11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

venerdì 19 febbraio 2010

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S
e, infatti, la coppia avrebbe potuto giungere a Shar’Tiagh con maggiore comodità nel preferire la via del mare rispetto a quella della terra, in un’alternativa, per quanto comunque pericolosa, sicuramente più gratificante per la Figlia di Marr’Mahew, da sempre legata alle infinite distese azzurre e alle loro leggi, alle loro regole prive di ambiguità, prive di possibilità di inganno, dinnanzi alle quali chiunque, fosse egli l’ultimo dei mendicanti o il primo dei sovrani, avrebbe dovuto offrire rispetto o perire sotto la violenza delle sue onde, quello attraverso il deserto era stato ragionevolmente giudicato quale il percorso più rapido. Loro desiderio, del resto, non sarebbe dovuto essere superficialmente ritenuto qual volto a raggiungere, semplicemente, il regno shar’tiagho nella sua generalità, quanto piuttosto un piccolo villaggio posto nella sua area sud-occidentale, l’insediamento proprio della famiglia di Be’Sihl, per spingersi fin al quale, attraverso un percorso alternativo al deserto, avrebbero dovuto non solo risalire fino alla costa settentrionale del Paese, ma da lì ridiscendere successivamente lungo l’intera estensione del fiume maggiore, la cui foce sarebbe dovuta essere ricercata proprio in quel fronte nordico, e, ancora, inoltrarsi in uno dei suoi affluenti, proseguendo attraverso l’intero territorio proprio di quel reame, in un peregrinare che avrebbe loro preteso non meno di un altro mese di viaggio.
Indiscutibilmente qual più opportuna era pertanto apparsa loro la possibilità rappresentata dalla via della terra, in un percorso, dopotutto, già noto allo stesso locandiere, il quale, con il supporto rappresentato da una buona scorta di acqua e frutta fresca, e la protezione loro offerta da lunghe vesti di cotone e litham quali copricapo, ad imitazione dell’abbigliamento proprio delle popolazioni nomadi dei regni del deserto, non avrebbe comunque potuto riservare loro alcun rischio, nella sola eventuale eccezione di un qualche prevedibile, e addirittura auspicabile così come sol sarebbe potuto essere accolto dalla mercenaria, furfantesco incontro, nell’inevitabile rispetto di quegli stessi caratteri comuni a ogni nazione, a ogni popolo, qual quello che, prevedibilmente, avrebbe ora offerto animazione alla coppia nell’ultima parte del loro lungo cammino.

« Non fare loro troppo male… » si premurò di raccomandare l’uomo, rispondendo sottovoce alla promessa concessagli dalla compagna « Ricordati che siamo pur sempre nel deserto, e che potrebbero anche morire di disidratazione se venissero privati della possibilità di ritornare al loro accampamento in tempi utili. »

Similmente e preventivamente rimproverata per l’eventuale danno che avrebbe potuto imporre a uomini e donne potenzialmente bramosi di privarli addirittura della vita solo per impossessarsi della loro acqua e dei loro viveri, se non anche dei loro ipotetici tesori, per quanto in una situazione qual quella, del confronto con il deserto, solo i liquidi avrebbero potuto riservarsi un qualche, effettivo, valore, Midda non poté evitare di sorridere con dolcezza verso il proprio compagno, prima di risollevare il litham a coprire bocca e naso a voler ovviare alla finissima sabbia, quasi simile a polvere, che pur, nel corso di un combattimento su un tale terreno, non avrebbe potuto mancare di levarsi in sua opposizione, in suo contrasto, ancor prima delle stesse armi dei suoi presunti avversari.
Un sorriso carico d’amore, quello allora a lui donato, là dove solo tenerezza avrebbe potuto dominare sul suo cuore nel confronto con tanta cortesia che pur Be’Sihl desiderava riservare ai loro nuovi avversari, così come, del resto, non aveva mancato di suggerire puntualmente in ogni occasione paritaria, per ragioni sempre diverse. Tale, dopotutto, era una delle doti che aveva da sempre maggiormente apprezzato in lui, una capacità, forse innata, di saper individuare anche nel peggiore dei soggetti elevatisi in sua opposizione, una qualche speranza di miglioramento o, anche, una qualche motivazione di benevola compassione, non perché privato, in ciò, di senso della realtà, di un contatto concreto con i mali del mondo, quanto, piuttosto, perché in grado di spingere il proprio sguardo sempre oltre, a cogliere il tenue raggio di luce che, immancabile, avrebbe segnato la fine della notte più scura, lo spiraglio di quiete che, puntuale, avrebbe preannunciato la conclusione della tempesta più terrificante. In effetti, ella si ritrovava spesso pensare come proprio in conseguenza di simile virtù, di tale prerogativa, caratteristica e caratterizzante in lui, lo stesso locandiere, tempo addietro, avesse accettato di offrirle fiducia e ospitalità, riuscendo, con la propria premura, con la propria cortesia, con il proprio continuo e dolce interesse, a dare origine a quell’affettuosa e complice amicizia ora sfociata in qualcosa di decisamente maggiore, nel riconoscere fin da subito, in lei, qualcosa di più rispetto a quanto apparente ed evidente, a quanto solitamente e limitatamente apprezzato dai suoi consueti interlocutori, normalmente incapaci di considerarla qualcosa di diverso da una figura potenzialmente ottima qual compagna di letto, ma oltre a questo probabilmente persino incapace a sostenere una qualsiasi conversazione di senso compiuto, nell’offrir, in tal pregiudizio, ragione a un mai confutato teorema di inversa proporzionalità fra l’acume di una donna e la sua circonferenza toracica.

