarebbe stata quella di un agricoltore ad agire in suo aiuto. Non baratto, quindi, sarebbe dovuto essere considerato il principio alla base di simile sistema, quanto più una comunione assoluta di beni fra tutti gli abitanti di quelle terre, quasi fossero un’unica, grande famiglia. E quale una sola famiglia, in effetti, non sarebbe stato errato considerare l’intero villaggio, dal momento in cui ogni famiglia lì abitante, in un modo o nell’altro, si poneva imparentata con un’altra, alcune da vincoli più stretti di fraternità, altre da legami di cuginanza, difficili, però, da poter considerare più effimeri, più distanti, dal momento in cui, nella cultura shar’tiagha, così come nella sua stessa lingua, un solo termine si poneva effettivamente utilizzato tanto per indicare sia i fratelli di sangue, sia i cugini di primo grado, figli di fratelli di sangue, così come Midda aveva avuto modo di scoprire nel corso della giornata e nella presentazione di tutta la famiglia del proprio compagno.

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