« Non ti preoccupare… cercherò di essere il più delicata possibile. Anche se, in effetti, non dipenderà solo da me. » acconsenti, smontando da cavallo e decidendo, in tal gesto, di non procrastinare ulteriormente quel pur inevitabile appuntamento « Forza gente! » esclamò, subito dopo, ad alta voce, nel rivolgersi verso i propri ancor non visibili avversari, sicuramente ben camuffati nella necessità di confondersi con l’ambiente circostante, con la sabbia lì presente « So che siete lì… e se anche non starete comprendendo nulla di quanto io sto cercando ora di dirvi, vi prego di non tirare troppo per le lunghe questo affare: uscite fuori, provate ad attaccarmi, incassate qualche sana mazzata e poi lasciatevi ricadere a terra privi di sensi. Così saremo tutti felici e contenti! »

Alcuna risposta, prevedibilmente, si offrì allora qual reazione a quell’invito pur esplicito, pur diretto, che, per quanto forse non comprensibile a livello meramente verbale, avrebbe altresì dovuto essere considerato qual facilmente interpretabile a livello espressivo, dal momento in cui, con il linguaggio proprio del corpo, in una posizione eretta e fiera, nel mostrare le braccia aperte e tese in direzioni contrapposte, ancora prive dell’evidenza di un qualche armamento, la mercenaria non avrebbe potuto trasmettere nulla di diverso rispetto ad un invito a farsi avanti, ad affrontarla a viso aperto. Insoddisfatta, allora, dai propri avversari, in conseguenza di tanta reticenza a manifestarsi, a rivelare in maniera trasparente la propria presenza e, in questo, a ingaggiare aperto duello con lei, la mercenaria decise allora di incalzare in loro opposizione, ritrovandosi, suo malgrado, obbligata in ciò a coinvolgere anche il compagno in un ruolo di interprete, necessario là dove, suo malgrado, la conoscenza per lei propria della lingua shar’tiagha, avrebbe dovuto considerarsi limitata al saluto, pronunciato suo malgrado con un accento a dir poco tremendo nonostante il sincero impegno, da lei, posto nel cercare di apprendere l’espressione corretta e, da Be’Sihl, offerto per tentare di insegnarle tale nuovo idioma, una parlata, dopotutto, per lui natia.

« Be’Sihl… potresti, per bontà di Thyres, tradurre un paio di parole per il nostro tanto discreto pubblico? » domandò, quindi, all’uomo, tornando a volgere temporaneamente a lui la propria attenzione « Nulla di complicato. Solo: “Luridi figli d’un cane rabbioso. So che siete lì fuori e ci state osservando: mostratevi e provate ad affrontarmi, sempre che il timore di essere sconfitti da una donna non vi stia già negando ogni possibilità d’azione o di pensiero.” »

Il locandiere, sospirando e scuotendo il capo per la particolare scelta di vocaboli effettuata dall’amata, prese allora voce, formulando versi che, all’attenzione della mercenaria, apparvero quali suoni completamente inarticolati, completamente estranei al linguaggio sì dominante nel suo solito angolo di mondo, pur fondamentalmente condiviso fra diversi regni, con l’eccezione di qualche lieve modifica meramente stilistica. Affascinata e, persino, eccitata, in questo, la donna guerriero non avrebbe potuto pertanto negarsi di essere, nel constatare, finalmente, di essere riuscita a spingersi decisamente lontano da quei territori per lei ormai già noti, già conosciuti nei propri ritmi, nei propri usi e costumi, e in questo, forse, incapaci di poterla ancora sorprendere, di poterle ancora offrire sostanziale diletto se non in conseguenza di grandi imprese, di letali sfide oltre ogni umano limite, nell’averle, altrimenti, purtroppo negato il gusto della semplicità, delle piccole cose date usualmente per scontate, per ovvie, qual la banale comprensione reciproca, e ora, al contrario, venute a lei improvvisamente meno in quel semplice cambio di contesto.

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